Archivio dei post taggati ‘guerra’

Ukraine is burning.

Scritto il 20 febbraio 2014 alle 20:16

Trenta minuti ben spesi se, come me, avvertite che l’informazione pubblica stia trascurando (quasi in maniera sospetta) una rivoluzione che sta avvenendo, in queste settimane, a pochi passi da casa nostra.

Emanuele

Straziante poesia.

Scritto il 22 gennaio 2014 alle 12:48

Tra terme sulfuree, goulash dal sapore delicato accompagnati da birre ungheresi, chiese ortodosse, sinagoghe, memoriali e tanto dolore ai piedi, ho esplorato questa città definita da molti la più bella del Danubio.

Budapest - Stile liberty Budapest - Violini

“I am not sure that the discovery of love is necessarily more exquisite than the discovery of poetry”.

Tratto da “Memoirs of Hadrian” di Marguerite Yourcenar

Bella e triste aggiungerei io. Bella perché è una città in ri-crescita, con una affascinante metropolitana (la più vecchia dell’Europa occidentale), piena di pub e ristoranti dal carattere sempre evidente, con queste terme all’aperto dal sapore ottocentesco che ti fan sognare la vita negli ultimi due secoli, con un passato che affonda le sue origini nell’impero romano e turco successivamente. Triste per la storia difficile che ha vissuto nell’ultimo secolo (ebrei, deportazione, olocausto, nazismo). Una città che gioca con l’incantesimo, che riempie le sue strade di statue e di luoghi di contemplazione. Una città, probabilmente, attenta a non soffrire ancora, qualità – quest’ultima – tutt’altro che banale.

Emanuele

“Nel mare ci sono i coccodrilli – Storia vera di Enaiatollah Akbari” di Fabio Geda.

Scritto il 19 marzo 2012 alle 20:34

Oggi so che si può anche concludere un libro con le lacrime agli occhi. “Nel mare ci sono i coccodrilli”, scritto da Fabio Geda, non è semplicemente un libro: è una storia che dovete leggere. E dico dovete ma il verbo, imperativo, che vorrei usare ma che non trovo, è ancora ugualmente insufficiente. Sotto il titolo leggerete “Storia vera di Enaiatollah Akbari” e credo che questa storia andrebbe fatta conoscere nelle scuole, nei centri educativi giovanili, nelle stanze in cui si parla di immigrazione, nei parlamenti in cui si discutono decreti che coinvolgono gli extra-comunitari.

Copertina de: "Nel mare ci sono i coccodrilli - Storia vera di Enaiatollah Akbari" di Fabio GedaEnaiat è un bambino che a 9 anni si ritrova da solo contro la vita: non per qualche tragedia terrestre ma perché la madre, per salvarlo da un futuro incerto, lo abbandona spronandolo ad andare avanti nella vita. A nove anni. Mi vengono i brividi e mi sento disgustosamente fortunato al confronto. La sua è una storia come centinaia di migliaia di altre vite, questa volta però non vi arriva di sfuggita durante un articolo di 30 secondi nel telegiornale serale. Nel libro si ripercorre la sua storia, gli otto anni più duri, intensi, spaventosi e crudeli che si possano augurare ad un qualsiasi essere umano. E questa volta si legge il lieto fine, ma tanti altri altri non hanno la sua stessa “fortuna“.

Mi torna in mente l’Africa, mi tornano in mente certi discorsi affrontati con alcuni ragazzi senegalesi che mi raccontavano che il passaporto potevano anche farlo per andar via ma che – dopo che paghi – non è detto che il visto te lo accettino: e lì perdi tutto, soldi e speranze. Mi torna in mente tanto altro che dell’Africa non vi ho mai raccontato perché sono ingrato, un testimone incapace. Enaiat parte da un’altra terra dura: l’Afghanistan. Nel suo percorso si porta dietro, fino alla fine, la sua comunanza coi talebani, quelli che la società occidentale ha stigmatizzato come esseri demoniaci facendo – al solito ed ingiustamente – di tutta l’erba un fascio.

Enaiat dormirà per terra per anni, dormirà nei parchi, dormirà sulla sabbia, dormirà dove capita e quando – per la prima volta nella sua vita – gli verrà dato un pigiama, faticherà persino a comprendere cosa sia. Enaiat lavorerà per anni in fabbriche spacca pietre e la tenera età non conta e non fa differenze: si lavora da mattino a sera, spesso anche schiavizzati, senza stipendio ma semplicemente con la possibilità di dormire e ricevere un pasto. Un futuro senza evoluzioni da cui scappare, clandestinamente. Ma la condizione di clandestini non è semplice, quando i TG raccontano di un barcone di immigrati approdato sulle coste di Lampedusa la società li avverte quasi come dei turisti dispettosi che abbiano deciso di visitare un villaggio turistico in bassa stagione. Il viaggio, per loro, non è così. Così come non è simpatico rimanere chiusi per giorni nel doppiofondo di un camion, piegati e al buio, ammassati con tanta altra gente tanto da pensare di dover morire lì dentro. Senza possibilità di comunicare “mi arrendo, scendo qui”, senza cibo, senza acqua e con una bottiglia in cui raccogliere i tuoi escrementi.

La storia ti fa comprendere anche perché, certi immigrati, arrivano da queste parti con la necessità di rubare: la vita non gli ha mai mostrato strade diverse per sopravvivere. Ti fa comprendere anche cosa possa significare vivere in un luogo in cui persino i soldi perdono senso: averli serve a poco se ogni giorno combatti per rimanere in vita, se devi dormire in un fosso per non farti trovare, se devi camminare per giorni per lasciare il tuo paese e nel percorso qualcuno non resiste come te e devi abbandonarlo come carne che concimerà la terra.

Il diciottesimo giorno ho visto delle persone sedute… Erano sedute per sempre. Erano congelate. Erano morte. Erano lì da chissà quanto tempo. Tutti gli altri sono sfilati di fianco, in silenzio. Io, a uno, ho rubato le scarpe, perché le mie erano distrutte e le dita dei piedi erano diventate viola e non sentivo più nulla, nemmeno se le battevo con una pietra. Gli ho tolto le scarpe e me le sono provate. Mi andavano bene. Erano molto meglio delle mie. Ho fatto un cenno con la mano per ringraziarlo. Ogni tanto lo sogno.

Tratto da: “Nel mare ci sono i coccodrilli – Storia vera di Enaiatollah Akbari

Dovete leggere questo libro. Dovete farlo conoscere. Dovete raccontarlo. E’ un dovere morale e rimane ugualmente poco, così come poca cosa è stato il mio post-Africa fin ora, ma che so – troverò, prima o poi – un modo nella mia vita per far fruttare in maniera decente o mi sentirò sempre complice e carnefice di strorie come quella vissuta da Enaiat.

Emanuele

PS: lo stile del libro, la bellezza narrativa, la genuinità di certi passaggi che suonano quasi un diario personale da cui non separarsi, tutte cose che ho apprezzato, passano decisamente in secondo piano questa volta (e se ho divorato il libro in due giorni un motivo ci sarà).

E’ un grande giorno per il pianeta delle scimmie.

Scritto il 4 maggio 2011 alle 9:27

No, non si può esultare per l’uccisione di un uomo. Chiunque esso sia. Rifletto da un paio di giorni riguardo l’uccisione più o meno efferata (e più o meno voluta durante l’irruzione) di Osama Bin Laden che ha fatto esultare l’America (ma non solo lei) come fosse l’Indipendence day.

Non si può. So bene che Osama è stato un terribile terrorista, il mandante (presunto o meno – che di teorie complottistiche ne è pieno il mondo) di efferati crimini verso l’umanità. So bene che tanta gente ha perso figli, fratelli, genitori quell’11 Settembre di 10 anni fa. So bene che dichiarava d’essere nemico dell’America. Però non si può esultare.

Perché chi esulta non potrà più scandalizzarsi davvero quando, dall’altro lato del mondo – o della fazione – si esulterà per un militare preso in ostaggio ed ucciso in 24 ore. Sarà la stessa identica cosa, vista da due posizioni diverse.

Era un’occasione questa. La cattura di un terrorista come Osama era l’occasione per l’occidente – che si dichiara sempre evoluto riservando l’incivilità esclusivamente ai paesi orientali come se la selezione naturale avesse contraddistinto geneticamente l’intelligenza di nord e sud, est ed ovest – per mostrare la sua superiorità, la sua effettiva modernità.

E invece così non è stato. “Giustizia è stata fatta” sono state le parole di un Presidente neo-nobel per la Pace. Quelle parole mi suonano dentro come un occhio-per-occhio dente-per-dente terribile e pericoloso. Una freccia sparata che inviterà la controparte a rispondere al fuoco. Un nobel per la pace che si esprime così, poi, mi da modo di rivedere la mia simpatia nei confronti di un presidente che mi ha fatto sognare un reale cambiamento per l’intero occidente. “Ha usato parole sbagliate”, mi ripeto da giorni, tentando di giustificarlo.

Giustizia non è mai fatta attraverso la violenza.

Mi rendo benissimo conto che Osama era un peso enorme per qualsiasi Stato. Se lo rinchiudevi in qualche carcere lo processavi poi per una eventuale scarcerazione? Non era ridicola di per sè l’opzione? E se condannato alla pena di morte (tutt’ora, anacronisticamente, presente in America) lo seppellivi poi da qualche parte rendendo – di fatto – quel terreno luogo di visita per curiosi o “estimatori” del grande terrorista relegandogli un posto nella storia futura?

Si è scelto di farlo sparire per sempre non tanto per le ragioni filosofiche descritte dal discorso pronunciato a reti unificate, quanto, più verosimilmente, per un fardello indiscutibilmente grosso da gestire. Funerale celebrato in fretta sulla strada del ritorno e via.

Non l’ho con l’America da questo punto di vista: sono sicuro che Italia, Francia, Germania, Inghilterra e chi più ne ha più ne metta non si sarebbero comportate diversamente.

La gente, come una grande massa, non riesce a non pendere da quella parola di rivalsa ed inondare le strade esultando. L’esaltazione, lo strumento probabilmente peggiore per garantire un futuro di pace. Perché siamo i primi a dire che gli islamici sono degli “esaltati”.

Io mi chiedo come si possa giustificare una cosa simile ad un bambino: “lui era un cattivo, dunque è stato eliminato”. Ma allora tutti i cattivi che il bambino incontrerà nella sua vita potrà eliminarli, no? Proverei ad usare altre parole immagino. Parole che non potrebbero che sfociare in qualche piccola menzogna, per non fargli credere che questo mondo insegue ancora la legge del taglione. Qualche anno dopo però, son sicuro, lo capirebbe da solo.

Perché tutta questa evoluzione non c’è. Tutto questo gran cambio di mentalità non esiste. Anni fa mi dissero, in ben altre circostanze, “è facile amare chi ci ama, è difficile amare chi non ci ama. Probabilmente la vera chiave di volta è solo questa.

Fondamentalmente viviamo in un mondo dissociato, dove il dire e il fare seguono due percorsi diversi, dove si proclama e acclama a gran voce Beato e Santo un grande Papa ma poi non si ha la capacità di seguire i suoi insegnamenti. Dove ci si professa civili e dalla parte dell’uomo e poi si continua ad uccidere. Non riesco e non si può esultare proprio perché non c’è stato alcun passo avanti. L’uccisione di una capocchia di spillo nel mare di una società che insegue valori antichissimi (soldi, fama, sesso, potere) in maniera cieca non è una conquista: è l’illusione di essersi mossi rimanendo comunque sulla stessa strada.

Non giustifico Osama. So bene cosa era. Non mi piace però neanche vedere che non compiamo mai passi avanti, che la storia non riesce realmente ad insegnarci nulla bensì serve solo a rivangare fango su fango, offese su offese.

Questo stile ci ha portati fin qua e questo stile ci porterà allo stesso modo all’anno 3000.

Ecco, non so se ho più voglia di festeggiare realmente l’avanzare delle stagioni. Avanzare. Ah-ah. Che roba assurda che ho scritto.

Emanuele

Cannoni e cannoni.

Scritto il 26 marzo 2011 alle 8:46

Trovo assurdo che uno Stato vieti la produzione di Cannabis e permetta – al contempo – la produzione di armi.

Non mi drogo, non fumo (non l’ho mai fatto e non trovo motivi reali per iniziare adesso) ma certe incongruenze dovrebbero essere fatte notare con maggior forza. E non venitemi a dire che produrre Barrett M85, carri armati, arei da caccia (e rivenderli anche a Stati esteri) sia meno pericoloso che mantenere una piantagione di marijuana.

Ah, per curiosità, guardate quant’è lunga la “lista di armi da fuoco portatili“.

Queste cose mi spingono a pensare, sempre con maggior forza, che questo “occidente civilizzato e paladino della giustizia” tanto giusto e pulito poi non lo sia e che i vari Bin Laden che spuntano nel tempo poi tanto pazzi come vogliono farceli apparire non lo siano.

Emanuele

PS: si, quella di Bin Laden è una bella provocazione…

PPS: Italia e Francia erano i due principali fornitori di armi in Libia.

Italiani: la soluzione? Le smart grid!

Scritto il 25 marzo 2011 alle 13:38

Io in questi giorni sono felice per sto cavolo di terremoto e per questa cavolo di situazione in Libia. Sono felice e lo dico tranquillamente. No, no, non sono felice per i morti, per i rifugiati, per la gente che scappa dalla propria terra ma sono felice lavorativamente parlando perché mesi fa ho scelto di fare una bella tesi.

Il nucleare è saltato (per il momento però che il governo ci riproverà…) e la dipendenza dal petrolio sta mostrando i suoi limiti (anche su altri piani oltre quello prettamente energetico) e così finalmente ho sentito parlare, qualche sera fa, in tv di Smart grid, un termine che nessuno in Italia portava alla bocca fino a pochissimo tempo fa. La mia tesi, visto che non ve l’ho più raccontato, si intitolava proprio così:

Smart Grid ed implementazione con OSIsoft PI-System
per la gestione intelligente di una rete elettrica.

No, non ho la soluzione in tasca… ma possiamo parlarne ed è proprio questo che mi rende felice. :-)

Aver scelto di fare una tesi senza seguire un tracciato consigliato dal professore ma aver concordato l’argomento con un’azienda che si occupa di automazione industriale (così adesso sapete meglio che faccio oggi per lavoro), mi ha dato la possibilità di approfondire temi che nei prossimi anni diventeranno sempre più caldi e importanti e mi sta regalando un posto in prima fila nei futuri progetti di energy management.

La smart grid, ve la riassumo in due righe così: immaginate che ogni dispositivo diventi parte integrante (intelligente) della rete, che comunica col resto dell’infrastruttura meta-informazioni non semplicemente inerenti al suo fabbisogno ma anche sul contesto in cui opera (temperature, pressioni, meteo storico e previsto, statistiche d’utilizzo e così via…) permettendo di ottimizzare la produzione di energia. Se nella smart grid (globale!) si integrano anche fonti di energia rinnovabile con le loro previsioni (sono fonti altamente discontinue) il risultato è un’energia meno costosa (per tutti: produttori e consumatori) e meno inquinante (potendo fare – in percentuale maggiore – affidamento sulle rinnovabili).

Vi avevo detto che l’avrei riassunta in maniera semplice (dietro c’è una marea di tecnologia da mettere in piedi che era proprio argomento della tesi) ma una volta tanto devo anche darvi una bella notizia: l’ENEL, con il progetto Energy@Home è stata persino d’esempio per l’America. I “contatori intelligenti” installati qualche anno fa nelle vostre case sono un primo (e piccolo) esempio di cosa significhi rendere tutti “parte attiva di una rete elettrica”.

Ecco. Non sarò sicuramente io a farci i miliardi, però ho passato vari mesi su quella tesi. Ho letto paper scientifici, confrontato soluzioni, valutato percorsi e progetti pilota messi in piedi un po’ da tutte le parti del globo.

Sono felice perché magari è la volta buona che invece di ripartire col classico paradigma che tutti i nostri politici ripetono da mattina a sera (nucleare-petrolio-nucleare-petrolio…) come dei pappagallini ignoranti, magari quelle due bellissime paroline entrano finalmente in voga.

E con esse… :roll:

Emanuele

Il contrasto è la chiave di volta.

Scritto il 6 marzo 2011 alle 12:00

Sole e spighe di grano in controluce

La notte non è mai così nera come prima dell’alba
ma poi l’alba sorge sempre a cancellare il buio della notte.
Così ogni nostra angoscia, per quanto profonda prima o poi
trova motivo di attenuarsi e placarsi,
purché lo vogliamo. Sappiamo che c’è la luce perché c’è il buio
che c’è la gioia perché c’è il dolore, che c’è la pace perché c’è la guerra
e dobbiamo sapere che la vita vive di questi contrasti.

Tratto da “Notte infinita” di Romano Battaglia

Emanuele

(photo credits)

Gli americani non sono così bravi come sembrano.

Scritto il 11 novembre 2010 alle 17:36

Io proprio non lo capisco. Io l’ho con gli americani. L’ho con Obama. L’ho con la sua amministrazione e, sorprendentemente per voi, oggi ho voglia di scriverlo qui a chiare lettere.

L’America si è sempre premurata di correre in ogni angolo del pianeta in soccorso di popoli sotto assedio. In Iraq, con questa scusa è lì da anni e governa, gestisce le aree, aiuta la popolazione. Spende miliardi di dollari ogni anno per queste “missioni di pace”. E io, proprio per questo, l’ho con gli americani.

Ultimamente mi chiedo perché non si preoccupino di invadere l’Italia! Contiamo così poco noi?!

Io vedo già da troppo tempo lesa la mia libertà d’informazione, la mia dignità di italiano con diritto al voto. Vedo offesa e diffamata la mia moralità con un governo (rappresentante del popolo) che si fa conoscere all’estero per i suoi festini privati. Che di giorno professa l’amore per la famiglia, per certi valori, e la sera quelle stesse parole muoiono investite dalle auto che si recano ad Arcore.

Ditemi, ditemi voi perché. Americani, che dobbiamo fare per impietosirvi abbastanza? Devo trovare del petrolio? Lo vado a comprare! Quanto ne volete? Quanti barili? Ditemi ditemi.

Però cavolo, invadeteci. Arrestate quel dittatore. Processatelo e poi dateci anche un Obama tutto nostro. Anche “meno abbronzato” (cit.), fate voi, però non lasciateci così, oppure dovrò iniziare ad uscire per strada – io – col burqa tra qualche tempo.

Motivi religiosi? No. Vergogna. Grande e profonda vergogna.

Emanuele