Mi trovo al ventiquattresimo piano del Platinum Hanjue Hotel di Pinghu, a 10km dalla costa cinese e 90km da Shanghai. Fuori è buio, la differenza di fuso con l’Italia (7 ore) mi rende ancora un po’ insonne così ne approfitto per buttar giù qualche riflessione a caldo.
L’economia.
Sto asssorbendo tante cose in questi giorni, sto conoscendo la Cina “non turistica”, quella fatta di aree industriali enormi e, forse per la prima volta nella vita, mi accorgo di trovarmi in un posto che non mi affascina.
Ho davanti agli occhi il risultato dell’attuale equilibrio economico mondiale in cui la produzione di qualsiasi bene viene demandata all’oriente.
Gli omini dagli occhi a mandorla, cercando di trasformarsi in una super-potenza hanno accettato qualsiasi richiesta scendendo a compromessi sempre più devastanti per la loro terra. Mi chiedo spesso in questi giorni se si siano accorti di cosa sia diventato il loro cielo. La colpa ovviamente è di noi consumatori, considerato che scrivo attraverso un computer “made in China” e che stamattina mi son fatto prestare un alimentatore con spina cinese in quanto il mio adattatore – prodotto in Cina – non andava bene. “Una terra che non ha firmato neanche quel misero protocollo di Kyoto” ripetevo nella mente mentre dall’aereo vedevo un cielo giallo e grigio allo stesso tempo. Una cappa bruttissima che non ho mai visto neanche nelle zone più inquinate della Lombardia. “Qualcosa che forse l’Ilva… chissà.”.

Il lavoro.
Quella qui sopra è la vista dalla mia camera dell’hotel. In questa zona l’inquinamento dell’aria mi ha quasi messo paura. L’interprete mi raccontava che il governo sta spostando tutte le industrie verso il sud del Paese per concentrare la produzione vicino al mare (sia per gestire meglio lo scarico rifiuti, sia per favorire i trasporti delle merci). Quest’area però non è semplicemente “industriale” come può esserlo l’hinterland delle nostre città. Quest’area è bombardata da industrie che scaricano fumi in cielo (e chissà cosa nel sottosuolo) ad un ritmo molto più violento del nostro. Stasera, poco prima di andar via dall’impianto in cui sto lavorando, ho visto arrivare una dozzina di pullman. Istintivamente ho pensato che quella via (interna all’area industriale) fosse un passaggio obbligato per quei mezzi (considerato lo stato pietoso di certe strade fuori), in realtà erano appena arrivati i pullman per riportare gli operai a casa. Vecchi, sporchi, roba da residuo bellico ancora in piedi. Tutto mi sta suonando come “ma vedi che posto triste in cui vivere”.
L’ammirazione per l’occidente.
Le condizioni di lavoro hanno standard così distanti dai nostri. Si fuma ancora dove si vuole: dentro, fuori, persino nelle stanzette della mensa. Noi negli uffici abbiamo sedie con cinque rotelle (che quattro non sono omologate), loro delle specie di poltroncine che si usavano all’ingresso degli studi medici negli anni novanta. Ah, gli anni novanta. Come mi ricorda gli anni novanta lo sfarzo di questo albergo da 100€ a notte. Il legno in mogano scuro dell’arredamento si intreccia continuamente con elementi in oro giallo. “I cinesi sono un po’ fatti così” sostiene mia sorella via Skype, io però non li capisco. La stanza sembra arredata (benissimo, per carità) come le camere di lusso degli hotel anni ’90. Quelle che vedevi un po’ nei film americani 20 anni fa con lo specchio tondo e la cornice grossa dorata, con la lampada in ottone (una, l’altra è un vaso in stile cinese). E’ tutto pulitissimo qui. Prima di partire mi avevano avvisato: “vedrai, i cinesi trattano gli europei con i guanti”. E così quando l’autista mi accompagna verso l’impianto vedo gente con dei risciò che cammina per strada e quando entro nell’hotel (che ha una musichetta ronzante, continua, una melodia di 20 secondi attiva vitanaturaldurante di quelle “siamo tutti felici e contenti, siamo rilassati in hotel”) incontro una signora piegata per lucidare a mano la linea tra i mattoni del pavimento e lo zoccoletto in marmo. Si, perché lo sfarzo cinese è il marmo… ovviamente anni ’90.
Non capisco perché continuino ad avere questa smania di copiare l’occidente soprattutto quando la Cina ha una storia e una cultura millenaria che potrebbe benissimo tentare di far conoscere e valorizzare. Ho provato a chiederlo all’interprete, nativa cinese, e mi ha detto che anche lei pensa che sia un peccato che in questo secolo le cose vadano così e la sua spiegazione al fenomeno degli iPhone cinesi (o di qualsiasi altra diavoleria copiata all’occidente) è che il cinese odierno è pigro mentalmente e crede che tutto ciò che arrivi dall’esterno sia degno di nota. E così loro producono ciò che noi immaginiamo.
I nomi per i figli e il rispetto per gli anziani.
Questa è una di quelle cose che ti fa capire che, ogni cosa, nella vita è relativa e non assoluta. L’interprete mi raccontava infatti che quando nasce un bambino non si da mai il nome di un nonno o di una nonna per rispetto verso le persone anziane. E’ stato buffo farle notare come, per la stessa identica ragione, da noi sia stato molto comune (specie nel passato) assegnare ad un nuovo figlio il nome di qualche nonno. E’ un modo esattamente opposto di esternare la stessa cosa.
Le feste.
Oggi abbiamo parlato un po’ delle loro feste, la prossima settimana sarà la volta del capodanno cinese, passeranno dall’anno del dragone a quello del serpente e probabilmente lei salterà i festeggiamenti coi suoi per via del lavoro. Se mi sarà possibile proverò a fare un salto a Shanghai in quei giorni: sono curioso di vedere la città piena di lanterne rosse (simbolo di prosperità). Ho scoperto che è usuale regalare dei soldi per capodanno e che questi vengono messi sotto al cuscino: molto simile alla nostra strenna di capodanno. Mi raccontava che la legge one-child-for-family rende complicato saltare una festa. I genitori hanno un solo figlio e si aspettano con forza che questo si presenti in quei giorni. Tra l’altro, col fatto che la vita si è allungata anche qui, adesso per i giovani diventa sempre più complicato essere d’aiuto: un conto è se si è più figli, un conto è se un solo figlio – che magari si sposta per lavoro in Cina – deve occuparsi anche dei genitori anziani. Le cose stanno cambiando e – rullo di tamburi – adesso se ti sposi con un altro o con un’altra che è figlio unico/unica allora puoi figliare ben due volte. Rivoluzione.
Il regime.
Ah, rivoluzione mi riporta in mente un’altra domanda: «cosa ne pensi del regime?» Ho provato a chiederlo a lei direttamente ma purtroppo non so quanto mi abbia risposto con sincerità e quanto l’idea di parlare, seppur in inglese, mentre l’autista ci riaccompagnava in hotel, fosse un freno per lei. Intanto sostiene che le cose non cambieranno mai. Che sebbene esistano ben altri otto partiti, il CCPC riuscirà sempre a rimanere al potere semplicemente per come sono impostate le cose. Però poi sosteneva anche che la possibilità di scelta è qualcosa di molto delicato (un concetto fin qui giustissimo) e che se non sei in grado di scegliere è meglio che qualcuno lo faccia al posto tuo. Argh. Lei sosteneva che il livello culturale medio in Cina sia ben più basso di quello europeo e così dare diritto di voto ai cittadini su troppe cose sarebbe complicato e pericoloso.
I giovani.
In ogni caso la Cina dà spazio ai giovani. Anzi, mi sembra veramente un paese concentrato su loro. I primi giorni in albergo ero sorpreso nel vedere che il 100% dei dipendenti della struttura a contatto col pubblico fossero giovani. Ecco. Immaginatevi l’Hilton di Londra gestito solo da ragazzi tra 18 e 25 anni: fa una certa impressione a noi occidentali. Ovviamente le cose non stanno proprio così. L’interpete mi diceva che per ragioni d’immagine in Cina preferiscono mettere gente giovane dove serve e magari tenere gli anziani in ruoli manageriali. In realtà secondo me spingono tanto sui giovani in ogni caso. Nell’impianto in cui lavoro ho visto avvicendarsi spesso ingegneri giovanissimi e il più delle volte erano già responsabili di alcune aree. In Cina si va in pensione a 55 anni e questo indubbiamente favorisce il ricambio generazionale: a 40 anni sei a metà della tua carriera. In Europa mi sembra tutto così diverso…
La cucina cinese.
Ah, a proposito di diversità. Non mangiano solo riso e mangiarlo con le bacchette non è difficile. In questi giorni mi sto forzando di mangiare solo cucina cinese: dalla colazione alla cena. Ho le posate in valigia (mi era stato consigliato di portarle) ma dopo qualche tentativo maldestro (con conseguenti risate delle persone intorno) ho iniziato a prender confidenza con le bacchette. I pasti hanno come main food il riso (o il white bread, una pagnotta che sembra pane bianco senza sapore ma in realtà è un fiore cotto a vapore) che però accompagna tutto il resto: dalla carne di maiale, anatra, coniglio, gallina alle varie verdure e fiori (si, mangiano persino la radice del loto o la rosa). Io in questi giorni ho provato un po’ di roba. La cosa meno soddisfacente è stato il sangue d’anatra (prelibatissimo per loro) ma non ho ancora avuto il coraggio di provare la lingua della gallina o le zampe dell’anatra. E’ stato istruttivo farsi raccontare tutta la procedura da seguire per avere un pasto in stile cinese. Solitamente se mangi un piatto asciutto (come i noddles di riso) poi prendi sempre una zuppa con qualcosa e questa vale anche come bevanda (così non hanno bicchieri a tavola solitamente). Tutto il cibo poi è servito in dimensioni che non serve tagliare per mangiare o, al massimo, che può essere suddiviso in due parti (non oltre) con le bacchette stesse. L’ordine asciutto-zuppa o zuppa-asciutto dipende dalle zone della Cina. Al sud prevale la prima.
L’istruzione.
La scuola cinese è molto simile alla nostra. Inizia a sei anni ma il percorso per completare la secondary school si conclude un anno prima del nostro e poi puoi iscriverti all’università (con una durata molto simile). C’è ancora un forte attaccamento alle loro radici e così fino ad una generazione fa le lingue estere non venivano insegnate nel percorso di studi. Lei, ventottenne, ha studiato inglese dalla secondary school e si è creata anche un nome inglese: Helen. Questo tra l’altro è il nome che mi ha detto presentandosi all’aereoporto per semplificarmi la vita. I suoi insegnanti universitari però le hanno chiesto di accompagnare sempre il nome inglese con quello cinese per non abbandonare le proprie radici.
I cinesi.
I cinesi vogliono essere bianchi. Chiacchierando con l’interprete riflettevamo su come fosse diverso tra oriente ed occidente l’approccio verso il sole. Da noi la gente va nei solarium per colorare la pelle anche nei mesi invernali, loro invece fanno il possibile per essere chiari. Le ragazze durante i mesi caldi vanno in giro con gli ombrellini e spesso usano creme protettive oltre misura. Il loro modello di donna deve essere bianca, come una perla, mentre l’uomo può essere un po’ più colorito. Il modello di coppia prevede comunque che la donna sia più chiara dell’uomo ed è difficile vedere una coppia in cui succede il contrario. Gli uomini cinesi poi non hanno barba, al massimo qualche rarissimo pelo. Prima di partire per la Cina avevo deciso di non farmi la barba giusto per variare e… ho scoperto che per loro è una cosa molto italiana: anche Pavarotti l’aveva. Durante un pranzo mi han detto di trovarmi awesome proprio per la mia barba incolta da alcune settimane.
La viabilità.
La guida in Cina è qualcosa di indescrivibile (e il fatto che sia un siciliano a dirlo dovrebbe dirla lunga). Non mi sembra assolutamente che la gente si preoccupi delle precedenze e, ancora più spaventosamente, delle linee di corsia. Si va dove si vuole. Ho visto camion in sorpasso nonostante la doppia linea a terra e nel tragitto aereoporto-albergo avrò rischiato la vita un numero indefinibile di volte, con l’autista che strombazzava persino in autrostrada mentre superava sia da destra che da sinistra, in base all’esigenza. In giro comunque ho visto vari risciò, sia a propulsione umana che motorizzati e tanti scooter elettrici. I mezzi più assurdi che ho visto sono stati degli ibridi tra un risciò e una city-car: la struttura era quella di un risciò motorizzato (con una ruota davanti e due dietro) ma al di sopra vi era stata incollata la carrozzeria di una city-car (la più comune era quella di una Daewoo Matiz). Gli autovelox sono molto frequenti ma i cinesi hanno degli scanner che rilevano l’indicatore (luminoso) di uno speed-check e così accelerano e frenano abbastanza schizofrenicamente. Gli scooteristi (che secondo me hanno un tasso di mortalità altissimo) usano sempre il casco mentre in auto allacciano le cinture solo sui posti anteriori.
Internet.
Il Grande Firewall Cinese controlla tutto. In albergo ho una connessione che in Italia posso solo sognare (in upload ho avuto picchi di 20mbit) ma tutto va veloce finché navighi su siti cinesi o su siti “non controllati”. I servizi di Google vanno ad intermittenza come se le pagine subissero controlli approfonditi. Twitter, Facebook e Youtube sono irraggiungibili così come qualsiasi blog su WordPress.com o Blogspot.com. Il New York Times è lentissimo ad aprirsi, se non impossibile. L’interprete ignorava l’esistenza di questi filtri e adduceva il fatto che i servizi di Google siano lenti allo spostamento dei server ad Hong Kong piuttosto che ad una censura.
Non sono in grado di stabilire quale tipo di messaggio circoli e cosa faccia capire il Governo di tutto questo. La doppia lingua qui è cosa rara e tutto è in caratteri per me incomprensibili.
La scena più buffa che ho vissuto fin ora è accaduta in occasione della prima cena. Dovevo chiedere alle giovanissime signorine dell’albergo come mangiare nel fast-food cinese piuttosto che nel ristorante western (che mi sarei sentito un idiota a mangiare occidentale in Cina!) ma loro non parlavano mezza sillaba di inglese. Così, dopo un quarto d’ora di scene mimiche da film muto degli anni ’30, ho pensato di usare il traduttore inglese-cinese dell’iPhone. Ho scritto “can you help me to eat there?” indicando dove volessi mangiare. Le tizie però sembravano non capire e al contrario mi guardavano strano tant’è che ero diventato una palla che passava di mano in mano (impegnate com’erano nell’accontentare le mie richieste). Il giorno dopo, raccontando tutta la vicenda durante una pausa, ho scoperto che la traduzione di Google Translate che avevo mostrato loro per circa un quarto d’ora era “puoi mangiare tu per me?” ed era questo ciò che chiedevo ad ognuna di loro…
Emanuele