Archivio dei post taggati ‘lavoro’

Compostaggio.

Scritto il 23 dicembre 2011 alle 18:32

L’ultimo giorno di lavoro dell’anno guardi i minuti con un fare diverso. Li conti. Ne mancano trenta, ne mancano venti, ne mancano cinque. Ad un tratto ti ritrovi fuori, con le spalle all’edificio, coi passi che bramano l’auto per il freddo e un brivido ti attraversa ogni parte del corpo senza distinzioni. Non per il freddo però, non questa volta. Il brivido lo avverti per tutto ciò che quell’edificio significa. L’ultimo giorno di lavoro dell’anno avresti tantissime cose da dire e invece ti ritrovi, abbracciato in un cappotto, con una strana voglia di silenzio. Come se tutto quel che senti, quelle parole, quel freddo, quei sorrisi, quelle strette di mano, quell’incredibile agglomerato di emozioni che vorticosamente trattieni debbano esser cullate ancora per un po’ dentro te, lasciandole invisibili a chi – andando di fretta – attraversa la tua strada coi fari accesi. Sensazioni che avran bisogno di un nuovo anno per esser smaltite.

Emanuele

Cavallo, bastone e carota.

Scritto il 26 ottobre 2011 alle 11:47

Risulta meschinamente ironico il fatto che – il sottoscritto – sia un lavoratore italiano da un anno e il governo, proprio in questi giorni, stia aumentando l’età pensionabile di 12 mesi. In pratica non ho fatto un emerito…

Ottimo. Inizio ad ipotizzare che per fotterli, non mi rimane che tentare di lavorare 16 ore al giorno e raddoppiare l’anzianità.

Penso che Marchionne approverebbe…

Emanuele

Enel Energia (l’energia di andarvene a fanc…).

Scritto il 29 settembre 2011 alle 10:41

Se avete bisogno d’aiuto, non contattate l’Enel attraverso la chat sul sito sebbene vi sia scritto “Live chat con un nostro esperto”. :-|

Operatore: Buongiorno, sono Naike 520 di Enel Energia!Hai già visto le nostre offerte commerciali?
Operatore: come posso esserti utile?
Cliente: salve
Cliente: avrei bisogno di attivare un contratto per un mese
Cliente: sono inquilino di un appartamento ma non ho domicilio nè residenza in quella casa, è possibile?
Operatore: luce o gas?
Cliente: luce
Operatore: vi serve solo per un mese?
Cliente: si
Operatore: dovresti attivare per poi disattivare
Cliente: è possibile anche se non ho domicilio o residenza in quell’appartamento?
Cliente: esiste una forma di contratto temporaneo?
Operatore: non te lo so dire
Cliente: (possibilmente con qualche agevolazione)
Operatore: il contatore è presente e disattivo?
Cliente: è presente
Cliente: nel display indica “cessata” come utenza
Operatore: sarebbe un subentro
Cliente: e dunque?
Operatore: in questo caso io ti consiglio di contattare il numero verde per informarti sul fatto di fare il contrtto temporaneo
Operatore: se ti dicono che non e’ possibile lo puoi fare online
Cliente: scusa ma questa chat a che serve se le domande devo farle al numero verde?
Operatore: ci occupiamo di OFFERTE COMMERCIALI
Cliente: e quella di cui ho bisogno io come si configura?
Operatore: ti sto solo dicendo di informarti per vedere se lo puoi fare per un mese
Operatore: sarebbe piu’ conveniente per te
Operatore: altrimenti lo facciamo online subito
Operatore: per me e’ uguale
Cliente: e nuovamente, pensavo di poter usare questa chat per INFORMARMI
Cliente: è ridicolo questo servizio, arrivederci.

L’operatore ha chiuso la chat senza salutare.

Roba da defacciargli il sito.

Emanuele

L’Africa è anche colpa degli africani (e del caldo).

Scritto il 26 agosto 2011 alle 14:01

Questo è un discorso delicato e va preso con le pinze perché da il là a tutta una serie di persone che nell’Africa vedono solo inciviltà e una terra distante dal mondo dei soldi (o vicina al mondo dei soldi facili) ma credo sia dovuto per coloro che verso l’Africa provano compassione e ne vorrebbero il riscatto (e, probabilmente, di tutti i paesi in via di sviluppo simili ad essa).

Come sapete avevo difficoltà a dialogare, non ho mai studiato francese e le lingue locali erano arabo per me, così le volte in cui incontravo qualcuno in grado di parlare inglese lo spolpavo come farebbe un cane con qualsiasi osso dopo una settimana senza cibo. Sfruttavo le occasioni tanto che, più di una volta, gli altri del gruppo dovevano avvertirmi che era ora di andare.

Africa - 01 Africa - 02

In una delle visite a Koungheul, dentro la scuola ho avuto la fortuna di incontrare un giovane insegnante. Ha frequentato l’università a Dakar, ha condiviso la stanza (una stanza) con altre sei persone per via dei costi degli affitti insostenibili e adesso è tornato dalle sue parti. Insegna ma è anche un ricercatore. E’ un pedagogista così mi sembrò la persona migliore (probabilmente – scientificamente – più preparata di me ad affrontare il problema) per parlare degli africani.

E qui viene la parte che forse qualsiasi innamorato dell’Africa vorrebbe non dover sentire o riferire mai: una parte della colpa dell’Africa è da attribuire agli africani stessi.

Quel ragazzo (che ha il mio indirizzo e-mail ma che purtroppo ad oggi non mi ha scritto e mi dispiace terribilmente) mi raccontava infatti che l’africano, molto spesso, non vuol far nulla per cambiare la sua situazione. Vive le giornate senza costruire più di tanto se stesso in prospettiva futura. E’ un fenomeno che avvertiva direttamente dai giovani che frequentavano le sue classi: molti di essi, nonostante non avessero altre scuse tardavano ad arrivare in classe.

Si smonta qui il mito della diligenza del bambino africano che in certi dibattiti europei suona spesso così: “se solo avesse un banco e una sedia studierebbe il triplo di un occidentale“. Tutto il mondo è paese e anche in Africa in tanti non vogliono studiare. Anche in Africa in tanti saltano la scuola senza particolari motivi. Tra l’altro, approfondendo meglio il fenomeno, quel ragazzo/insegnante mi spiegava che spesso le famiglie non spingono più di tanto i giovani a studiare ma… non li spingono neanche a trovarsi un lavoro. Semplicemente oziano sotto il sole.

Ho scritto “il sole“, perché io mezza analogia la vedo con la terra da cui provengo, la Sicilia. Un mondo in cui le cose non sono poi così diverse, vuoi per il passato dominato dagli arabi, vuoi perché il clima (non identico ma molto simile) porta per natura a star fermi. Questa è una cosa che il nordico (e spesso i politici che non comprendono le ragioni dell’arretratezza del sud ignorano) non può capire. Se il freddo ghiaccia le mani e bisogna coprirle, il caldo spinge l’uomo (l’animale!) a star fermo all’ombra. E’ una forma di sopravvivenza. La pressione tende ad abbassarsi, bisogna proteggersi dai colpi di sole e di calore… e – vuoi o non vuoi – tutta la società, il progresso e la cultura di una popolazione finisce per essere influenzata da un fattore climatico, qualcosa che sembra spesso così distante da ciò che si pensa sia frutto esclusivamente di una buona volontà.

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L’Africa (intesa come situazione sociale), così, non è solo colpa dello sfruttamento dei secoli scorsi o della mancanza d’acqua che oltre a non far bere non permette neanche la coltivazione (con cosa irrighi i campi se anche avessi 1000 semi in più da piantare?) ma anche di un fattore climatico e, consequenzialmente, di uno stile africano che non è portato all’iperattività.

L’insegnante, facendomi sorridere, mi raccontava che ai suoi alunni porta spesso come esempio proprio l’Europa. Diceva che se questo lato di mondo è così “civilizzato” (passatemi il termine, non esprime precisamente il concetto) è merito degli europei che la mattina si svegliano e sanno che devono studiare o lavorare sodo. Ovviamente per rompere il mito occidentale (a lui) ho fatto il discorso inverso. Tutto il mondo è paese e anche qui c’è chi non vuol studiare, chi a quarant’anni vive ancora sotto il tetto di mamma, chi cerca i soldi facili e non si preoccupa del futuro…

Continuando mi raccontava di come lui, nonostante fosse estate, quella mattina era venuto lì per studiare senza ascoltare gli inviti dei suoi amici di rimanere con loro a bere tè sotto una tettoia di paglia. Fortunatamente ho incontrato anche altri giovani (anche ragazze, che magari si pensa abbiano meno opportunità!) che come lui credevano nell’istruzione, nella cultura e nell’università come strada per l’emancipazione sociale. In ogni caso, dopo aver sdoganato questo mito nella mia testa – per deviazione professionale (anche se lo scoutismo non è una professione) – all’insegnante dicevo che molte delle sue conclusioni erano giuste e condivisibili ma che era importantissimo farle conoscere in giro. Gli ho chiesto perché non organizzasse con altri giovani attività extra-scolastiche, incontri estivi coi più piccoli e così via… tutti mezzi che – in Europa – funzionano non tanto per far scomparire i mammoni, quanto almeno per farli riflettere. Mi ha detto che ci stava pensando, che aveva l’incarico in quella scuola da appena un anno ma che era sua intenzione fare qualcosa (magari insieme ai missionari). Io, adesso, vorrei la sua e-mail anche per fargli forza in quest’avventura…

Emanuele

Il compito più bello per un missionario è quello di non far nulla.

Scritto il 25 agosto 2011 alle 14:28

Chi leggerà questo titolo e si fermerà ad esso penserà “ma vedi che tipo… il solito che non vuol far nulla!“. Bene, non è così.

Una delle prime sere del viaggio mi son trovato a confrontarmi con gli altri partecipanti della “spedizione“. Una ragazza si lamentava perché fino ad allora non si erano scavati pozzi o dipinte pareti (parafrasando…). Il nostro ruolo si era limitato alla visita di varie famiglie del villaggio, alla condivisione di un pranzo o una cena e poco altro. Ci si chiedeva insomma se realmente questo viaggio fosse stato ben organizzato o meno.

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Il preconcetto con cui parte tanta gente dall’Europa, infatti, spinge a credere che il missionario sia il super-eroe (o il piccolo eroe perché c’è anche una buona fetta di “no, devo rimanere umile!”) che in quindici giorni fa schizzare l’acqua dal terreno o che ripara una cinquantina di banchi prima dell’inizio delle nuove lezioni. Parte con una carica (positiva, per carità) così grande che non riesce a star fermo. Devo ammettere che per qualche istante anch’io ho creduto di star facendo troppo poco.

La realtà però è un’altra e ancora più bella. Ve la spiego però con un esempio laico, ben distante dalle religioni e dall’Africa.

Pensate ad una coppia gay (tema molto attuale in questo periodo) derisa e abbandonata dal resto dalla società per via della loro forma d’amore poco convenzionale. Secondo voi, per loro, è più importante sapere che c’è qualcuno che crede in loro, che gli fa forza e li spinge a perseverare nel loro cammino oppure ricevere due settimane d’ospitalità in un letto bello comodo?

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Ecco. Se si entra in questa dimensione, qualsiasi viaggio in Africa, anche senza scavare pozzi, diventa una missione. E missione a quel punto non è solo quando ti cambi d’abito ed inizi ad imbiancare una parete ma – ancora prima – quando ti svegli e uscendo fuori dai il buon giorno sorridendo a qualche bambino che è lì ad aspettarti.

Fare questo passo quando si parte verso paesi in via di sviluppo è importante, altrimenti si corre il rischio di tornar delusi… ma non per colpa della proposta, quanto perché le nostre aspettative desideravano qualcosa che non è necessario.

Diventare missionari non è imporre e realizzare i nostri desideri quanto accogliere, riconoscere e adoperarsi per il bisogno di chi si ha di fronte. Fosse anche un semplice abbraccio.

Emanuele

PS: no, il lavoro duro non è mancato.

#133: L’accompagnatrice.

Scritto il 26 luglio 2011 alle 12:50

Amico: guarda quel signore con quella ragazza di colore al suo fianco!

Io: vabbé, può permettersela, non la fattura, è tutta in nero…

Ma io, li merito davvero amici così?!

Scritto il 22 luglio 2011 alle 11:26

Quest’anno, il giorno del mio compleanno, ero reduce dal funerale di mio zio. Scesi a Palermo ma praticamente non ebbi modo né di festeggiare (figurarsi), né di incontrare gli amici.

Oggi, a distanza di mesi, è in arrivo una torta con un corriere direttamente dalla Sicilia. Sono questi i momenti in cui ti chiedi a cosa servano i social network se, al contrario, starne fuori ti tiene alla larga da tantissime relazioni illusorie regalandoti esclusivamente amici su cui potresti contare persino nei periodi più neri. Doveva essere una sorpresa ma per motivi logistici (qualcuno doveva essere a casa per riceverla) l’ho saputo prima e finalmente mi son spiegato perché, all’inizio della settimana, un amico mi mandò un sms: “Manu, mi dici dove abiti di preciso che sto calcolando quanto vivo distante dai miei amici?”. Uno di quei messaggi assurdi che però ti dici “ogni tanto queste idee idiote, in un momento di fancazzeggio, le hai anche tu…” e così rispondi senza sospettar nulla. :-|

Siccome però non ha senso una torta senza amici intorno al tavolo da oggi a Lunedì ospiterò un amico in arrivo da Palermo, uno da Treviso, una da Modena e una da Milano! Sarà bello passare con loro l’ultimo weekend prima dell’Africa… :-)

Emanuele

PS: e ci sarebbe da discutere per ore sul fatto che la società odierna faccia credere che il benessere sia aumentato quando invece si parte dai propri cari proprio come 1000 anni fa e impone che i giovani alla ricerca di un futuro debbano disperdersi in giro per il mondo.

La gente non vuole cambiare il mondo.

Scritto il 13 luglio 2011 alle 21:11

Me ne accorgo sempre dalle piccole cose. Dalla carta buttata a terra senza pensarci troppo, al colpo di clacson che arriva quando non parti in mezzo millisecondo dopo che scatta il verde. Tante piccole cose in cui, di tanto in tanto cado anch’io (come l’auto in doppia fila).

Se c’è una cosa che però mi da tremendamente fastidio, quella è vedere buttare del cibo. Provo un fastidio interiore che so paragonare solo a quello del sentire una bestemmia quando qualcuno per sazietà (o anche per via di gusti “particolari”) lascia mezza pietanza sul piatto. Sono stato abituato fin da piccolo che ciò che si ha nel piatto lo si mangia fino in fondo e non credo che i miei genitori siano stati speciali nel sapermi abituare in un certo modo né io lo sia stato nel recepire i loro insegnamenti. Sarà che ho la buona abitudine di saper sopportare ma quando a me qualcosa non piace particolarmente, la mangio in silenzio e faccio questo sforzo.

In questo periodo, nella mensa dell’industria, vedo tanti operai che buttano il pane. Qualcuno mangia la mollica, qualcun altro preferisce lasciarlo a metà; quando sono soddisfatti – per il sol fatto di non averlo apparentemente pagato (gli è dovuto un pasto completo) -  lo lasciano sul vassoio che verrà svuotato.

Non voglio fare il solito discorso “in Africa i bambini blablabla” perché è un discorso inflazionato e adatto probabilmente a sensibilizzare i più piccoli (ai più grandi dell’Africa importa ancora meno). Non ho mai fatto la fame a casa mia. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che non ha mai fatto i conti col conto in rosso a fine mese ma non per questo certi Valori sono stati trascurati. Tanti di quegli operai alla fine del mese protestano perché non arrivano alla terza settimana eppure sanno concedersi il lusso di buttare il pane. E’ tremendo.

Sono cresciuto con l’esempio della formica che non trascura neanche la più piccola delle molliche. Ogni briciola in più è un pizzico di fame in meno. Somma queste briciole e fai un pasto in meno. Fosse anche solo una cena abbondante in meno al mese.

Io, nonostante non debba mantenere nessuna famiglia, nonostante abbia uno stipendio quasi sicuramente superiore a quello di tanti operai, quando prendo il pane in mensa e poi non lo mangio faccio una cosa semplicissima: prendo 3 tovagliolini e lo avvolgo.

Torno a piedi, verso l’ufficio, con in mano la bottiglietta d’acqua e il pane rimasto. La sera, a casa, in questo periodo c’è un panino in più. Di giorno, in questo periodo, nel cestino dell’umido della mensa, c’è un panino in meno.

Basterebbe davvero così poco per iniziare a cambiare il mondo…

Emanuele

PS: perché è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare.