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Cose che ho imparato in Cina (secondo round).

Scritto il 7 febbraio 2013 alle 7:23

La mia permanenza in Cina continua e con esso anche le cose che scopro e che posso più o meno apprezzare e condividere. C’è di certo che la Cina che sto vedendo è uno spicchio infinitesimale di quello che l’intera nazione rappresenta: basta fare un salto su Google Maps per rendersi conto che le sue dimensioni comportano differenze abissali tra nord-sud ed est-ovest. Anyway… here we go!

I cinesi hanno scoperto l’acqua calda.

O meglio, più che scoprirla, se la bevono. Sebbene infatti non bevano durante i pasti (considerato esiste sempre che una zuppa ad inizio o fine pasto), se decidono di accompagnare il cibo con qualche drink, allora avranno acqua calda con foglie di tè, o semplice acqua calda. Quando ho chiesto alla traduttrice perché bevesse acqua calda mi ha guardato come fossi un marziano che chiedeva la cosa più scontata del mondo: l’acqua va bollita, punto! Ecco, dopo aver riso (questa parola inizia a darmi un senso di nausea) un po’ mi ha spiegato che l’acqua che arriva nei rubinetti non è buona e così va sempre bollita. Le ho chiesto: “ma allora se arrivi a casa assetata dovrai aspettare che l’acqua sia pronta prima di bere?”. Risposta semplice: un bollitore elettrico è sempre pronto, come qualsiasi elettrodomestico che lasciamo acceso nelle nostre case. In ogni caso le è sembrato così strano che noi bevessimo acqua fresca…

Istruzione.

Ho scoperto che una decina d’anni fa il governo ha tentato una cosa difficilissima ma importantissima. In pratica aveva introdotto degli esami nella secondary school composti da domande che coinvolgevano tutte le materie. L’esperimento non ha funzionato, si sono resi conto che era troppo difficile per i ragazzi di quell’età ma questo modo di ragionare mi piace perché è un allenamento durissimo saper spaziare da un argomento ad un altro, da una materia ad un altra allo stesso modo di un pensiero che scorre nella nostra mente. Ciò tra l’altro richiedeva che gli insegnanti fossero preparati non solo sul loro programma ma anche su nozioni di altre materie. Adesso si è tornati al metodo classico ma i compartimenti stagni non sono mai buoni compagni di viaggio. E poi sarei curioso di vedere i nostri professori alle prese con un sistema simile.

Tetti cinesi

Vita per strada.

In realtà non ho ancora chiaro se sia io a non farmi capire o se davvero il mondo al di fuori da queste parti sia meno peggio di quel che immaginavo. Innanzitutto perché le banche che ho visto non hanno le porte blindate. C’è la guardia, è vero, ma secondo me il terrore di una giustizia che sa usare misure pesanti (che invece non condivido) gioca la sua parte a sufficienza. E poi per ben due volte la traduttrice si è sorpresa nel sentirmi chiedere se fosse tranquillo fare un giro in città dopo cena o se potesse essere pericoloso. Sinceramente non mi è chiaro se abbia posto male la domanda o se seriamente la criminalità in queste città sia ben controllata.

Mezzi di trasporto.

I taxi costano poco. Ho speso circa 1€ quando ci siamo persi (eravamo andati a fare un giro ma la traduttrice non è di questa città e io con quei cartelli scritti in marziano sono peggio di un cieco senza bastone e cane guida…) però sono sporchi, molto sporchi. Il secondo che mi è capitato di prendere puzzava in un modo tale che ho cercato con attenzione un punto in cui sentivo meno puzza ed ho tenuto il naso fisso in quel punto esatto per tutto il viaggio. Lei mi raccontava che quel taxi solitamente lavora nei suburbs così non c’era da aspettarsi molto. In ogni caso hanno i primi 10km a tariffa fissa (che varia da città a città) e poi un costo chilometrico supplementare. Ah, guidano male… come tutti gli altri. La metropolitana ha un prezzo diverso da città a città. A Shanghai varia da 35 a 70 centesimi di euro e dipende dal numero di fermate che si vogliono effettuare (comunque non si paga mai meno di 35 centesimi). Una linea è a levitazione magnetica (e la cosa mi fa sorridere considerato che a Milano, in questi giorni, siamo orgogliosi della avanzatissima linea lilla senza conducente…).

Lavoro.

Anche in Cina è difficile fare l’insegnante. Anche qui c’è già troppa gente che insegna e altrettanta che aspira ad un posto simile ma, parimenti, si dice che bisogna spingere di più sulla cultura per far avanzare il paese rispetto alle altre nazioni. Lo stipendio di un tecnico di fabbrica non è male, al cambio circa 800€ al mese, ma sono le condizioni ad essere diverse in maniera considerevole. Uno dei fattori per cui accade, secondo la traduttrice, è che la Cina è talmente grande che lo Stato non riesce ad arrivare ovunque coi controlli, così anche se esistono vari regolamenti a riguardo (seppur meno restrittivi delle nostri) questi vengono spesso disattesi. Un esempio lampante l’ho avuto nella mensa dell’impianto: prima di sedersi la traduttrice ha dovuto pulire la sua sedia dalla polvere mentre la cucina era quasi completamente allagata. Non sono d’accordo con lei in quanto pensavo all’America: un paese enorme con standard ben diversi.

Casa.

Acquistare casa è complicato anche qui. In città i prezzi al metro quadro sono molto simili a quelli milanesi e una famiglia media deve fare un mutuo per 20-25 anni almeno. Non sempre hanno un numero civico ma, alcune volte, nella via i palazzi hanno un nome. Nei campanelli non appare mai il cognome ma il numero dell’appartamento (un po’ come si fa nel nord Italia).

Matrimonio.

Non ho discusso circa il loro rito (in effetti, considerato che la maggior parte di loro segue gli insegnamenti di Confucio potevo anche chiederglielo) però ho scoperto che tradizione vuole che l’uomo acquisti la casa prima del matrimonio e se non puoi permetterti l’acquisto, niente bella donna accanto (me l’ha riassunta così). Puoi condividere le spese con la moglie, ma almeno l’anticipo spetta all’uomo che quando possibile viene aiutato dalla famiglia. Noi europei ce la passiamo meglio da questo punto di vista. Culturalmente c’è una forte inclinazione verso il matrimonio e chi decide di non farlo non è mai visto di buon occhio dalla famiglia d’origine, specie se si è donne.

Inquinamento.

Mi è capitato di usare la mascherina. Mi raccontava che loro sono abituati a farlo quando sentono l’esigenza. Per me è stato brutto, psicologicamente inquietante. Posso stare attento all’acqua che bevo e al cibo che metto nel piatto, posso lavarmi le mani e tutto il resto ma… cavoli, contro l’aria sei inerme. E’ brutto pensare di doverti difendere in quel modo e che loro accettino questo livello di inquinamento. Anche nel mio viaggio in Africa mancava qualsiasi forma di igiene “occidentale” però non mi sono mai sentito in pericolo.

Telefonia e internet.

Il costo di un abbonamento telefonico + ADSL a casa è – al cambio – 12€ al mese, la linea arriva via cavo e spesso l’operatore ti chiede se vuoi passare alla fibra gratuitamente. La cosa interessante è che ad ogni rinnovo con lo stesso operatore ricevi il raddoppio della banda: 4-8-16…mbit. Devi pagare annualmente l’intera cifra e se vuoi per 15€ al mese hai inclusa anche la tv. Discorso diverso per la telefonia mobile. Non so esporre tutte le tariffe possibili, semplicemente la traduttrice mi raccontava che lei ha solo 30MB di traffico dati al mese, che esiste la possibilità di acquistare pacchetti “con monte ore” piuttosto che con quantità di dati ma – come iniziano a fare gli operatori da noi – hai anche la connessione wifi gratuita ove disponibile (e qui, quella dell’operatore è ben diffusa sul territorio). In ogni caso il pacchetto mobile (con 150 minuti di chiamate) è meno conveniente dei nostri e senza di esso si paga di più quando si è fuori dalla propria città o si ricevono chiamate. Si, anche le chiamate in ingresso hanno un costo a meno che il tuo pacchetto non le preveda come illimitate. Infine, lo stipendio medio italiano, al cambio, è il doppio di quello medio cinese ma l’iPhone costa come in italia e così per loro è very expensive. In giro ho visto comunque vari iPhone e molti cellulari Android. Quando attivi un numero puoi scegliere quello che preferisci ma quelli facili da ricordare (o con numeri positivi visto che i cinesi son superstiziosi) si pagano di più. Lo stesso discorso vale per le targhe delle auto.

Vestiti low cost.

Uno degli argomenti che mi ha appassionato di più è nato dopo averle chiesto come mai in Europa stiano arrivando ondate di cinesi che coi loro negozi hanno invaso ogni città. La sua prima risposta è stata semplice: “qualsiasi uomo vuole sempre più soldi”. E in effetti è vero. L’Europa è un buon mercato per loro, il livello di richezza medio è superiore e così è un piatto da aggredire. Non ho avuto voglia di infilarmi in discorsi ipotetici (tipo “secondo me la mafia cinese ha stretto accordi”) ma comunque mi è stato chiaro che i cinesi, in Europa, hanno trovato un mercato, il loro mercato. Ecco, specifico “il loro” perché – in realtà – i cinesi in Cina non vanno in giro con quella valanga di vestiti malcuciti o dai colori osceni e tossici persino allo sguardo. La traduttrice mi spiegava che probabilmente la qualità dei prodotti non è attualmente paragonabile a quella degli standard europei e per questo hanno deciso di investire in quel mercato. Tra l’altro qui accade molto spesso che, specie le ragazze, vogliano cambiare vestiti continuamente e per questo sono disposte ad avere una qualità inferiore. Filosofia usa e getta in pratica. Il nostro paradigma mentale invece è ancorato a concetti di durata nel tempo e roba simile, così ovviamente quei capi sembrano tutt’altro che buoni. Le ho detto che, per via di questo, gli europei hanno assimilato i cinesi a fabbricanti di prodotti di bassa qualità. Lei mi ha guardato le scarpe. Stavo indossando delle Adidas e sorridendo mi ha detto che la fabbrica dell’Adidas è ad appena un paio d’ore di treno da qui. In effetti ormai qualsiasi cosa è costruita in oriente, anche Kappa, Puma, Nike, Apple costruiscono in Cina e noi europei non vediamo quei prodotti come roba di bassa qualità. Ah, a proposito: un paio di Adidas costa nello spaccio della fabbrica all’incirca 5€. La traduttrice ha riso tanto quando le ho detto che volevo fare un salto in qualche modo da quelle parti per acquistarne due o tre paia (mi dispiace sapere di non avere il tempo…). Ovviamente basta arrivare a Shanghai per trovare dei prezzi in linea con quelli del resto del mondo e vedere svanire quello sconto incredibile. In pratica loro vendono anche prodotti di bassa qualità semplicemente perché esiste quel mercato e nessuno lo stava soddisfando.

Matrimoni gay.

Le ho chiesto anche questo e la pensa abbastanza come noi. Va benissimo se due persone dello stesso sesso si amano (anche se lei adduce il fenomeno a carenze nella famiglia d’origine) ma non è d’accordo con l’adozione di bambini perché un bimbo per crescere ha bisogno di apprendere concetti da due figure con caratteristiche abbastanza diverse (e sono d’accordo anch’io). Anche in Cina è difficile fare outing in famiglia ma a differenza dell’Europa non si è ancora arrivati ad un momento in cui la società manifesta per il riconoscimento di qualche diritto per loro. Esiste da qualche anno il gay-pride in varie città della Cina ma il regime non li pubblicizza più di tanto, tant’è che lei non ne sapeva nulla. Qualche tempo fa leggevo che qui gran parte degli omosessuali finisce col nascondere la propria natura e sposare, comunque, una donna. Forse è per questo che la traduttrice identificava il fenomeno come qualcosa che nasce nel periodo universitario ma che poi rientra da sé con la crescita.

Contare con le mani.

I cinesi possono contare fino a 100 con due mani e non è una prodezza da mago Silvan. Mentre noi possiamo arrivare fino a 10 loro indicano i numeri con dei gesti e così con 5 dita puoi contare fino a 10. In questo modo con una mano fai la decina, con l’altra l’unità. E a proposito di numeri e superstizioni, l’8 porta soldi, il 4 è associato alla morte, il 6 e il 9 sono positivi.

La pena di morte.

Anche la traduttrice concorda con me: non è dato a noi il potere sulla vita di un uomo, però le cose – finché esisterà questo regime – non potranno cambiare. Non so se fosse a conoscenza del fatto che la Cina è attualmente lo Stato sul pianeta che emette più sentenze di condanna a morte (oltre un migliaio nel 2011), le ho mostrato un grafico ma mi è sembrata indifferente. Ipotizzo perché, in alcun modo, questo venga fatto passare come una questione sociale.

L’informazione.

Tutto è filtrato e così anche la TV che si può guardare è solo quella approvata dal regime. L’uso di parabole è proibito, è necessario avere speciali autorizzazioni per installarle ma queste sono date solo ad hotel o in casi speciali. In questo modo la TV mondiale non arriva nelle case dei cinesi. Solo in alcune aree  rurali, dove non arriva il cavo tv, la gente ha usato le parabole ma si permettono di farlo perché in quelle aree i controlli sono rari. Al contrario di noi però la gente sente poco la necessità di scaricare via torrent o mezzi simili in quanto esistono siti degli operatori tv in cui puoi guardare qualsiasi film gratuitamente: se ti registri e paghi eviti la pubblicità, altrimenti devi sorbirti uno spot iniziale. Un esempio è LeTV.com in cui trovi sia film cinesi che esteri. E’ stato divertente scoprire che qui Lupin non è famoso come da noi e che di Sonic loro hanno avuto anche il cartone animato (mentre noi, credo ma potrei sbagliarmi, solo il gioco). In ogni caso la riflessione più profonda che mi torna in mente è che è triste vedere come basti poco per tenere le masse sedate. Non hanno accesso a Youtube, non hanno accesso all’informazione globale ma non ne sentono troppo la mancanza perché i loro portali offrono già tutto ciò che è “approvato” in maniera facile e veloce. La traduttrice, quando non avevo nulla da dire ai tecnici cinesi, guardava film da quel portale sul suo cellulare (con Windows Phone 7) via wifi.

Emanuele

Condivisione.

Scritto il 26 maggio 2012 alle 9:49

- Come si trova un posto per crescere, Enaiat? Come lo si distingue da un altro?
- Lo riconosci perché non ti viene voglia di andare via. Certo, non perché sia perfetto. Non esistono posti perfetti. Ma esistono posti dove, per lo meno, nessuno cerca di farti del male.

Tratto da: “Nel mare ci sono i coccodrilli – Storia vera di Enaiatollah Akbari

Così, tra questa immensità, s’annega il mio pensiero.

Emanuele

Persepolis.

Scritto il 12 dicembre 2011 alle 23:35

Ho vissuto un mese senza tv. Mi son perso qualsiasi spettacolo #primadopoeduranteilweekend degno di nota ma ne ho approfittato per alleggerire la lista di film da vedere. In sequenza alfabetica (come selezioni un film se non hai internet per legger la recensione?) ho finito tutta la serie di Romanzo Criminale (stupenda) e visto 500 giorni insieme, Appuntamento a Belleville, Basilicata Coast to Coast, Charile Barlett, Crash contatto fisico, Essere John Malkovich, La mia vita a Garden State, Ogni cosa è illuminata, Ogni maledetta domenica, Paz! e Persepolis.

Considerata la mia – antipaticissima – decisione di non raccontar più nulla di superfluo (definizione: agg. – eccessivo rispetto al bisogno, non necessario, inutile, ridondante) e considerato che quasi tutto al momento mi sembra tale, ho sorvolato elegantemente sull’impressione che mi ha lasciato ognuno di quei film.

Persepolis

Faccio un’eccezione stasera perché Persepolis è un’altra bella perla. Candidato all’Oscar nel 2007 il film basato sull’omonima graphic novel racconta la realtà della rivoluzione iraniana vista da una bambina-adolescente-ragazza. La storia del velo, la libertà, la guerra, le differenze tra uomo-donna, la visione dell’occidente sia da parte di una islamica progressista che dal resto della popolazione.

Inutile continuare a sprecar parole. Guardatelo e non ve ne pentirete (forse, molto spesso, dimentichiamo tanti aspetti quando valutiamo quegli immigrati…).

Emanuele

Camminare, senza più pensieri né storia.

Scritto il 1 settembre 2011 alle 12:50

Pick-up corre nella savana

Quel giorno Emanuele era su un pick-up. Le quattro ruote dentate del mezzo scorrevano veloci tagliando in due un pezzo di savana e il rumore del vento sconvolto dal suo avanzare gli sbatteva violento lungo viso. Guardava avanti quella mattina. Senza maglietta, per godersi al meglio il sole stava comodamente sdraiato nel cassone posteriore, tra due sacchi di arachidi e un bidone pieno di qualche strana farina. Gambe distese, braccia appoggiate lungo le paratie laterali e testa all’insù, guardava il cielo azzurro con un occhio solo. L’altro doveva bilanciare quella grossa stella che in quell’angolo di mondo sembrava più aggressiva del solito. Tutto in quel momento, nonostante le sconnessioni del terreno, appariva incredibilmente perfetto. Non un pensiero triste, non un sorriso forzato. Se l’universo fosse stato in grado di cristallizzare l’istante in cui una gocciolina di sudore fece capolino dalla sua fronte, l’avrebbe fatto. Lei, quella piccola e quasi insignificante creatura dell’universo, quel concentrato di energia riprodotto e distrutto da millenni secondo la teoria che fascinosamente vuole che nulla si crei ma tutto si trasformi era la ciliegina finale di una torta mai vista prima. Quell’uomo, in calzoni corti, coi suoi scarponi e le tasche vuote, in quel momento e per pochi attimi fermò l’intera scena nella sua testa, sostituendosi quasi irrispettosamente, ai limiti imposti alla fisica dell’universo stesso. Quel fermo immagine poteva ruotarlo da tutti i lati, andando a definire il moto parabolico di ogni singola pietrina che gli pneumatici facevano librare in volo. Poteva accarezzare la scia di fumo e terra che dai passaruota si espandeva intorno all’abitacolo, creando varie fettine pettinate dalle sue mani. Poteva persino passare un dito su quell’unica goccia di sudore senza farla esplodere ma carezzandola col rispetto e la lentezza che si riserva alla propria amata nel risveglio silenzioso di una domenica mattina. Lei, quella sfera schiacciata, brillava di varie sfumature dovute ai sali ed alle scorie che il suo corpo aveva diligentemente espulso. Lui lo sapeva e ne sorrideva sommessamente. Non sentiva più nulla sebbene gli fosse chiaro dov’era finito. Avrebbe potuto girovagare nei pressi dell’auto, lasciando tutti i passeggeri del mezzo incantati nel loro moto. Chi dormiva e si era arrestato con la bocca semi aperta nella fase di inspirazione. Chi guidava, fermo con una mano sul cambio che – magicamente – aveva cessato di vibrare e chi cantava, imbalsamato ed incantato tra chissà quale nota pronta a trasformarsi in onde sonore che in pochi, pochissimi istanti, si sarebbero infrante tra i timpani degli altri passeggeri. Avrebbe potuto prendersi tutto il tempo che voleva per rileggere quella scena, per scrutare ogni ruga dei passeggeri, per verificare se una scheggia, insignificante, non avrebbe – di li a poco – terminato la sua corsa conficcandosi e dilaniando uno degli innumerevoli tasselli del pneumatico. Sarebbe potuto balzar giù, eseguire una breve corsa e nascondersi, due secondi, dietro un baobab prima di schioccar le dita per far ripartire la scena, senza di lui. E invece… decise che tutto doveva scorrere.

L’auto, il moto, le pietrine, il fumo, lo sbadiglio, la nota, il vento, il cambio, la terra, il bagliore del sole, la scheggia, il suo sudore. Tutto si mosse, lui non seppe registrarne più la sequenza, l’ordine temporale degli eventi gli sfuggì inesorabile ma, gli era ormai chiaro che perdere qualcosa – nella vita – nascondeva un segreto talmente profondo che molti, nella storia del mondo, avevano desistito dal cercarlo, rifugiandosi tra milioni di ricordi. E lui, non era fatto assolutamente per i rifugi.

E’ così, trasformandomi per una volta (e per la prima volta) in un personaggio dei miei tentativi di scrittura (me lo dovevo questo regalo: finire parola tra le mie parole), che vi informo che questo blog sta provando a cambiar linea per qualche tempo. I motivi non sono da ricollegare all’Africa ed alla sua capacità di mostrarti una vita semplice, quanto piuttosto, ad un disagio interiore che da tempo perdura. Devo ammettere di aver scritto in questi ultimi quindici giorni per voi. Quando tornai avevo seriamente voglia di non raccontar nulla, di mantenere tutto sul mio taccuino, di conservare baci, foto e sorrisi in una scatola solo mia. Poi ho pensato che ve lo dovevo perché mi siete stati accanto in questi anni e perché, a giro, un po’ tutti avete manifestato la voglia di leggere un po’ della mia Africa.

In ogni caso, i più attenti avranno notato che le domeniche successive al mio ritorno non è arrivata alcuna perla di saggezza e che, durante queste settimane, non ho più intervallato i post con argomenti futili, con idiozie tratte dalle mie giornate (e di stravolgimenti, in questi giorni, avrei da raccontarne…), ma è proprio quest’ultima parte che voglio provare ad abbandonare per un po’.

Lasciare scorrere tutto quanto con maggior forza, provare a “non raccontarmi”. E’ qualcosa che, mi son convinto, porterà buone nuove in me.

Emanuele

Io sono molto calmo ma, nella mente, ho un virus latente…

Scritto il 29 agosto 2011 alle 10:34

Una delle ultime cose dette durante la verifica di fine viaggio è che io, quest’Africa, non volevo catalogarla adesso. Era facile iniziare a descrivere esperienze e sensazioni vissute ma se c’era una cosa che dell’anima senegalese mi era rimasta impressa era il suo sapersi dare tempo.

Se in Africa prendi appuntamento per le nove, devi aspettarti quella persona per le 10 meno 20. Se credi che dopo che arriva un bel gruppetto di giovani puoi far festa coi loro tam-tam, ti stai sbagliando di grosso! Una sera, proprio durante una festa che mi sembrava non partire mai, ero pronto a sfoderare qualsiasi bans mi venisse in testa pur di cambiare la situazione. Ad un certo punto un Padre missionario mi blocca “Emanuele, aspetta, hanno dei tempi diversi…“. Diedi fiducia, tornai al mio posto ed in effetti fu così: la festa partì con un ritmo diverso. Ad un certo punto ballavano… e anche noi con loro (con risultati decisamente diversi, che questi qui hanno il ritmo nel sangue).

Così, in queste settimane, ho cercato di catapultarmi in qualsiasi esperienza fosse possibile realizzare. Ogni volta che qualcuno proponeva qualcosa ero pronto a dir di sì!

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Primo giorno, andiamo a mare, «volete fare un bagno?». Chi per un motivo, chi per un altro rimane sulla spiaggia… io tolgo tutto e via! Secondo bagno nell’Atlantico della mia vita (e rispetto a quello a Finisterre devo dire che questa volta l’acqua era tremilavolte più calda e bella…).

«Vuoi provare a portare un secchio sulla testa?!»: detto… fatto. Cioè, c’ho provato. Il risultato però non è da ricordare in nessun libro dei record (o forse in qualche libro in negativo). Il secchio ovviamente era vuoto, che in quel villaggio per prendere quell’acqua dovevano fare 1km (fortunatissimi!).

Incontriamo dei bambini per strada… e tempo 30 secondi ero senza maglietta e scarpe per essere il più immerso possibile. Dopo mezz’ora mi sono accorto che sotto i piedi loro hanno delle suole (mentre io avevo due bolle… :-| ) ma vuoi mettere il piacere d’aver corso con loro, come uno di loro? Ah, se vi chiedete perché nell’altra foto teniamo la palla con la testa… non domandatelo a me! Sembra – ma non ne ho la certezza – sia un loro modo di “mettersi in posa” quando si festeggia.

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«Vuoi salire sull’asino?!» Ta-dà. In realtà questa non andò esattamente così. Più che altro avevo fatto simpatia al tizio a cui stringo la mano perché avevo sorpreso tutto il villaggio col trucco del fazzoletto che scompare nella mano… così per puro piacere ha voluto la foto di entrambi sull’asino.

Il cavallo invece è una storia a parte (e ho ancora il fondo schiena dolorante) ma l’abbiamo dovuto usare per raggiungere dei villaggi talmente isolati che neanche il pick-up aveva modo di avventurarsi.

La realtà è che di foto simili ne avrei almeno un’altra dozzina e riguardandole mi accorgo proprio di questa mia fame inarrestabile di vivere a pieno ogni secondo. Così come quando ho fatto riparare una vecchia bicicletta per potermi alzare all’alba e scoprire la vita del villaggio prima che gli altri della missione mettessero piede giù dal letto…

Darsi tempo non significa infatti star fermi. I tempi interiori e quelli esteriori possono correre a ritmi diversi e l’idea di “avere due tempi” è qualcosa, ultimamente, che mi affascina parecchio. :-)

Emanuele

PS: nell’ultima foto, con i bambini in posa, in realtà non c’entravo nulla… ma visto che non mi costava nulla rovinare una foto, sono apparso di colpo interrompendo la partita di pallone che stavo giocando!

L’Africa va cambiata. L’Africa non va cambiata.

Scritto il 22 agosto 2011 alle 12:41

Vi chiederete il perché di questo titolo, ma, ancor di più – mi auguro – vi starete chiedendo quale delle due frasi sia quella giusta. D’altronde anch’io me lo son chiesto più volte.

L’Africa vista da lontano va cambiata tutta. Vanno portati i gabinetti, i lavandini, vanno costruite le strade e le ferrovie, va portata la luce e gli spazzolini da denti. Va spiegato che possono usare i cestini per raccogliere l’immondizia e che non è salutare dormire a pochi centimetri da tre capre.

Si, di cose da cambiare in Africa se ne possono elencare milioni ma ho imparato che non è tutto vero o giusto. Persino il lavoro dei missionari, in certi villaggi può e deve trasformarsi in una presenza secondaria che non stravolge gli equilibri (ma di questo proverò a parlarne successivamente…).

Africa - 01 Africa - 02

L’Africa infatti non è solo malnutrizione. L’Africa è anche una cultura, la cultura africana. Tu sei cresciuto con quella occidentale ma non è detto da nessuna parte che sia la migliore. Vuoi un esempio? Semplice: l’africano ha una capacità nel camminare 10 volte maggiore della tua. La tua cultura – dunque – sei sicuro sia la più salutare?

Ecco. C’è un’altra Africa. Rimane la malnutrizione e la difficoltà nel curarsi ma non bisogna forzare l’africano a vivere in case ammattonate in ceramica e con le finestre coi doppi vetri. L’africano vive bene con le capre fuori la sua capanna.

In una delle visite a Koungheul, siamo stati accolti a casa del Prefetto. Un uomo di sessant’anni che per trent’anni ha lavorato a Dakar, in città, tra i palazzi, tra i taxi (seppur vecchi), tra le bancarelle e l’acqua che arriva dal rubinetto. Andato in pensione è tornato a Koungheul. Nel giardino di casa, recintato per sua fortuna in muratura, quel pomeriggio vivevano e giocavano le nipotine con capre, anatre e galline a pochi passi. I figli e le figlie studiano all’università di Dakar. Perché un uomo che per anni ha servito lo Stato, che avrebbe come vivere a Dakar (e che può mantenere i figli all’università), dovrebbe mai decidere di tornare in un villaggio in cui esiste una sola strada, in cui se devi fare una visita medica ti toccano almeno 100km o che ha una piccola centrale elettrica che ogni 3×2 si guasta lasciando quell’unica strada di transito senza corrente elettrica?

Lui, in quel villaggio c’era nato e cresciuto. Poco importano le comodità. O meglio, non dovrei assolutamente definirle così. Per l’uomo africano abituato da sempre a vivere in piccoli villaggi dove si coltivano arachidi con aratri trainati da asini tutto quelle che sono “comodità occidentali“, sono cose di cui non sente il bisogno. Un po’ come l’orientale che non può vivere senza il suo tatami e che per noi è assolutamente inutile.

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Questione di punti di vista. Il valore delle cose non è mai assoluto ma sempre relativo. Tu non vedi un valore in me o in qualcosa perché in maniera assoluta io o quella cosa possediamo un tesoro. Lo vedi perché – magari – rispecchia e completa una tua necessità.

Ecco perché l’Africa non va cambiata. Ho visto africani denutriti, è vero e su questo probabilmente c’è ancora da fare ma non è detto che tutti debbano avere la luce. Sapete, mentre giocavamo i bambini erano soliti togliere le scarpe. I loro piedi erano talmente abituati a correre scalzi che le scarpe erano un fastidio. Noi quando usciamo di casa pensiamo, al contrario, che sia importantissimo indossare un paio di scarpe e a meno di dover calpestare un bel prato non decidiamo mai di camminare scalzi. Tutto è relativo.

L’africano non si lamenta perché la sera non può vedere l’Isola dei famosi. L’africano vive una vita diversa ma anche lì scorre serenamente. I giovani dei villaggi, la sera – al buio – si incontravano per stare insieme. In una delle stanze della missione, quelli cristiani, si incontravano per fare le prove del coro domenicale e anche loro organizzavano feste a base di musica e carne alla brace (solitamente carne di facocero che – devo dire – è persino più gustoso del maiale…). Nell’ultimo villaggio in cui siamo rimasti in quei giorni si stava svolgendo anche un torneo di calcio (sia femminile che maschile).

La vita esiste anche là e l’Africa non è solo quei bambini appollaiati come degli avvoltoi su una terra arida che fanno tanto stringere il cuore. Con ciò non voglio trascurare tutte le difficoltà che interessano quella terra (vedi le tante epidemie che la affligono…), semplicemente però vorrei che la si guardasse anche con occhi diversi (e l’associazione delle donne di cui vi parlavo l’altro giorno, in un villaggio di appena 80 anime, ne è la testimonianza) perché chi vuole andare in Africa pensando di doverla stravolgere completamente, non ha capito nulla né del suo ruolo né dell’Africa.

Emanuele

Abbandonare i preconcetti.

Scritto il 19 agosto 2011 alle 18:19

La prima cosa descritta quando è arrivato il momento di presentarci è stata la mia voglia di libertà. Ero partito per l’Africa convinto di non dovermi aspettar nulla e di dover abbracciare qualsiasi esperienza mi fosse stata offerta. Avevo lasciato l’orologio, avevo abbandonato il cellulare, avevo deciso che non avrei mantenuto i contatti con gli amici. Non era la stessa Africa che han cercato e vissuto gli altri ma era esattamente come sentivo di doverla vivere io. L’Africa doveva essere un momento mio, diverso. Io, dovevo provare a pensare diversamente.

Birra in caso d'emergenza.

Dopo un paio di giorni di conoscenza divenne palese che un’altra del gruppo mi veniva dietro. Gli altri lo facevano notare attraverso battutine velate e io – da bravo – facevo finta di non comprender nulla e me ne stavo sulle mie.

L’intera prima settimana, senza rendermene conto, stavo vivendo libero da tutto tranne che dai miei preconcetti. “Non voglio rovinare la mia esperienza e neanche la sua“, “non voglio modificare gli equilibri nel gruppo“, “non voglio fissarmi su qualcosa che posso ritrovare anche in Italia…” e così via. Nonostante fosse una ragazza molto interessante e mi trovassi bene a discutere e scherzare con lei, quando vedevo qualche segnale di avvicinamento mi ritiravo indietro. Ero il solito me.

Avevo ripreso con tutta una serie di ragionamenti che ogni volta mi porta forse a non vivere per dar voce ad un particolare senso di responsabilità verso tutto il resto. Qualcosa che tra educazione scout e bisogni familiari particolari si è instaurata in me in maniera pesante. Più passavano i giorni però, più mi chiedevo quanto non fosse stupido tutto ciò. Perché dovevo preoccuparmi di tutte quelle cose? Perché dovevo decidere io se fosse un “rovinarle l’esperienza” provare a lasciarmi andare? Perché dovevo occuparmi dell’equilibrio del gruppo? Se anche fosse stato vero tutto quanto… non poteva esser vero anche l’esatto opposto? Forse quella ragazza era anche il segno di questo cambiamento. Un’offerta che dall’Alto, stava a dir qualcosa e che potevo – per l’ennesima volta – prendere o lasciare andare. E io, che finalmente e dopo anni, mi ponevo domande simili… potevo far passare l’occasione senza darle un minimo di considerazione in più?

Così una sera, ho provato a pensare diversamente. Ho preso un grande lenzuolo, il cavalletto e la macchina fotografica e sotto quel bel cielo africano ho proposto una veglia alle stelle. Tutti sdraiati col naso all’insù abbiamo fatto tardi parlando delle cose più assurde. Io però, persino in quel momento, provavo a rimanere sulle mie mantenendomi concentrato sulla macchina fotografica e un po’ defilato dalle risate. Volevo ancora, per l’ennesima volta, capire quanto fosse giusto.

Pian piano andò via il primo e poco dopo anche la seconda del gruppo si trasferì a letto. Rimanemmo solo io e lei. Io continuavo a scattare foto, lei continuava a smuovere il mio braccio quando – finito di giocare con le impostazioni – tentavo di far memorizzare a quel miracolo dell’umanità composto da obiettivo, diaframma e sensore fotorecettore, una cartolina del cielo.

Una rana quella sera gracidava molto vicino, probabilmente era nascosta tra qualche pianta a pochi metri. Sempre più vicini ed incuranti di quel rumore poco rassicurante (oh, se ti salta addosso non è piacevolisimo!) si chiacchierava come se quella notte potesse durare all’infinito e non c’era bisogno di dormire. Nessuno dei due aveva fretta di rientrare.

Non so se sia stato l’ennesimo gracidare fastidioso o qualche zanzara che pungendomi mi fece sobbalzare verso di lei ma, tutt’un tratto la stavo baciando. Mi stava baciando.

Il resto non ve lo racconto, ma la settimana successiva è cambiata inesorabilmente. Non è successo nulla di sconvolgente, nessuno del gruppo ha sofferto nulla, né io né lei abbiamo vissuto male o chiusi a riccio e adesso non posso che esser felice anche di questo. Ho provato a vivere “una storia di una settimana” che per tanti altri motivi non volevo portare in Italia e che per come son fatto non avrei mai fatto nascere. Qualcosa che diventa l’ennesimo regalo di quest’Africa misteriosa e sconvolgente. Il segno che altro in me deve ancora cambiare ma che se ha compiuto il primo passo è già sulla buona strada… perché è da tempo che sono convinto che so vivere tutto con leggerezza tranne i rapporti interpersonali.

Che io – mi sa – non ho bisogno di una donna. Ho bisogno di una donna che mi prenda a gomitate perché il tempo mi ha disegnato malissimo.

Emanuele

PS: la foto, scattata sulla nave verso l’isola degli schiavi, mi sembra perfetta. Sia perché Goree era il luogo in cui quegli uomini perdevano la possibilità di decidere della loro vita, sia perché – a volte – piuttosto che un giubotto di salvataggio, si ha bisogno di quella sana pazzia che solo una bella sbronza può assicurarti…

Correte finché non la trovate!

Scritto il 31 luglio 2011 alle 12:00

Donna a braccia aperte su una collina

Non lasciatevi intruppare dai dogmi, dalle uniformi, dalle dottrine,
non lasciatevi turlupinare da chi vi comanda, da chi vi promette, da chi vi spaventa,
da chi vuole sostituire un padrone con un nuovo padrone, non siate gregge perdio,
non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello,
ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile,
artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà,
la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere.

Oriana Fallaci (giornalista italiana)

Emanuele

(photo credits)