Archivio dei post taggati ‘perdersi’

Meraviglia.

Scritto il 7 maggio 2012 alle 9:48

Perso. Irrimediabilmente smarrito nell’istante in cui un martello, di degna fattura, infrange con violenza una delicatissima campana di vetro. L’urto genera onde. Le onde, il mare. E’ tutto ancora fermo quando le vibrazioni decidono di svegliarsi, di far capolino, di donarsi attraverso un tremito inconfondibile. Onde, mare, mare, onde. Perso. Non so più chi sono, non so più dove sono ma so che ciò che voglio è così grande da farmi paura. Io, una torta così, non l’ho mai vista. Io, una torta così, non l’ho mai mangiata né mai ho osato chiederla in dono (sarebbe troppo, sarebbe troppo…). Eppure l’istante è lì, visibile ed invisibile allo stesso tempo. Perché l’istante sfugge, ma l’attimo è eterno. Tutto è rosa, bianco, blu, verde, marrone, giallo, rosso, argento e amaranto. Amaranto. In realtà, è lo stupore a fregarmi. Non ho difese contro la meraviglia.

Emanuele

Le parole.

Scritto il 29 ottobre 2011 alle 23:32

Le parole me le hai date. Ad oggi direi che me le hai concesse forse. Credevo fosse un prestito “a perdere“, un dono lasciato di nascosto sotto il cuscino in una di quelle giornate in cui ti gira tutto per il verso giusto e persino le sorprese più assurde riescono a meraviglia. E invece no. Te le sei riprese. Guardo spesso tra le lenzuola, mi chiedo persino se non le abbia portate io ai piedi del letto. Sotto i miei piedi. Non ci son più, mi accorgo di questo e mi strugge. Cosa ho fatto? Le ho usate come non dovevo?

Questo silenzio non è colpa mia. Io ero la penna.

Emanuele

Camminare, senza più pensieri né storia.

Scritto il 1 settembre 2011 alle 12:50

Pick-up corre nella savana

Quel giorno Emanuele era su un pick-up. Le quattro ruote dentate del mezzo scorrevano veloci tagliando in due un pezzo di savana e il rumore del vento sconvolto dal suo avanzare gli sbatteva violento lungo viso. Guardava avanti quella mattina. Senza maglietta, per godersi al meglio il sole stava comodamente sdraiato nel cassone posteriore, tra due sacchi di arachidi e un bidone pieno di qualche strana farina. Gambe distese, braccia appoggiate lungo le paratie laterali e testa all’insù, guardava il cielo azzurro con un occhio solo. L’altro doveva bilanciare quella grossa stella che in quell’angolo di mondo sembrava più aggressiva del solito. Tutto in quel momento, nonostante le sconnessioni del terreno, appariva incredibilmente perfetto. Non un pensiero triste, non un sorriso forzato. Se l’universo fosse stato in grado di cristallizzare l’istante in cui una gocciolina di sudore fece capolino dalla sua fronte, l’avrebbe fatto. Lei, quella piccola e quasi insignificante creatura dell’universo, quel concentrato di energia riprodotto e distrutto da millenni secondo la teoria che fascinosamente vuole che nulla si crei ma tutto si trasformi era la ciliegina finale di una torta mai vista prima. Quell’uomo, in calzoni corti, coi suoi scarponi e le tasche vuote, in quel momento e per pochi attimi fermò l’intera scena nella sua testa, sostituendosi quasi irrispettosamente, ai limiti imposti alla fisica dell’universo stesso. Quel fermo immagine poteva ruotarlo da tutti i lati, andando a definire il moto parabolico di ogni singola pietrina che gli pneumatici facevano librare in volo. Poteva accarezzare la scia di fumo e terra che dai passaruota si espandeva intorno all’abitacolo, creando varie fettine pettinate dalle sue mani. Poteva persino passare un dito su quell’unica goccia di sudore senza farla esplodere ma carezzandola col rispetto e la lentezza che si riserva alla propria amata nel risveglio silenzioso di una domenica mattina. Lei, quella sfera schiacciata, brillava di varie sfumature dovute ai sali ed alle scorie che il suo corpo aveva diligentemente espulso. Lui lo sapeva e ne sorrideva sommessamente. Non sentiva più nulla sebbene gli fosse chiaro dov’era finito. Avrebbe potuto girovagare nei pressi dell’auto, lasciando tutti i passeggeri del mezzo incantati nel loro moto. Chi dormiva e si era arrestato con la bocca semi aperta nella fase di inspirazione. Chi guidava, fermo con una mano sul cambio che – magicamente – aveva cessato di vibrare e chi cantava, imbalsamato ed incantato tra chissà quale nota pronta a trasformarsi in onde sonore che in pochi, pochissimi istanti, si sarebbero infrante tra i timpani degli altri passeggeri. Avrebbe potuto prendersi tutto il tempo che voleva per rileggere quella scena, per scrutare ogni ruga dei passeggeri, per verificare se una scheggia, insignificante, non avrebbe – di li a poco – terminato la sua corsa conficcandosi e dilaniando uno degli innumerevoli tasselli del pneumatico. Sarebbe potuto balzar giù, eseguire una breve corsa e nascondersi, due secondi, dietro un baobab prima di schioccar le dita per far ripartire la scena, senza di lui. E invece… decise che tutto doveva scorrere.

L’auto, il moto, le pietrine, il fumo, lo sbadiglio, la nota, il vento, il cambio, la terra, il bagliore del sole, la scheggia, il suo sudore. Tutto si mosse, lui non seppe registrarne più la sequenza, l’ordine temporale degli eventi gli sfuggì inesorabile ma, gli era ormai chiaro che perdere qualcosa – nella vita – nascondeva un segreto talmente profondo che molti, nella storia del mondo, avevano desistito dal cercarlo, rifugiandosi tra milioni di ricordi. E lui, non era fatto assolutamente per i rifugi.

E’ così, trasformandomi per una volta (e per la prima volta) in un personaggio dei miei tentativi di scrittura (me lo dovevo questo regalo: finire parola tra le mie parole), che vi informo che questo blog sta provando a cambiar linea per qualche tempo. I motivi non sono da ricollegare all’Africa ed alla sua capacità di mostrarti una vita semplice, quanto piuttosto, ad un disagio interiore che da tempo perdura. Devo ammettere di aver scritto in questi ultimi quindici giorni per voi. Quando tornai avevo seriamente voglia di non raccontar nulla, di mantenere tutto sul mio taccuino, di conservare baci, foto e sorrisi in una scatola solo mia. Poi ho pensato che ve lo dovevo perché mi siete stati accanto in questi anni e perché, a giro, un po’ tutti avete manifestato la voglia di leggere un po’ della mia Africa.

In ogni caso, i più attenti avranno notato che le domeniche successive al mio ritorno non è arrivata alcuna perla di saggezza e che, durante queste settimane, non ho più intervallato i post con argomenti futili, con idiozie tratte dalle mie giornate (e di stravolgimenti, in questi giorni, avrei da raccontarne…), ma è proprio quest’ultima parte che voglio provare ad abbandonare per un po’.

Lasciare scorrere tutto quanto con maggior forza, provare a “non raccontarmi”. E’ qualcosa che, mi son convinto, porterà buone nuove in me.

Emanuele

Respira la tua gioventù.

Scritto il 24 luglio 2011 alle 12:00

Strada rettilinea in un bosco

Inizialmente viaggiamo per perderci, poi viaggiamo per ritrovarci. Viaggiamo per aprire il nostro cuore e i nostri occhi e conoscere del mondo più di quello che riesce a stare nei giornali (…) In sostanza, viaggiamo per ritornare a essere dei giovani pazzi, per rallentare il tempo, farci ingannare e innamorarci di nuovo.

Pico Iyer (scrittore inglese)

Emanuele

(photo credits)

Alla felicità (che vorresti non finisse mai).

Scritto il 4 luglio 2011 alle 17:44

Balliamo. Dimmi di si, «dimmi di si», ti prego. Balliamo e ruotiamo. Fammi sentire il rumore dei tuoi passi a pochi millimetri dai miei, emozionati. Lasciati stringere, lascia che i miei occhi incontrino i tuoi e poi, entrambi e simultaneamente, chiudiamoli. Danziamo. Lasciamo che la musica ci abbracci, ci avvolga e ci renda immensamente felici. Fammi sentire il battito del tuo cuore, fallo scoprire al mio petto. Le mie mani ti possiedono. Ti fanno sentire protetta. Le tue, dietro al mio collo, ricordano alla mia testa che non deve volare. Eppure sta già volando, eppure è così dannatamente persa di te, per te, con te. Lasciala volteggiare, per una volta non trattenerla, regalami l’euforia del momento che saprò trasformare in un eco perpetuo. Accuccia adesso le tue braccia tra i nostri corpi, fa che sentano il calore e che possano ricordarlo quando questa musica sarà finita. Insegna alle mie membra un movimento che sia in piena armonia col tuo. Fa che le mie e le tue siano un tutt’uno. Non farmi cogliere più dove finisce il mio corpo, dove inizia il tuo. Rendimi incapace di pensare che possa esistere, d’ora in avanti, un “me” senza “te“. Torna ancora suoi miei passi, concentrati e controllali. Torna, ritorna. Vai via. Ma torna. Lascia che questa musica possa incantarsi di fronte a ciò che diventiamo. E’ l’unico modo per renderla eterna.

Emanuele

Venezia completamente allagata.

Scritto il 25 maggio 2011 alle 11:13

Non potevo accontentarmi di visitare Venezia solo una volta. Così sabato, invece di riposare due ore dopo pranzo, ho preso l’autobus e sono sceso, da solo, a Piazzale Roma: da lì ho camminato senza sosta tra le varie fondamenta.

Questa volta però non ho voluto seguire il percorso classico “per piazza San Marco” (sebbene sia riuscito ad arrivarci ugualmente) perché, se c’è una cosa che amo fare, quella è perdermi. Perché perdersi è una “condizione interiore” intrigante. E’ la possibilità di vivere l’ignoto semplicemente passeggiando, è l’idea – affascinante – di ritrovarsi a vedere o incontrare qualcosa o qualcuno fortuitamente, in una piazza deserta o in un vicolo che lascia filtrare pochissimi raggi di sole. :-)

Scorcio Venezia - 01 Scorcio Venezia - 02 Scorcio Venezia - 03

Ho iniziato a vagare per calle più o meno piccole e (s)conosciute. Ho osservato un po’ meno l’acqua e un po’ più le costruzioni, ho annusato l’odore umido che fuoriusciva da certe finestre provviste di grate e cercato nell’acqua il riflesso del cielo: mi stuzzicava l’idea che, a Venezia, puoi vedere il cielo persino guardando verso il basso!

Avrei voluto avere ancora più tempo, ma non ero totalmente in vacanza e così alle 18 e 20, dopo una doccia fulminea, ero in Chiesa – in camicia, come se nulla fosse successo – per “la presentazione alla comunità” del battezzando

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Intanto adesso, senza alcun dubbio, posso confermare che Venezia è completamente allagata. :-P

Emanuele

Questo è sempre stato un modo per fermare il tempo e la velocità.

Scritto il 9 ottobre 2010 alle 19:50

Oggi pomeriggio, dovevo andare a duplicare due chiavi e cambiare la batteria dell’orologio così, ho preso la bicicletta ed ho fatto una delle cose più belle che potessi fare: perdermi!  Dieci chilometri percorsi non saprei dirvi dove. 43 minuti (stando al computer di bordo della bicicletta) pedalando con un po’ di musica alle orecchie. Bellissimo.

Alle 18 invece a Messa con mio papà e finalmente ho trovato un sacerdote col quale confessarmi come si deve: nessuna assoluzione meccanica ma un bel dialogo sereno. Quando ha saputo che sono scout m’ha inviato agli incontri neocatecumenali che stanno per iniziare.

Vedremo… sinceramente mi piacerebbe iniziare qualcosa qui. Gli scout purtroppo – al momento – sarebbero un impegno troppo gravoso (anche perché mi aspettano altri mesi di continui cambiamenti) ma poche riunioni serali potrebbero essere piacevoli. :-)

Adesso però doccia, camicia e… ristorante giapponese con alcuni amici! :joy:

Emanuele

La terra dei vespri e degli aranci.

Scritto il 19 settembre 2010 alle 18:21

Ieri sera, insieme ad un amico, ho accompagnato in giro per Palermo un ragazzo ed una ragazza scout venuti dal Lazio (erano organizzatori del gioco del pomeriggio dello Stand UP!).

Monte Pellegrino visto da Mondello (Palermo)

Ho mangiato e visitato luoghi tipici della nostra terra e in tutto quel muoversi e mangiare, mentre la milza si avvolgeva con una panella e un po’ di gelato, Monte Pellegrino è riuscito a rapirmi.

Goethe, quel favoloso promontorio a ridosso sul mare e circondato dalla conca d’oro, lo definì il più bel promontorio del mondo e lo descrisse così:

La purezza dei contorni, la soavità dell’insieme, il degradare dei toni, l’armonia del cielo, del mare, della terra… chi li ha visti una volta non li dimentica per tutta la vita.

E io, ieri, che pensavo che tra nove giorni sarò su un volo verso Milano e che sembra che la vita mi stia donando (per carità) quella direzione riflettevo su tutto ciò che mi mancherà.

A Milano non solo non hanno Monte Pellegrino, ma non hanno neanche un promontorio, uno qualsiasi, sul quale andarsi a perdere. Una panchina che da un lato ti mostra le luci di una città che tra borgate e vicoli vive anche di notte e dall’altro ti fa assaporare il mare nel suo eterno andare e venire.

Ecco, credo che proprio il mare ogni giorno cerchi di parlare, silenziosamente, a tanti giovani palermitani…

Emanuele