Archivio dei post taggati ‘foto’

Per aspera sic itur ad astra.

Scritto il 18 aprile 2012 alle 11:26

Palermo con sfumature sul giallo

Potrai perderti, potrai partire, ma il giallo, sarà sempre lì ad attendere il tuo ritorno.
Per decadi e decadi.

Emanuele

PS: e siccome son buono, vi dico che la parola giallo – lì, al centro della foto e della frase – non è assolutamente casuale.

Music has changed. The snow must go on.

Scritto il 2 febbraio 2012 alle 22:05

Neve su neve

Per un siciliano rimarrà pur sempre un mare. Un mare di freddo.

E, così, saprà riderne e – in silenzio – aprir le braccia in piena notte per una breve nuotata verso l’alto.

Emanuele

So delicate, so pure.

Scritto il 16 gennaio 2012 alle 15:36

Prima imbiancata invernale

But it’s you, so delicate, so pure, enough to seem unreal.
Yes it’s you, so delicate, so pure, it’s so hard to believe.
I love your laugh, the way you say my name.
I want to be hard, I wanna know your pain, I was so wrong, but now I see the truth.
I blame it on my youth and I’m coming back to you.

Elisa – So delicate, so pure

Emanuele

Così schiusa e preziosa tu fosti per me.

Scritto il 5 gennaio 2012 alle 15:31

Mondello - Molo

Mondello, pochi pomeriggi fa.

Emanuele

Tentativi e poco più.

Scritto il 14 settembre 2011 alle 10:16

La realtà è che più passano i giorni, più mi sembra di non avervi saputo dir nulla sull’Africa. Quei post che hanno caratterizzato la fine d’Agosto rappresentano un misero tentativo che mi lascia insoddisfatto. L’Africa è stata milioni di altre cose messe insieme e, purtroppo, gli strumenti digitali non permettono di trasmettere le emozioni come mi piacerebbe fare.

Africa - 01 Africa - 02 Africa - 03

Ieri sera – finalmente – ho selezionato un po’ di foto. Flickr limita gli account gratuiti a 200 foto, così il numero è esiguo. Ne avevo scattato oltre 1800 (e quasi altrettante ne avevano fatte gli altri partecipanti del viaggio) così – capite bene – anche questa selezione è un tentativo misero e insufficiente per rappresentare le mie sensazioni. Ognuna di quelle foto nasconde una storia, un momento particolare, odori e sapori.

In ogni caso, trovate le foto qui e se volete vederne qualcuna in più, potete sempre regalarmi un account Pro. Se invece qualcuna di esse vi colpisce particolarmente, segnalatemela e proverò a trasformarla in storia

Emanuele

Ogni volta che mancherà l’acqua a casa.

Scritto il 31 agosto 2011 alle 16:42

Africa - 01

Ogni volta che vi sembrerà un fastidio non trovare l’acqua fresca in frigo, ogni volta che vi sembrerà una sfortuna che l’acqua calda dello scaldabagno sia finita tutta. Ogni volta che troverete scomodo dover riempire una brocca d’acqua piuttosto che comprare quelle (orrende) bottiglie al supermercato. Ogni volta che la vasca da bagno vi sembrerà poco piena. Ogni volta che il sol fatto che non vi hanno offerto un bicchiere d’acqua vi indisporrà. Ogni volta che acquisterete una bottiglia d’acqua e la getterete senza averla finita completamente. Ogni volta che – a tavola – si svuota una bottiglia e bisogna decidere chi è più vicino al frigo per prendere la successiva. Ogni volta che “mamma, ma io volevo la Coca Cola!”. Ogni volta che spenderete 20 centesimi acquistando l’acqua da un’azienda che appoggia l’idea che questo bene primario possa essere privatizzato.

Africa - 02 Africa - 03 Africa - 04
Africa - 05 Africa - 06 Africa - 07

Guardate queste foto. Tornate su questo post. Salvatelo, stampatelo. Non aggiungo altro, ho già avuto un brivido ogni volta che, attraverso l’otturatore della macchina fotografica, inquadravo scene simili.

Emanuele

L’accoglienza di questi uomini è impareggiabile.

Scritto il 30 agosto 2011 alle 16:12

Tra gli aspetti più toccanti e belli con cui ci si scontra in Africa la disponibilità e l’accoglienza hanno un ruolo fondamentale. E’ qualcosa che non ti spieghi ma che – magicamente – esiste. Uno dei missionari mi raccontava che il senegalese è un uomo tipicamente propenso alla cordialità e te ne accorgi subito, quando il saluto non è definito da una semplice stretta di mano ma da un’intera sequenza di azioni con le mani che girano e giocano tra loro per concludere con un pugno sul proprio petto.

Africa - 01 Africa - 02

Eppure, da bravo malpensante, me lo son chiesto – e l’ho anche chiesto – se non esistesse la mafia lì. La risposta è stata che, piccoli furti di galline e pecore a parte, una mentalità mafiosa stenta ad attecchire proprio perché il senegalese vive già bene con quel poco che ha. Non pretende molto di più.

Tutto questo però si trasforma in qualcosa di più profondo e intenso quando ti ritrovi in giro per i piccoli villaggi dell’Africa più dura, distante da quel briciolo di civilità chiamato Dakar.

In quel tempo, seduto di fronte al tesoro, il Signore Gesù osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Marco 12, 41-44

In uno dei villaggi visitati, infatti, il capo villaggio ci raccontava che oltre la metà delle persone faticava ad arrivare ad un pasto al giorno. La notizia in sé non era un fulmine a ciel sereno perché di storie simili ne raccontano anche i meno blasonati dei report televisivi. La cosa che – in realtà – sconvolge è che nonostante quel grave problema l’intero villaggio si era fermato per noi. Molti degli uomini che solitamente avrebbero passato la mattina coltivando erano rimasti nel villaggio in attesa del nostro arrivo. Le persone con cui eravamo in contatto avevano mandato persino due cavalli per trasportarci fino al villaggio (irraggiungibile col pick-up). Dopo una bella presentazione però è arrivato il momento del pranzo ed è lì che mi è tornato in mente quel passo del Vangelo.

Non potevo rifiutare il cibo perché la condivisione della giornata – per loro – era un regalo enorme però ogni boccone che masticavo era una domanda in più che si conficcava dentro. Queste persone, cui manca praticamente il cibo per sopravvivere, erano state in grado di sfamare tutto il nostro gruppo.

Quante volte la nostra pseudo-povertà ci spinge a credere di non poter fare di più? Con che coraggio possiamo definirci poveri ed incapaci di donare quel centesimo in più a chi ce ne fa richiesta?

Africa - 03 Africa - 04

Sono andato via da quella gente felice, tanto quanto erano stati felici loro di mostrarci il pozzo o la macina in cui trasformavano in polvere arachidi, soia e qualsiasi altro ingrediente fosse possibile conservare per il periodo della siccità. Felice non per questo però, o tantomeno per l’idea che – molto probabilmente – è tutta gente che nella mia vita non rivedrò mai più. Ero felice, semplicemente perché mi avevano messo di fronte alla mia incredibile avidità.

E’ questa l’Africa che ti brucia dentro, che ti scotta e ti lascia un segno. Non è il caldo a sconvolgerti. E’ questa capacità di donarsi, quasi irrazionalmente, che batte qualsiasi tuo slancio di altruismo: sarà sempre e comunque infinitamente più insignificante. Perché anche il mio andare in Africa, anche il mio spendere interamente quattordicesima e ferie con loro, anche il mio imbiancare la parete di una biblioteca… quanto poco vale rispetto ad una persona che non avendo il cibo per sopravvivere decide che è giusto e doveroso offrirtene una parte?

Qualche giorno fa, prima di tornare al lavoro, ho preso un gelato in centro a Milano. Subito dopo ho chiesto un bicchiere d’acqua e mi è stato presentato – come consuetudine qui al nord – un bicchierino poco più grande di una tazzina. E’ quella l’acqua “prevista” se non vuoi comprare una bottiglietta. Quant’è disumana quella che noi chiamiamo civiltà?! In quel villaggio, per farci pulire le mani dopo il pranzo, portarono un pentolino con l’acqua che avrebbero usato per bere; quell’acqua che – raccontavano – scarseggia facilmente nel pozzo (e vorrebbero tanto averne un altro più profondo) e infatti, nonostante si fosse sporcata delle nostre mani, l’acqua rimasta tornò nella damigiana posta all’ombra di un grande albero…

Capite quando dico che non tutta l’Africa va cambiata? Sono così avanti rispetto a noi…

Emanuele

Io sono molto calmo ma, nella mente, ho un virus latente…

Scritto il 29 agosto 2011 alle 10:34

Una delle ultime cose dette durante la verifica di fine viaggio è che io, quest’Africa, non volevo catalogarla adesso. Era facile iniziare a descrivere esperienze e sensazioni vissute ma se c’era una cosa che dell’anima senegalese mi era rimasta impressa era il suo sapersi dare tempo.

Se in Africa prendi appuntamento per le nove, devi aspettarti quella persona per le 10 meno 20. Se credi che dopo che arriva un bel gruppetto di giovani puoi far festa coi loro tam-tam, ti stai sbagliando di grosso! Una sera, proprio durante una festa che mi sembrava non partire mai, ero pronto a sfoderare qualsiasi bans mi venisse in testa pur di cambiare la situazione. Ad un certo punto un Padre missionario mi blocca “Emanuele, aspetta, hanno dei tempi diversi…“. Diedi fiducia, tornai al mio posto ed in effetti fu così: la festa partì con un ritmo diverso. Ad un certo punto ballavano… e anche noi con loro (con risultati decisamente diversi, che questi qui hanno il ritmo nel sangue).

Così, in queste settimane, ho cercato di catapultarmi in qualsiasi esperienza fosse possibile realizzare. Ogni volta che qualcuno proponeva qualcosa ero pronto a dir di sì!

Africa - 01 Africa - 02 Africa - 03

Primo giorno, andiamo a mare, «volete fare un bagno?». Chi per un motivo, chi per un altro rimane sulla spiaggia… io tolgo tutto e via! Secondo bagno nell’Atlantico della mia vita (e rispetto a quello a Finisterre devo dire che questa volta l’acqua era tremilavolte più calda e bella…).

«Vuoi provare a portare un secchio sulla testa?!»: detto… fatto. Cioè, c’ho provato. Il risultato però non è da ricordare in nessun libro dei record (o forse in qualche libro in negativo). Il secchio ovviamente era vuoto, che in quel villaggio per prendere quell’acqua dovevano fare 1km (fortunatissimi!).

Incontriamo dei bambini per strada… e tempo 30 secondi ero senza maglietta e scarpe per essere il più immerso possibile. Dopo mezz’ora mi sono accorto che sotto i piedi loro hanno delle suole (mentre io avevo due bolle… :-| ) ma vuoi mettere il piacere d’aver corso con loro, come uno di loro? Ah, se vi chiedete perché nell’altra foto teniamo la palla con la testa… non domandatelo a me! Sembra – ma non ne ho la certezza – sia un loro modo di “mettersi in posa” quando si festeggia.

Africa - 04 Africa - 05 Africa - 06 Africa - 07

«Vuoi salire sull’asino?!» Ta-dà. In realtà questa non andò esattamente così. Più che altro avevo fatto simpatia al tizio a cui stringo la mano perché avevo sorpreso tutto il villaggio col trucco del fazzoletto che scompare nella mano… così per puro piacere ha voluto la foto di entrambi sull’asino.

Il cavallo invece è una storia a parte (e ho ancora il fondo schiena dolorante) ma l’abbiamo dovuto usare per raggiungere dei villaggi talmente isolati che neanche il pick-up aveva modo di avventurarsi.

La realtà è che di foto simili ne avrei almeno un’altra dozzina e riguardandole mi accorgo proprio di questa mia fame inarrestabile di vivere a pieno ogni secondo. Così come quando ho fatto riparare una vecchia bicicletta per potermi alzare all’alba e scoprire la vita del villaggio prima che gli altri della missione mettessero piede giù dal letto…

Darsi tempo non significa infatti star fermi. I tempi interiori e quelli esteriori possono correre a ritmi diversi e l’idea di “avere due tempi” è qualcosa, ultimamente, che mi affascina parecchio. :-)

Emanuele

PS: nell’ultima foto, con i bambini in posa, in realtà non c’entravo nulla… ma visto che non mi costava nulla rovinare una foto, sono apparso di colpo interrompendo la partita di pallone che stavo giocando!