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Il violino nero di Maxence Fermine

Scritto il 18 aprile 2013 alle 21:20

Da tempo volevo completare “la trilogia dei colori” di Maxence Fermine composta da Neve (bianco), L’apicoltore (arancio) e Il violino nero (nero). Sono riuscito a farlo il mese scorso in Cina durante un paio di sere di pieno relax.

Copertina de "Il violino nero" di Maxence FermineCome gli altri due libri, anche questo, pubblicato in sedicesimo con caratteri grandi, si legge in pochissimo tempo. Delicato e semplice, sia nel linguaggio che nella storia, “Il violino nero” racconta di una donna – una musa – e della musica che sa procurare attraverso la sua voce. Ambientato a Venezia, tra la malinconia dei canali e lo sfarzo dei palazzi settecenteschi, “Il violino nero” racconta l’ossessione di un uomo per Carla Ferenti, una giovane nobile veneziana, che sfocia nella voglia di trasformare la musica della sua voce in vita. Tale ossessione però è riconosciuta anche dal protagonista, Johannes – un solitario cresciuto accarezzando le corde del suo violino ad occhi chiusi – da sempre alla ricerca di un metodo per scrivere e trasformare in vita quella musica che sente provenire da dentro.

Davanti a lui, sulla scacchiera, il cavallo vegliava sulla regina. Johannes raggiunse il liutaio e si sedette di fronte a lui. Erasmus si avvicinò la bottiglia di grappa e i due uomini ripresero la partita interrotta la sera prima.
Aspettare cosa?
Che ciò che deve accadere accada.
Non capisco.
Si tratta di sperare. Un giorno la scriverai, la tua opera. E la suonerai. Forse una volta sola, forse soltanto per te, ma sta’ pur certo che la suonerai. Senza speranza, non è possibile alcuna felicità sulla terra.

Tratto da: “Il violino nero” di Maxence Fermine

La storia regala – a tratti – pagine capaci di farsi apprezzare ma nella sua interezza lo reputo il meno incisivo della trilogia. Neve è delicato e puro (talmente apprezzato che è stato tradotto in 17 lingue), L’apicoltore è stata estasi, passione e sogno: ogni pagina riusciva a catapultarmi altrove con la mente. Il violino nero invece – nonostante Venezia e Parigi, la nebbia, la musica e un violino d’ebano – è rimasto per lo più “inchiostro“.

Emanuele

“Memorie di un giovane re” di Heinrich Boll.

Scritto il 16 marzo 2012 alle 20:44

Di Heinrich Böll (premio Nobel per la letteratura nel 1972) ho già acquistato un altro libro, molto promettente, che non voglio anticiparvi e non sarà neanche il prossimo che leggerò. Per scelta ho voluto conoscere il suo stile con calma e il primo approccio con la sua fantasia è arrivato proprio grazie a “Memorie di un giovane re“.

Copertina de "Memorie di un giovane re" di Heinrich BollQuesto libro, in realtà è una raccolta di sei racconti, molto leggeri, che mettono a fuoco il mondo dei grandi visto da quello dei più piccoli. Un’esperienza simpatica avventurarsi in certe scene, esser trasportati fin sotto un albero con un barattolo di marmellata da colpire con la pistola o fuggire dal proprio stato, in cui si era giovanissimi re, per via di tumulti politici che non si ha voglia di gestire.

I racconti trasudano di quella ingenua semplicità che i bambini portano dentro quando affrontano argomenti seri e l’aspetto piacevole del libro è che ogni racconto ha un colore tutto suo così, dopo alcune pagine, ti ritrovi immerso in una nuova ambientazione ed un nuovo linguaggio senza soffrire mai la stanchezza di un cammino a volte forzato, a volte troppo lungo. Le scene scorrono, neanche troppo veloci, e lasciano dentro tanta tranquillità.

Le storie, considerate adatte ad adolescenti, non sono comunque da sottovalutare perché viste con un occhio più adulto regalano vari spunti di riflessione su quel mondo “incantato” in cui tutto era possibile e nulla mai eccessivamente complicato o contorto che è parte di una bella fase della vita di ognuno di noi.

Emanuele

“Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco.

Scritto il 5 marzo 2012 alle 20:04

Il libro finito ieri mi ha un po’ spiazzato. Da un lato c’è Baricco, che ho amato all’inverosimile in Oceano Mare, dall’altro c’è questa storia che non mi ha convinto. Probabilmente proprio per via del confronto interno che non ho saputo abbandonare non sono riuscito a gustarne a pieno la genialità. Perché in effetti la trama non è una stupida storiella ma un intreccio armonioso e complicato di storia (vera! Come, ad esempio, l’elogio all’architetto francese Hector Horeau o il velato richiamo a Mendeleev) e di soggetti fantasiosi dalle vite spesso poco convenzionali.

Copertina di "Castelli di rabbia" di Alessandro Baricco“Castelli di rabbia” narra la vita di alcuni personaggi che ruotano intorno a Quinnipak, luogo forse reale, forse immaginario. Approfondendo un po’, sul web, le motivazioni che hanno spinto Baricco a scrivere questo libro, scopro che – in effetti – non è il suo libro più venduto ma, al contempo, rappresenta quello più aspro e meno “addolcito” o addomesticato per il pubblico. In effetti molti passi presentano una crudezza che non mi aspettavo di trovare e che mi sorprendeva ma che, contemporaneamente, non stona assolutamente.

La trama si dipana in decine di differenti micro-storie collegate tra loro. Dall’amore segreto, forse morto, ma legato eternamente, a quello adultero, nascosto ed indicibile di una donna col suo figliastro, dai racconti di guerra di un soldato superstite, alla geniale follia di un uomo che sentiva – nel mondo – le note invisibili: quelle nascoste tra due tasti consecutivi di un pianoforte.

Personalmente, nella mia testa, Baricco che scrive è identico ad un pianista contorto sul suo strumento che, attraverso gli spasmi del corpo, mostra il coinvolgimento con la musica che riesce a far uscire. I periodi, le pagine dei suoi libri sono giochi artificiosi, un po’ ancorati allo stile classico di un libro, un po’ spumeggianti, come certi capitoli, confezionati giocando tra grandi spazi, decine di puntini persi nel nulla, frasi gettate lì come suoni che arrivano lentamente da un grosso tubo che trasmette segnali da un angolo remoto del pianeta.

Dev’essere così, questa cosa dei figli, pensò Horeau: nascono con dentro quello che nei padri, la vita ha lasciato a metà. Se mai avrò un figlio, pensò Horeau tagliando meticolosamente una sottile fetta di carne in salsa di mirtilli, nascerà pazzo.

Tratto da “Castelli di rabbia” di Alessandro Baricco

Baricco non è pazzo, ma si diverte a fare il compositore di parole (con risultati degni).

Emanuele

“I pesci non chiudono gli occhi” di Erri De Luca.

Scritto il 21 febbraio 2012 alle 11:58

Pochi mesi fa avevo letto “E disse” di Erri De Luca e pochi mesi fa mi ero lamentato per lo stile dello scrittore che trasuda di amore per i periodi brevi, per le frasi che alla leggibilità contrappongono la ricercatezza dei vocaboli. Dentro me però sapevo che il gioco condotto da De Luca mi aveva affascinato e quando ho visto in libreria “I pesci non chiudono gli occhi” non ho saputo resistere. Perché oltre a ricordarmi sia il mio segno zodiacale che i pesciolini del mio acquario, la quarta di copertina anticipa qualcosa di intrigante per chi, come me, reputa i cambiamenti qualcosa di necessario per il sol fatto di voler rimanere in vita.

Il mio corpo non mi sta a cuore e non mi piace. E’ infantile e io non sono più così. Lo so da un anno, io cresco e il corpo no. Rimane indietro. Perciò pure se si rompe, non importa. Anzi, se si rompe, da lì dovrà venire fuori il corpo nuovo.

Tratto da “I pesci non chiudono gli occhi” di Erri De Luca

In realtà devo confessare che questo libro, col senno di poi, potrebbe condividere qualcosa di più (tristemente?) profondo. Vi spiego: non so se sia colpa dell’ascetismo che, per forza di cose, la vita in un monolocale un po’ impone o se il fatto che in tv dessero solo Sanremo (che ho volutamente perso ed ho “letto” giornalmente a-posteriori un po’ sul web un po’ attraverso i tg) ma le ultime sere di questi giorni le ho dedicate a queste pagine. Il libro però, vede come protagonista un ragazzino un po’ schivo nei rapporti umani che scopre il mondo e gli adulti attraverso i libri. Ovviamente – vi rassicuro – continuo ad avere una vita sociale ma ammetto di amare e godere nel ritrovare spazi tutti miei.

Leggere somigliava a prendere il largo con la barca, il naso era la prua, le righe le onde. Andavo piano, a remi, qualche parola non capìta la lasciavo stare, senza frugare nel vocabolario. In attesa di intenderla, restava approssimata. Dovevo arrivarci da solo, definirmela attraverso altre occasioni, a forza di incontrarla.

Copertina de: "I pesci non chiudono gli occhi" di Erri De Luca“I pesci non chiudono gli occhi” è la storia d’amore estiva dell’infanzia. E’ la tenerezza della scoperta della mano di quella bambina che, fino a qualche istante prima per te era solo un altro essere, qualcosa che non poteva scuoterti all’interno. E’ la strana sensazione che si prova nell’aver pronunciato, in piena inconsapevolezza, una frase che trasuda di romanticismo. E’ la scoperta della parola “amore” stessa: un termine che fino ad una certa età si fatica a comprendere: perché “i grandi” stanno male per essa? Perché farebbero di tutto per averne? Perché sembra così bella ma è intrisa di odio e vendetta? Domande innocenti di un bambino che non l’ha ancora scoperta.

Il tutto, raccontato durante l’estate di poco più di mezzo secolo fa, caratterizzata dal papà che salpa verso l’America alla ricerca di fortuna nel primo dopo-guerra e la saggezza del mare e degli animali che trasmettono verità senza dilungarsi in troppe parole.

E’ un bel libro. Una storia molto leggera accompagnata dallo stile, inequivocabile, che contraddistingue De Luca: sembra sia un uomo incapace di strillare. Non incontri eccessi, non ci sono pagine particolarmente spigolose ma anche le scene più convulse e appassionanti sono raccontate con la stessa velocità. Potrebbe suonar strano ma ti permette di apprezzare allo stesso modo dalla prima all’ultima pagina.

Emanuele

L’apicoltore di Maxence Fermine, un capolavoro senza tempo.

Scritto il 16 febbraio 2012 alle 19:06

Copertina de "L'apicoltore" di Maxence FermineFossi Roberto Benigni, io direi “che ho voglia di fare l’amore con lei… ma non una volta sola, tante volte, ma a lei non lo dirò mai solo se diventassi scemo direi, direi che farei all’amore anche ora qui davanti casa per tutta la vita…” ma non sono Roberto e – soprattutto – mi riferisco ad un libro. Però è stata questa la sensazione: quando non lo leggevo mi mancava. Quando mi immergevo tra quelle pagine, la sua delicatezza, sembrava dovesse rompersi e finire troppo presto tra le mie mani. Maxence Fermine, fosse una donna, avrebbe me come stalker.

L’apicoltore era una perla, un dolce che aspettavo di gustare nei mesi in cui andavo avanti con Dostoevskji… come un’amata che sai che non ti sfuggirà perché il destino l’ha assegnata a te.

Il libro era già garanzia di successo. Mi ero innamorato di Neve, un capolavoro bellissimo che porto nel cuore (e nascosto nel footer di questo blog…) e la descrizione de L’apicoltore non lasciava spazio alle alternative: sarei caduto – tra quelle pagine – come una pera cotta.

Il giovane Aurélien Rochefer, vive in un paesino del sud della Francia alla fine dell’Ottocento, vuole realizzare il suo sogno, fare l’apicoltore. Gli alveari che costruisce vengono incendiati da un fulmine, mentre una misteriosa femmina nera che gli appare in sogno lo invita a raggiungerlo. Aurélien si imbarca per l’Africa, dove passerà di avventura in avventura, tra re ricchi e avidi, mercanti spietati e una Regina delle Api che gli farà un magico dono. Solo al ritorno a casa, egli troverà la forza di dedicarsi a una ciclopica impresa e saprà scoprire dentro di sé un puro amore per l’unica donna che lo ha sempre aspettato.

Descrizione de “L’Apicoltore” di Maxence Fermine

C’è l’Africa. C’è l’oro – il miele – giallo, che mi ricorda il mio giallo interiore di qualche tempo fa. C’è una donna che sai che non scappa, dolce e silente. C’è la ricerca, la necessità di esplorare… ok, non sto facendo una recensione. Sto letteralmente vaneggiando come si fa quando si descrive una persona di cui si è fulminati follemente.

Lo stile di Fermine è sempre fenomenale: con poche parole riesce a trasmettere colori, sensazioni, stati d’animo. Sembra abbia ricevuto il dono della sintesi che non va interpretato come una perdita. Le poche parole che adornano le sue pagine sono una ricchezza e, più volte, ti domandi quante volte sia tornato su un singolo vocabolo prima di giudicarlo come definitivo.

E’ finito prestissimo. Proprio come un dolcino che vuoi assaggiare in tutti i suoi mille sapori, ho tentato invano di rallentarne la lettura. Certe sere leggevo appena due pagine, cercando di ribellarmi a quella incorruttibile legge che prevede che ogni libro abbia – ahimé – l’ultima pagina.

Emanuele

L’idiota di Dostoevskij: il vivere inimitabile.

Scritto il 24 gennaio 2012 alle 20:18

Copertina de: "L'idiota" di DostoevskijIeri sera ho finito di leggere L’idiota di Dostoevskij e dire che sia stata un’avventura impegnativa è dir poco. Le 480 pagine del libro definito “uno dei massimi capolavori della letteratura russanon sono sempre facili da seguire. Vuoi per la miriade di personaggi dagli impronunciabili nomi russi (alcuni esempi: Elizaveta Prokof’evna Myskin, Gavrila Ardalionovic, Ardalion Aleksandrovic Ivolgin) vuoi per i dialoghi ambientati in ricchi salotti della Russia dei primi dell’800, vuoi per gli intrecci familiari non sempre chiari fin da subito, vuoi per la prolissità che, in alcune pagine, diventa estenuante e per gli eventi che si susseguono freneticamente e quasi caoticamente tra storie d’amore, furti, viaggi, malattie, morti, duelli, litigi. Nel mio cammino sono stato molto fortunato perché quando stavo iniziando a leggerlo, un’amica mi ha proposto di farlo insieme e così, per rispettar l’impegno, ho cercato (nei limiti della disponibilità di tempo) di mantenere il passo fino alla fine.

L’idiota narra di un uomo estremamente buono. Dostoevskij lo descrisse in questo modo:

Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto.

Dostoevskij

E il principe Myskin, definito “idiota” perché affetto da crisi epilettiche era un uomo estremamente buono con un senso morale elevatissimo a tratti insostenibile, un uomo capace di mettere la soddisfazione altrui davanti alla sua, cosa che – ovviamente – destava scompiglio nell’animo di chiunque avesse a che fare con lui. A giro, tutti i personaggi entrati a contatto con quell’animo nobile, mostrano – impotenti ed incapaci di ribellarsi a questo destino – il lato più scuro e meschino del loro essere.

Personalmente, a tratti, ho letteralmente odiato il libro. Avevo voglia di arrivare alla fine prima possibile come fosse una tortura cui mi stavo sottoponendo per non so quale scelta. Alla fine però, ieri sera, quando leggevo le ultime pagine, sentivo una sorta di malinconia. Le parole diventavano importanti, si stava concludendo una lunga storia, un libro tenuto vicino al letto per alcuni mesi e il saluto ad ogni personaggio era diventato importante in me. Quando ho chiuso gli occhi ho provato una strana nostalgia.

Potete star certi che Colombo non era felice nel momento in cui scoperse l’America, bensì quando era in viaggio per scoprirla [...] L’importante non era quel Nuovo Mondo, che magari poteva anche inabissarsi. [...] L’importante sta nella vita, solo nella vita, nel processo della sua scoperta, in questo processo continuo ed ininterrotto, e non nella scoperta stessa! [...] Del resto, voglio aggiungere che ogni idea nuova o geniale concepita da un uomo, o anche, semplicemente, ogni idea seria gemmata nella mente di qualcuno, resta sempre qualcosa che è impossibile trasmettere agli altri uomini, anche se si scrivessero interi volumi e si impiegassero anche trentacinque anni nell’intento di interpretarli; rimarrà sempre qualcosa che si rifiuterà in ogni modo di uscire dalla vostra testa e resterà sempre chiuso in voi… (Ippolìt; 3, III)

Tratto da: “L’idiota” – Dostoevskij

L’idiota non è un libro per tutti e bisogna nutrire una gran curiosità per concluderlo senza lasciarlo impolverare. Di morali che si possono trarre da questo romanzo ve ne sono parecchie, una fra tutte è che l’estrema bontà – sebbene regali un onore invidiabile ed indiscutibile – nella vita paga poco a livello umano in quanto non è certezza di soddisfazione personale…

Emanuele

“Il compagno segreto” di Joseph Conrad.

Scritto il 30 settembre 2011 alle 14:55

Copertina de "Il compagno segreto" di Joseph ConradQuesto è un libro speciale. Innanzitutto lo è perché dopo enne libri comprati autonomamente questo mi è stato donato insieme ad una dedica in prima pagina e poi perché può essere paragonato ad una bella tazza di tè. Le sue 100 pagine scarse, infatti, volano letteralmente da una mano all’altra e, alla fine, – come se si trattasse di una bustina dal gusto arabico – tutte insieme lasciano un sapore strano in bocca. Ti sembra quasi Sei sicuro debba esserci dell’altro che dalla tua testa deve partire.

“Il compagno segreto”, nella quarta di copertina, riporta una frase che potrebbe rapire chiunque sia alla ricerca.

Il compagno segreto spiega come si fa, secondo Joseph Conrad, a diventare adulti: bisogna scegliere, ma ciò significa rinunciare a qualcosa di se stessi, non soltanto ai rami secchi, il che non costerebbe nulla; anche a quelli fioriti, persino ai più belli. E questo è molto più difficile.

Personalmente però, sebbene sia facilmente affascinabile da prospettive di lettura simili, penso sia limitante e limitativo sintetizzare il senso del libro in questa frase. Conrad infatti, attraverso un viaggio in mare, presenta il tema del doppio che esiste in ognuno di noi. Luce e buio, bianco e nero che si mescolano, si riconoscono e convivono in una maniera quasi sorprendente scandendo – in momenti diversi ma mai disgiunti – ciò che siamo.

L’autore sceglie bene, sia i personaggi che il luogo. Il mare si presta perfettamente per rappresentare la vita di ogni uomo: un capitano (o qualsiasi marinaio) quando è in balia di quell’oceano infinito su un mezzo che fa affidamento a vele e vento è legato fortemente alle sue scelte. La nostra vita può vivere momenti di calma e attimi di tempesta che profumano della fine del mondo. Per ripartire però, chiunque avrà sempre bisogno di un cappello che galleggia, un riferimento che sappia farci notare il nuovo moto – indipendentemente dalla direzione. Ciò che eravamo può benissimo trasformarsi in quel simbolo gettato in mare che da un senso alla nuova fase.

Come dicevo però, oltre all’ambientazione, i personaggi sono scelti con cura. Il compagno segreto – un capitano che naufrago e fuggiasco chiede aiuto – si trasforma facilmente nell’Io di ognuno di noi che parla sommessamente, che si intende con uno sguardo e che, sovente, riesce persino a prevedere le intenzioni e agire di conseguenza. Il libro si dipana tra simbolismo e racconto, tra introspezione e avventura in mare aperto. Il naufrago verrà accolto e mantenuto nascosto dal resto dell’equipaggio per dar modo ai due capitani di scoprirsi e capirsi fin quando non arriva il momento giusto per dividersi arricchiti – in maniera diversa – reciprocamente.

Penso che dalla mia descrizione si capisca ben poco del libro ma è altrettanta la mia voglia di non scrivere una vera recensione. Sia perché devo ancora digerire quel tè, sia perché – di quella bustina – avrei da parlarne per ore mentre, come ogni viaggio interiore che si rispetti, bisogna saper vivere sia la scoperta che l’abbandono di quanto affrontato.

Emanuele

PS: si, si nota lontano un miglio che è stata una psicologa a regalarmi questo libro… :-)

PPS: si, leggetelo se – nei libri – sapete leggere oltre le storie.

“Sogni di vetro” di Mariangela Camocardi.

Scritto il 27 settembre 2011 alle 19:53

Il rischio non è propriamente un genere letterario, quanto lo stato del lettore che si accinge a scegliere un titolo. Indubbiamente non è sempre un’idea vincente ma – sono convinto – se si leggono sempre e solo i grandi autori (ben sponsorizzati all’ingresso della libreria) tutti gli altri non hanno la possibilità di ritagliarsi un angolino. Probabilmente molti di voi staranno pensando “ma come! Non conosce la Camocardi!“. Ebbene sì, la mia ignoranza non ha limiti e spazia, con estrema facilità, nell’indice alfabetico delle penne italiane.

Copertina de "Sogni di vetro" di Mariangela CamocardiSogni di vetro, così, è stato un po’ questo per me. Trecento pagine comprate quasi a scatola chiusa che non ho neanche iniziato a leggere la stessa sera in cui ho potuto toccarne la copertina (e può sembrare una banalità, ma – nel mio caso – non lo è).

La Camocardi, nella striscia allegata al libro viene tacciata come “la signora del romance italiano” e, in effetti, non mi sento di dar torto alla definizione. “Sogni di vetro” è tra i più classici romanzi che abbia saputo leggere. Struggente al punto giusto, con una travagliata storia d’amore che fa da fil rouge tra baci incandescenti e notti di passione ambientati in una località non precisata ad alcune ore di carrozza da Milano. A tratti ho avuto paura d’aver comprato un Harmony.

In ogni caso si è fatto ben volere. La qualità totale della storia è ben al di sotto della spettacolarità de La solitudine dei numeri primi o di Un giorno ma… probabilmente la signora del romance avrà i suoi estimatori (la striscia indica centinaia di migliaia di copie vendute).

“Sogni di vetro” racconta il travaglio interiore e lo sconvolgimento esteriore della vita di due persone diverse per età e ceto che rimangono legate in seguito ad una notte di passione incontrollata. Una gravidanza non riconosciuta e grandi quantità d’orgoglio riusciranno a far vivere i due in uno stato d’amore e odio.

Se vi consiglierei di leggerlo? Beh, se “amate il rischio” e siete alla ricerca di un romanzo leggero, leggibile (lo stile è molto scorrevole e dopo De Luca e Baricco mi ci voleva) e senza grosse pretese allora fate pure. Se, al contrario, tra le vostre letture volete annoverare solo grandi nomi e racconti indimenticabili… comprate il libro per regalarlo! :-)

Emanuele