Archivio dei post taggati ‘Riflessioni’

Il non-consumismo e l’ultima tecnologia.

Scritto il 18 settembre 2013 alle 15:23

Il primo: Siemens m35i (Ottobre 2000)
Dopo 3 anni e 4 mesi:  Nokia 3650 (Febbraio 2004)
Dopo 3 anni e 5 mesi: Nokia N70 (Luglio 2007)
Dopo 3 anni e 4 mesi: Apple iPhone 4 (Novembre 2010)

Prima riflessione. Osservando la vita media dei miei cellulari mi accorgo che più che inseguire l’ultima tecnologia, dopo un tot di tempo abbastanza stabile sento l’esigenza di compiere il salto generazionale che i nuovi dispositivi offrono.

Seconda riflessione. Fin ora nessuna tecnologia ha avuto una rilevanza nella vita quotidiana tale da spingermi ad un aggiornamento anticipato. E’ un assunto – questo – che è bene tenere a mente durante ogni presentazione di un nuovo dispositivo (in cui ogni feature viene presentata come “irrinunciabile”).

Terza riflessione. Sono curioso di vedere se l’iPhone – il cellulare più caro mai avuto – sarà più longevo (avrà tre anni a breve) dimostrandosi finalmente un terminale e non un dispositivo.

Corollario. Il mio MacBook (sei anni tra due mesi!) si conferma il mio dispositivo tecnologico che più ha resistito all’avanzare delle novità e con la batteria (originale) che dura ancora quasi due ore è un esempio vivente della qualità di certi prodotti.

Emanuele

PS: quattro cellulari in tredici anni; se rappresentassi la società i produttori di cellulari avrebbero dovuto cambiar mestiere.

“Il compagno segreto” di Joseph Conrad.

Scritto il 30 settembre 2011 alle 14:55

Copertina de "Il compagno segreto" di Joseph ConradQuesto è un libro speciale. Innanzitutto lo è perché dopo enne libri comprati autonomamente questo mi è stato donato insieme ad una dedica in prima pagina e poi perché può essere paragonato ad una bella tazza di tè. Le sue 100 pagine scarse, infatti, volano letteralmente da una mano all’altra e, alla fine, – come se si trattasse di una bustina dal gusto arabico – tutte insieme lasciano un sapore strano in bocca. Ti sembra quasi Sei sicuro debba esserci dell’altro che dalla tua testa deve partire.

“Il compagno segreto”, nella quarta di copertina, riporta una frase che potrebbe rapire chiunque sia alla ricerca.

Il compagno segreto spiega come si fa, secondo Joseph Conrad, a diventare adulti: bisogna scegliere, ma ciò significa rinunciare a qualcosa di se stessi, non soltanto ai rami secchi, il che non costerebbe nulla; anche a quelli fioriti, persino ai più belli. E questo è molto più difficile.

Personalmente però, sebbene sia facilmente affascinabile da prospettive di lettura simili, penso sia limitante e limitativo sintetizzare il senso del libro in questa frase. Conrad infatti, attraverso un viaggio in mare, presenta il tema del doppio che esiste in ognuno di noi. Luce e buio, bianco e nero che si mescolano, si riconoscono e convivono in una maniera quasi sorprendente scandendo – in momenti diversi ma mai disgiunti – ciò che siamo.

L’autore sceglie bene, sia i personaggi che il luogo. Il mare si presta perfettamente per rappresentare la vita di ogni uomo: un capitano (o qualsiasi marinaio) quando è in balia di quell’oceano infinito su un mezzo che fa affidamento a vele e vento è legato fortemente alle sue scelte. La nostra vita può vivere momenti di calma e attimi di tempesta che profumano della fine del mondo. Per ripartire però, chiunque avrà sempre bisogno di un cappello che galleggia, un riferimento che sappia farci notare il nuovo moto – indipendentemente dalla direzione. Ciò che eravamo può benissimo trasformarsi in quel simbolo gettato in mare che da un senso alla nuova fase.

Come dicevo però, oltre all’ambientazione, i personaggi sono scelti con cura. Il compagno segreto – un capitano che naufrago e fuggiasco chiede aiuto – si trasforma facilmente nell’Io di ognuno di noi che parla sommessamente, che si intende con uno sguardo e che, sovente, riesce persino a prevedere le intenzioni e agire di conseguenza. Il libro si dipana tra simbolismo e racconto, tra introspezione e avventura in mare aperto. Il naufrago verrà accolto e mantenuto nascosto dal resto dell’equipaggio per dar modo ai due capitani di scoprirsi e capirsi fin quando non arriva il momento giusto per dividersi arricchiti – in maniera diversa – reciprocamente.

Penso che dalla mia descrizione si capisca ben poco del libro ma è altrettanta la mia voglia di non scrivere una vera recensione. Sia perché devo ancora digerire quel tè, sia perché – di quella bustina – avrei da parlarne per ore mentre, come ogni viaggio interiore che si rispetti, bisogna saper vivere sia la scoperta che l’abbandono di quanto affrontato.

Emanuele

PS: si, si nota lontano un miglio che è stata una psicologa a regalarmi questo libro… :-)

PPS: si, leggetelo se – nei libri – sapete leggere oltre le storie.

Regalami la tua ragione.

Scritto il 26 luglio 2011 alle 21:54

Mancano meno di 4 giorni al mio viaggio in Africa. E’ quasi tutto pronto e ormai sto iniziando a riempir lo zaino ma visto che in questi giorni, stranamente, c’è uno strano subbuglio interiore che mi sta accompagnando, proviamo a fare un gioco.

Datemi voi, una ragione per cui andreste in Africa. Magari qualcuna mi farà sorridere, qualcun’altra mi farà riflettere, qualche altra ancora mi farà sognare. Forse lo zaino si riempirà in maniera migliore, forse mi convincerete – inconsapevolmente – a portar qualcosa in più o a lasciare a casa qualcos’altro.

Perché andresti in Africa tu?

Emanuele

La tartaruga, la foto, noi… e il movimento.

Scritto il 17 maggio 2011 alle 18:29

Mostra fotografica: tartaruga movimento lento

Le perle di saggezza, per una scelta precisa fatta alcuni anni fa, arrivano solo la Domenica perché mi sembra giusto, almeno un giorno, fermarsi per formarsi (uno slogan che mi ricorda lo scoutismo siciliano) però… non sempre posso resistere a tale scelta perché capita che, proprio Domenica, vai ad una mostra fotografica e becchi una foto accompagnata da un messaggio bellissimo.

L’immobilità di una foto, l’immobilità dello spettatore che s’incanta davanti, l’immobilità di un movimento (ossimoro!) che istante per istante può esser paragonato ad una realtà statica contrapposti all’importanza di avanzare.

Scoprire, capire e accettare che – quand’anche, nella più assurda delle ipotesi, tu sia una tartaruga – non significa che non potrai arrivare dove desideri.

Emanuele

Perché gioia e dolore han lo stesso sapore.

Scritto il 23 novembre 2010 alle 3:55

Caro Signore. Mi hai regalato una giornata piena di soddisfazioni, mi hai fatto ridere, esultare, cantare come uno scemo – nel soggiorno di casa – “Viva la vida”, quella canzone che ho nel sangue da anni. Mi hai fatto telefonare alla famiglia contento delle novità della giornata.

Mi hai regalato tanto oggi. Eppure stasera, hai trovato come farmi riflettere.

Ho pianto. Ho pianto di nascosto, guardando quei neon infernali.

Hai chiesto a mio zio di affrontare la più bella sfida dell’uomo. L’hai fatto proprio lo stesso giorno in cui ero andato – di mattina – a trovarlo per chiedergli aggiornamenti circa la destinazione dei soldi che voglio donare. L’hai fatto proprio lo stesso giorno in cui lui mi ha fatto il regalo della mia laurea ed ha continuato a mostrare il suo orgoglio tra le persone che incontravamo, che per quanto lui provi a nascondere – credimi – era visibilissimo.

Mi aveva visto andare via col casco e un fascia-collo rosso. Mi ha chiesto “cos’è quello?!”. “Zio, un fascia-collo… c’è freddo fuori”. E lui “sai, io sono del parere – ma non ascoltarla, è una mia idea malsana – che il corpo vada abituato a difendersi da sé”. Amo scherzare sempre… e non ho potuto non rispondergli “allora da domani giro nudo!”.

Era stato un incontro piacevole, in un periodo in cui – nella mia vita – tutto si incastra sempre in maniera perfetta non permettendomi mai di pentirmi di qualcosa o di rimuginare su qualche tassello mancato per un pelo. Vivo la vita pienamente, la prendo a morsi e – da tutti i lati – mi sento ripagato.

Proprio in questo periodo si era riaperto un bel dialogo. Un dialogo diverso però. Avevamo avuto modo di parlare per ore, eravamo andati a prendere una pizza insieme, cosa che con te – e adesso mi riferisco a te, mio caro zio – non avevo mai fatto da quando son nato.

“Da quando ho scelto d’esser sacerdote, la mia famiglia terrena è stata sostituita da una famiglia più grande”. Mi hai giustificato così il tuo essere sempre impegnato per gli altri, impegnato per le Chiese di Sicilia e poco presente con i parenti.

Quella sera successe un miracolo: ho avuto modo di farti riflettere… e questa è stata una svolta epocale. Eravamo immersi in un dialogo tra due adulti. Riuscivo a dirti cose che smuovevano in qualche modo il tuo essere interiore nonostante la tua settantina d’anni portati sempre come un trentenne. Sì, perché è questo ciò che pensa la gente di te quando ti vede partire per le diocesi siciliane su una Honda Transalp. Sei proprio un sacerdote strano, c’è poco da fare. Però hai dei bei occhi azzurri.

Questa notte hai di fronte a te una sfida. Quando quella sera parlammo, e si parlò veramente di tutto, mi dicesti che è strano come in questa società di tutto si parla tranne che di morte, e per farmi capire quanto sbagliato fosse l’atteggiamento, usasti delle parole perfette: “si può non nascere, ma non si può non morire”. Mi son rimaste dentro quelle parole lì. Non ho avuto, forse il tempo, forse il coraggio, di parlarne sul blog. Si può non nascere ma non si può non morire. Voglio ripeterla perché lo vedi, io adesso sto scrivendo queste parole, tu non sei ancora morto e la gente penserà che stia scrivendo un epitaffio. Invece son sicuro che tu capirai. Sto parlando della tua morte, perché sebbene non sappiamo ancora come andrà a finire, è pur sempre “già scritta da qualche parte. Senza paura, senza sé o ma che possano cambiarne il valore”.

Ti sei lasciato colpire da un ictus cerebrale. Qualcosa di talmente sopraffino che mi suona quasi come “il piano perfetto” da riservarsi. Sei dichiarato “non operabile” per la vastità dell’ictus, il che significa c’è solo da aspettare che il tuo corpo si affidi a chi dall’Alto decide. Quel sangue può riassorbirsi così come può scorrere ancora. Non ci sono medicine da somministrarti, non c’è possibilità di accanimento terapeutico. Dovrò dirlo al mio fascia-collo

E’ una notte lunga questa. Mi hanno rimandato a casa perché dovrei dormire un po’, perché da domani – la vita – cambia ancora e questa volta ci sarà da organizzarsi per te, ma non ho sonno.

Quando ti stringevo la mano pensavo proprio a quella perdita di sangue lì, alle due possibilità che ha. E’ proprio vero che, persino all’ultimo, c’è sempre qualcosa da scegliere nella vita. Persino inconsapevolmente, ma si sceglie.

Non riesco proprio a dormire pensando che stanotte tu e il direttore sceglierete.

Non so invocare un miracolo, non tanto perché non lo voglia, quanto perché so bene che eri contento della vita vissuta. Sembrerò cinico, ma ho – semplicemente – fede. Mi affiderò a chi sta in Alto, perché so già che le mie scelte son ben poca cosa al confronto delle Sue.

A proposito di scelte, in realtà mi dispiace non aver parlato di una cosa. So che sei stato, finché era (lui!) in vita, consigliere segreto di Papa Giovanni Paolo II. Una figura che praticamente la gente non conosce ma che secondo me è uno dei compiti più belli della vita: un dietro le quinte umile e nascosto. Consigliere segreto. Vi ho immaginato spesso – te e il papa – a confabulare in qualche stanzona del Vaticano. Chiusi tra quelle mura a riflettere di chissà cosa. Ed è proprio quel chissà cosa che mi incuriosisce. Giovanni Paolo II è stato un grande papa, chissà se la tua mano non sia stata in qualche modo artefice anche di questo.

Avrai modo di dirmelo? Rimarrà per sempre una mia curiosità? Non amavi dirlo in giro, anzi credo che forse neanche lo sappiano tutti in famiglia… non so neanch’io come venni a sapere di questa cosa, anni fa.

Ecco. Ecco cosa mi dispiace ed ecco il perché delle mie lacrime. Avevamo scoperto – e tu ne eri palesemente felice – di poter parlare, finalmente. Io e te.

Quella sera mi dicesti una cosa a proposito del mio attuale stato di felicità estrema: “dovrai trovare la capacità di trasmettere felicità semplicemente con la tua presenza”. Nuovamente parole assurde, nuovamente parole che rimangono dentro e che se cerchi di inghiottirle risalgono prepotenti.

Eppure io adesso sono qui, con qualche lacrima per questo tuo momento di scelta, ma consapevole che tutto ha un disegno più grande di quel che vediamo.

Gioia e dolore han lo stesso sapore.

Emanuele

In tutto ciò che devi far, il lato bello puoi trovar!

Scritto il 28 settembre 2010 alle 1:34

La trolley, bianca, è già pronta da oggi pomeriggio. Tra poche ore sarò sulla scaletta di un aereo che mi accompagnerà verso nuove avventure, ma non è di questo che voglio parlarvi.

Sono appena tornato da una bellissima e lunghissima cena con mio zio. Si è parlato di tutto: di me, dei miei, della famiglia, delle difficoltà e di ciò che significano nella nostra vita. Del mio rapporto con lui e del nostro non rapporto vissuto per anni.

Sono euforico e forse non riuscirò a renderlo visibile come potrebbe sentire chi appoggia l’orecchio sul mio petto.

Stasera, e l’ho ripetuto più volte, spiegavo a mio zio che sto vivendo un momento di grazia, non trovo parole più belle o altrettanto esplicative.

E’ un momento che ormai dura da vari anni e la cosa sta diventando quasi surreale. Mio zio diceva che la mia maturità si sentiva non solo da ciò che gli raccontavo ma anche dalle parole, precise, ponderate ed equilibrate che riuscivo ad utilizzare per descrivere tutto.

Chi legge nel mio essere felice semplicemente la gioia di una persona che tra un mese e mezzo è bello che laureato probabilmente non ha capito nulla di me. Come diceva mio zio, la mia laurea è semplicemente frutto di ciò che sono io per ora. Frutto, non fine. Frutto.

Sono una persona felice, felice di ciò che è, di ciò che ha, di ciò che vive e persino di ciò che non vive. Felice perché, semplicemente, vivo. D’altronde l’avete visto, il 2008 lo salutai con una bella musica, il 2009 con bellissime parole stracariche di gioia. Non si tratta di gioia passeggera

Da quasi un mese vorrei fare un punto della situazione su di me come si deve, vorrei riparlarvi del mio rapporto con mio fratello o del mio rapporto con l’Amore ma ancora, anche questa sera, mi ritrovo a tagliar corto. Non c’è fretta: i frutti migliori cadono dall’albero solo quando sono maturi.

Ho così tante parole in testa e così tante frasi che girano tra gli occhi e la fronte che mentre scrivo questa semplice parola vorrei accavallarne e sovrapporne altre per rendere più evidente la gioia che le accompagna. Eppure rimangono in me, inghiottite in un periodo della mia vita estremamente felice. Non so perché Dio mi stia regalando tanto. Non mi piace neanche domandarmelo.

Sapete, il giorno in cui diedi l’ultimo esame, non appena misi piede in casa vidi le stelle. Scientificamente mi spiego la cosa dicendomi che la pressione del cuore dovuta all’emozione aveva spinto talmente tanto sangue verso il cervello che i miei occhi erano confusi. Vedevo uno strano scintillio intorno a me. Non ho avuto il coraggio di scriverlo prima per paura d’esser preso per pazzo e probabilmente anche in questo momento qualcuno penserà che sia un semplice ingrandimento di una grossa gioia. Eppure – sapete che amo essere sincero – potrei giurare che m’è accaduto veramente. Vedevo strane scintille ovunque guardassi e fu un istante magico.

Tutte queste cose voglio scriverle per un semplice motivo: le rileggerò. E questa cosa dello scrivere e rileggere era un segreto che conoscevo già nel 2008, quando spiegai quel titolo semplicemente alla fine del post in poche lettere.

Quello che sono stato in questi anni E’ UN TESORO ENORME. Sarà difficile dimenticarsene e sarà altrettanto difficile cambiare radicalmente, perché a tutto l’uomo si abitua, persino all’essere perennemente felice.

Adesso, come mi faceva riflettere mio zio, il prossimo passo è riuscire a trasmettere la mia positività semplicemente con la mia presenza. E questa è una cosa che mi affascina da impazzire perché io ne conosco di persone che rendono l’aria profumata semplicemente per il sol fatto d’esser lì. Non essere un semplice Mary Poppins della situazione che arrivando risolve i problemi (e mi è capitato più volte di sentirmi tale) ma qualcosa di più profondo. Diffusore empatico di un Messaggio.

Posso dire che qualche volta – anzi, varie volte – qui sul blog ho ricevuto commenti (o e-mail private) in cui mi si diceva che leggermi era come la pillola di positività quotidiana, però vorrei fare di più. Perché è facile trasmettere grinta, allegria e positività quando si scrive… più difficile è farlo col silenzio.

Sarà la prossima scommessa, intanto io non penso minimamente sia qualcosa di folle e questo mi sembra già un buon inizio: “nulla è impossibile all’uomo che crede in Dio“. :-)

Ora però è ora di andare a nanna, altrimenti domani l’hostess dovrà passare dal mio letto per ricordarmi di salire a bordo (e con questo post saluto Palermo per qualche tempo visto che le prossime lettere arriveranno da Milano!).

Emanuele

E spostati…!

Scritto il 27 maggio 2010 alle 14:59

Ogni tanto, per strada, mi fermo e rifletto. Rifletto talmente bene che le persone si sistemano i capelli.

Emanuele

Come sono relative le verità assolute.

Scritto il 8 maggio 2010 alle 12:30

Che qui siamo di passaggio,
che oggi il cielo è nuvoloso,
che uno nasce e dopo muore,
e questo racconto è terminato… dipende.

Dipende, da che dipende,
tutto dipende a secondo di come lo guardi.

Che con il passare del tempo
il vino si faccia buono,
che tutto quello che si alza si abbassa,
da giù a su e da su a giù… dipende.

Jarabe de PaloDepende

Avrei voglia di buttar giù chilometri di riflessioni. I giorni stanno trascorrendo, uno dopo l’altro, come la ruota di una Jeep che corre sulla Route 66.

La PandaPanda da quand’è arrivata a Milano ha già percorso 1200km segno che fermo non ci son stato (l’ho usata praticamente sempre io…) e questo è positivo.

Intanto devo andare a fare millemila cose. La settimana lavorativa è di 5 giorni, 5 giorni in cui non si respira poi così tanto… e tutto si accumula nel weekend.

Perché questa canzone? Perché l’anno scorso mi tornò in mente per qualcosa di maggior valore ma anche perché continua ad essere attualissima nella mia vita: ogni cosa che affrontiamo è totalmente influenzata dal nostro atteggiamento nei suoi confronti. Un tempo, scherzando, dissi che il mio aereo non sarebbe potuto cadere, oggi penso che potrei persino far smettere di piovere:joy:

Emanuele

PS: e rileggetevi, ogni tanto, l’abitudine alla felicità:-)