Archivio dei post taggati ‘diversità’

Shanghai surprise.

Scritto il 26 marzo 2013 alle 16:51

Shanghai - Skyline dal Bund Shanghai - East Nanjing Road

Shanghai, se la guardi bene, è un po’ come un set cinematografico. Dal lato in cui passano gli attori, le macchine per le riprese, i grandi divi e la storia “che va narrata” tutto scintilla e sorprende. Dietro però – ma proprio subito dietro – c’è un mondo di cartone pieno di sporcizia e povertà. La Cina del miliardoetrecentomilioni di persone in qualche modo sa di non poter arrivare a tutti e così anche la più grande città del pianeta scende a compromessi: i flash e il jet-set del Bund o di East Nanjing Road scompaiono subito dopo una stupidissima linea gialla tracciata dal regista.

Shanghai - In giro (01) Shanghai - In giro (02) Shanghai - In giro (03)

Tra qualche giorno tornerò in Italia. Dopo quasi due mesi cinesi credo di aver superato lo stupore del primo impatto. Mangio con disinvoltura con le bacchette, ricordo varie parole cinesi oltre le fondamentali ciao e grazie, so dove prendere il treno o dove si trova la stazione dei pullman. Forse, ciò che prenderà più tempo, sarà incamerare e comprendere questo enorme contrasto.

Emanuele

Detersivo e ammorbidente.

Scritto il 14 febbraio 2012 alle 12:13

L’inettitudine di un uomo, che puoi tentare (per alcuni minuti) di spacciar per minimalismo o filosofia ecologica non la si evince dalle sue scelte di vita, dalla sua storia o dalla sua cultura. L’uomo sarà eternamente diverso da un esemplare di homo sapiens sapiens del sesso opposto per un motivo semplicissimo: usa solo due flaconi di composti chimici per gestir la lavatrice contro i cinque di una donna.

L’armadio è vuoto, l’ambiente ringrazia, la lavatrice si abitua. I vestiti, non so (ma la specie sembra ancora florida).

Emanuele

PS: potrebbe (non) interessarvi anche @manulocale (le avventure di un uomo in un monolocale).

Music has changed. The snow must go on.

Scritto il 2 febbraio 2012 alle 22:05

Neve su neve

Per un siciliano rimarrà pur sempre un mare. Un mare di freddo.

E, così, saprà riderne e – in silenzio – aprir le braccia in piena notte per una breve nuotata verso l’alto.

Emanuele

Persepolis.

Scritto il 12 dicembre 2011 alle 23:35

Ho vissuto un mese senza tv. Mi son perso qualsiasi spettacolo #primadopoeduranteilweekend degno di nota ma ne ho approfittato per alleggerire la lista di film da vedere. In sequenza alfabetica (come selezioni un film se non hai internet per legger la recensione?) ho finito tutta la serie di Romanzo Criminale (stupenda) e visto 500 giorni insieme, Appuntamento a Belleville, Basilicata Coast to Coast, Charile Barlett, Crash contatto fisico, Essere John Malkovich, La mia vita a Garden State, Ogni cosa è illuminata, Ogni maledetta domenica, Paz! e Persepolis.

Considerata la mia – antipaticissima – decisione di non raccontar più nulla di superfluo (definizione: agg. – eccessivo rispetto al bisogno, non necessario, inutile, ridondante) e considerato che quasi tutto al momento mi sembra tale, ho sorvolato elegantemente sull’impressione che mi ha lasciato ognuno di quei film.

Persepolis

Faccio un’eccezione stasera perché Persepolis è un’altra bella perla. Candidato all’Oscar nel 2007 il film basato sull’omonima graphic novel racconta la realtà della rivoluzione iraniana vista da una bambina-adolescente-ragazza. La storia del velo, la libertà, la guerra, le differenze tra uomo-donna, la visione dell’occidente sia da parte di una islamica progressista che dal resto della popolazione.

Inutile continuare a sprecar parole. Guardatelo e non ve ne pentirete (forse, molto spesso, dimentichiamo tanti aspetti quando valutiamo quegli immigrati…).

Emanuele

Ogni volta che mancherà l’acqua a casa.

Scritto il 31 agosto 2011 alle 16:42

Africa - 01

Ogni volta che vi sembrerà un fastidio non trovare l’acqua fresca in frigo, ogni volta che vi sembrerà una sfortuna che l’acqua calda dello scaldabagno sia finita tutta. Ogni volta che troverete scomodo dover riempire una brocca d’acqua piuttosto che comprare quelle (orrende) bottiglie al supermercato. Ogni volta che la vasca da bagno vi sembrerà poco piena. Ogni volta che il sol fatto che non vi hanno offerto un bicchiere d’acqua vi indisporrà. Ogni volta che acquisterete una bottiglia d’acqua e la getterete senza averla finita completamente. Ogni volta che – a tavola – si svuota una bottiglia e bisogna decidere chi è più vicino al frigo per prendere la successiva. Ogni volta che “mamma, ma io volevo la Coca Cola!”. Ogni volta che spenderete 20 centesimi acquistando l’acqua da un’azienda che appoggia l’idea che questo bene primario possa essere privatizzato.

Africa - 02 Africa - 03 Africa - 04
Africa - 05 Africa - 06 Africa - 07

Guardate queste foto. Tornate su questo post. Salvatelo, stampatelo. Non aggiungo altro, ho già avuto un brivido ogni volta che, attraverso l’otturatore della macchina fotografica, inquadravo scene simili.

Emanuele

Io sono molto calmo ma, nella mente, ho un virus latente…

Scritto il 29 agosto 2011 alle 10:34

Una delle ultime cose dette durante la verifica di fine viaggio è che io, quest’Africa, non volevo catalogarla adesso. Era facile iniziare a descrivere esperienze e sensazioni vissute ma se c’era una cosa che dell’anima senegalese mi era rimasta impressa era il suo sapersi dare tempo.

Se in Africa prendi appuntamento per le nove, devi aspettarti quella persona per le 10 meno 20. Se credi che dopo che arriva un bel gruppetto di giovani puoi far festa coi loro tam-tam, ti stai sbagliando di grosso! Una sera, proprio durante una festa che mi sembrava non partire mai, ero pronto a sfoderare qualsiasi bans mi venisse in testa pur di cambiare la situazione. Ad un certo punto un Padre missionario mi blocca “Emanuele, aspetta, hanno dei tempi diversi…“. Diedi fiducia, tornai al mio posto ed in effetti fu così: la festa partì con un ritmo diverso. Ad un certo punto ballavano… e anche noi con loro (con risultati decisamente diversi, che questi qui hanno il ritmo nel sangue).

Così, in queste settimane, ho cercato di catapultarmi in qualsiasi esperienza fosse possibile realizzare. Ogni volta che qualcuno proponeva qualcosa ero pronto a dir di sì!

Africa - 01 Africa - 02 Africa - 03

Primo giorno, andiamo a mare, «volete fare un bagno?». Chi per un motivo, chi per un altro rimane sulla spiaggia… io tolgo tutto e via! Secondo bagno nell’Atlantico della mia vita (e rispetto a quello a Finisterre devo dire che questa volta l’acqua era tremilavolte più calda e bella…).

«Vuoi provare a portare un secchio sulla testa?!»: detto… fatto. Cioè, c’ho provato. Il risultato però non è da ricordare in nessun libro dei record (o forse in qualche libro in negativo). Il secchio ovviamente era vuoto, che in quel villaggio per prendere quell’acqua dovevano fare 1km (fortunatissimi!).

Incontriamo dei bambini per strada… e tempo 30 secondi ero senza maglietta e scarpe per essere il più immerso possibile. Dopo mezz’ora mi sono accorto che sotto i piedi loro hanno delle suole (mentre io avevo due bolle… :-| ) ma vuoi mettere il piacere d’aver corso con loro, come uno di loro? Ah, se vi chiedete perché nell’altra foto teniamo la palla con la testa… non domandatelo a me! Sembra – ma non ne ho la certezza – sia un loro modo di “mettersi in posa” quando si festeggia.

Africa - 04 Africa - 05 Africa - 06 Africa - 07

«Vuoi salire sull’asino?!» Ta-dà. In realtà questa non andò esattamente così. Più che altro avevo fatto simpatia al tizio a cui stringo la mano perché avevo sorpreso tutto il villaggio col trucco del fazzoletto che scompare nella mano… così per puro piacere ha voluto la foto di entrambi sull’asino.

Il cavallo invece è una storia a parte (e ho ancora il fondo schiena dolorante) ma l’abbiamo dovuto usare per raggiungere dei villaggi talmente isolati che neanche il pick-up aveva modo di avventurarsi.

La realtà è che di foto simili ne avrei almeno un’altra dozzina e riguardandole mi accorgo proprio di questa mia fame inarrestabile di vivere a pieno ogni secondo. Così come quando ho fatto riparare una vecchia bicicletta per potermi alzare all’alba e scoprire la vita del villaggio prima che gli altri della missione mettessero piede giù dal letto…

Darsi tempo non significa infatti star fermi. I tempi interiori e quelli esteriori possono correre a ritmi diversi e l’idea di “avere due tempi” è qualcosa, ultimamente, che mi affascina parecchio. :-)

Emanuele

PS: nell’ultima foto, con i bambini in posa, in realtà non c’entravo nulla… ma visto che non mi costava nulla rovinare una foto, sono apparso di colpo interrompendo la partita di pallone che stavo giocando!

L’Africa è anche colpa degli africani (e del caldo).

Scritto il 26 agosto 2011 alle 14:01

Questo è un discorso delicato e va preso con le pinze perché da il là a tutta una serie di persone che nell’Africa vedono solo inciviltà e una terra distante dal mondo dei soldi (o vicina al mondo dei soldi facili) ma credo sia dovuto per coloro che verso l’Africa provano compassione e ne vorrebbero il riscatto (e, probabilmente, di tutti i paesi in via di sviluppo simili ad essa).

Come sapete avevo difficoltà a dialogare, non ho mai studiato francese e le lingue locali erano arabo per me, così le volte in cui incontravo qualcuno in grado di parlare inglese lo spolpavo come farebbe un cane con qualsiasi osso dopo una settimana senza cibo. Sfruttavo le occasioni tanto che, più di una volta, gli altri del gruppo dovevano avvertirmi che era ora di andare.

Africa - 01 Africa - 02

In una delle visite a Koungheul, dentro la scuola ho avuto la fortuna di incontrare un giovane insegnante. Ha frequentato l’università a Dakar, ha condiviso la stanza (una stanza) con altre sei persone per via dei costi degli affitti insostenibili e adesso è tornato dalle sue parti. Insegna ma è anche un ricercatore. E’ un pedagogista così mi sembrò la persona migliore (probabilmente – scientificamente – più preparata di me ad affrontare il problema) per parlare degli africani.

E qui viene la parte che forse qualsiasi innamorato dell’Africa vorrebbe non dover sentire o riferire mai: una parte della colpa dell’Africa è da attribuire agli africani stessi.

Quel ragazzo (che ha il mio indirizzo e-mail ma che purtroppo ad oggi non mi ha scritto e mi dispiace terribilmente) mi raccontava infatti che l’africano, molto spesso, non vuol far nulla per cambiare la sua situazione. Vive le giornate senza costruire più di tanto se stesso in prospettiva futura. E’ un fenomeno che avvertiva direttamente dai giovani che frequentavano le sue classi: molti di essi, nonostante non avessero altre scuse tardavano ad arrivare in classe.

Si smonta qui il mito della diligenza del bambino africano che in certi dibattiti europei suona spesso così: “se solo avesse un banco e una sedia studierebbe il triplo di un occidentale“. Tutto il mondo è paese e anche in Africa in tanti non vogliono studiare. Anche in Africa in tanti saltano la scuola senza particolari motivi. Tra l’altro, approfondendo meglio il fenomeno, quel ragazzo/insegnante mi spiegava che spesso le famiglie non spingono più di tanto i giovani a studiare ma… non li spingono neanche a trovarsi un lavoro. Semplicemente oziano sotto il sole.

Ho scritto “il sole“, perché io mezza analogia la vedo con la terra da cui provengo, la Sicilia. Un mondo in cui le cose non sono poi così diverse, vuoi per il passato dominato dagli arabi, vuoi perché il clima (non identico ma molto simile) porta per natura a star fermi. Questa è una cosa che il nordico (e spesso i politici che non comprendono le ragioni dell’arretratezza del sud ignorano) non può capire. Se il freddo ghiaccia le mani e bisogna coprirle, il caldo spinge l’uomo (l’animale!) a star fermo all’ombra. E’ una forma di sopravvivenza. La pressione tende ad abbassarsi, bisogna proteggersi dai colpi di sole e di calore… e – vuoi o non vuoi – tutta la società, il progresso e la cultura di una popolazione finisce per essere influenzata da un fattore climatico, qualcosa che sembra spesso così distante da ciò che si pensa sia frutto esclusivamente di una buona volontà.

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L’Africa (intesa come situazione sociale), così, non è solo colpa dello sfruttamento dei secoli scorsi o della mancanza d’acqua che oltre a non far bere non permette neanche la coltivazione (con cosa irrighi i campi se anche avessi 1000 semi in più da piantare?) ma anche di un fattore climatico e, consequenzialmente, di uno stile africano che non è portato all’iperattività.

L’insegnante, facendomi sorridere, mi raccontava che ai suoi alunni porta spesso come esempio proprio l’Europa. Diceva che se questo lato di mondo è così “civilizzato” (passatemi il termine, non esprime precisamente il concetto) è merito degli europei che la mattina si svegliano e sanno che devono studiare o lavorare sodo. Ovviamente per rompere il mito occidentale (a lui) ho fatto il discorso inverso. Tutto il mondo è paese e anche qui c’è chi non vuol studiare, chi a quarant’anni vive ancora sotto il tetto di mamma, chi cerca i soldi facili e non si preoccupa del futuro…

Continuando mi raccontava di come lui, nonostante fosse estate, quella mattina era venuto lì per studiare senza ascoltare gli inviti dei suoi amici di rimanere con loro a bere tè sotto una tettoia di paglia. Fortunatamente ho incontrato anche altri giovani (anche ragazze, che magari si pensa abbiano meno opportunità!) che come lui credevano nell’istruzione, nella cultura e nell’università come strada per l’emancipazione sociale. In ogni caso, dopo aver sdoganato questo mito nella mia testa – per deviazione professionale (anche se lo scoutismo non è una professione) – all’insegnante dicevo che molte delle sue conclusioni erano giuste e condivisibili ma che era importantissimo farle conoscere in giro. Gli ho chiesto perché non organizzasse con altri giovani attività extra-scolastiche, incontri estivi coi più piccoli e così via… tutti mezzi che – in Europa – funzionano non tanto per far scomparire i mammoni, quanto almeno per farli riflettere. Mi ha detto che ci stava pensando, che aveva l’incarico in quella scuola da appena un anno ma che era sua intenzione fare qualcosa (magari insieme ai missionari). Io, adesso, vorrei la sua e-mail anche per fargli forza in quest’avventura…

Emanuele

L’Africa va cambiata. L’Africa non va cambiata.

Scritto il 22 agosto 2011 alle 12:41

Vi chiederete il perché di questo titolo, ma, ancor di più – mi auguro – vi starete chiedendo quale delle due frasi sia quella giusta. D’altronde anch’io me lo son chiesto più volte.

L’Africa vista da lontano va cambiata tutta. Vanno portati i gabinetti, i lavandini, vanno costruite le strade e le ferrovie, va portata la luce e gli spazzolini da denti. Va spiegato che possono usare i cestini per raccogliere l’immondizia e che non è salutare dormire a pochi centimetri da tre capre.

Si, di cose da cambiare in Africa se ne possono elencare milioni ma ho imparato che non è tutto vero o giusto. Persino il lavoro dei missionari, in certi villaggi può e deve trasformarsi in una presenza secondaria che non stravolge gli equilibri (ma di questo proverò a parlarne successivamente…).

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L’Africa infatti non è solo malnutrizione. L’Africa è anche una cultura, la cultura africana. Tu sei cresciuto con quella occidentale ma non è detto da nessuna parte che sia la migliore. Vuoi un esempio? Semplice: l’africano ha una capacità nel camminare 10 volte maggiore della tua. La tua cultura – dunque – sei sicuro sia la più salutare?

Ecco. C’è un’altra Africa. Rimane la malnutrizione e la difficoltà nel curarsi ma non bisogna forzare l’africano a vivere in case ammattonate in ceramica e con le finestre coi doppi vetri. L’africano vive bene con le capre fuori la sua capanna.

In una delle visite a Koungheul, siamo stati accolti a casa del Prefetto. Un uomo di sessant’anni che per trent’anni ha lavorato a Dakar, in città, tra i palazzi, tra i taxi (seppur vecchi), tra le bancarelle e l’acqua che arriva dal rubinetto. Andato in pensione è tornato a Koungheul. Nel giardino di casa, recintato per sua fortuna in muratura, quel pomeriggio vivevano e giocavano le nipotine con capre, anatre e galline a pochi passi. I figli e le figlie studiano all’università di Dakar. Perché un uomo che per anni ha servito lo Stato, che avrebbe come vivere a Dakar (e che può mantenere i figli all’università), dovrebbe mai decidere di tornare in un villaggio in cui esiste una sola strada, in cui se devi fare una visita medica ti toccano almeno 100km o che ha una piccola centrale elettrica che ogni 3×2 si guasta lasciando quell’unica strada di transito senza corrente elettrica?

Lui, in quel villaggio c’era nato e cresciuto. Poco importano le comodità. O meglio, non dovrei assolutamente definirle così. Per l’uomo africano abituato da sempre a vivere in piccoli villaggi dove si coltivano arachidi con aratri trainati da asini tutto quelle che sono “comodità occidentali“, sono cose di cui non sente il bisogno. Un po’ come l’orientale che non può vivere senza il suo tatami e che per noi è assolutamente inutile.

Africa - 03 Africa - 04 Africa - 05

Questione di punti di vista. Il valore delle cose non è mai assoluto ma sempre relativo. Tu non vedi un valore in me o in qualcosa perché in maniera assoluta io o quella cosa possediamo un tesoro. Lo vedi perché – magari – rispecchia e completa una tua necessità.

Ecco perché l’Africa non va cambiata. Ho visto africani denutriti, è vero e su questo probabilmente c’è ancora da fare ma non è detto che tutti debbano avere la luce. Sapete, mentre giocavamo i bambini erano soliti togliere le scarpe. I loro piedi erano talmente abituati a correre scalzi che le scarpe erano un fastidio. Noi quando usciamo di casa pensiamo, al contrario, che sia importantissimo indossare un paio di scarpe e a meno di dover calpestare un bel prato non decidiamo mai di camminare scalzi. Tutto è relativo.

L’africano non si lamenta perché la sera non può vedere l’Isola dei famosi. L’africano vive una vita diversa ma anche lì scorre serenamente. I giovani dei villaggi, la sera – al buio – si incontravano per stare insieme. In una delle stanze della missione, quelli cristiani, si incontravano per fare le prove del coro domenicale e anche loro organizzavano feste a base di musica e carne alla brace (solitamente carne di facocero che – devo dire – è persino più gustoso del maiale…). Nell’ultimo villaggio in cui siamo rimasti in quei giorni si stava svolgendo anche un torneo di calcio (sia femminile che maschile).

La vita esiste anche là e l’Africa non è solo quei bambini appollaiati come degli avvoltoi su una terra arida che fanno tanto stringere il cuore. Con ciò non voglio trascurare tutte le difficoltà che interessano quella terra (vedi le tante epidemie che la affligono…), semplicemente però vorrei che la si guardasse anche con occhi diversi (e l’associazione delle donne di cui vi parlavo l’altro giorno, in un villaggio di appena 80 anime, ne è la testimonianza) perché chi vuole andare in Africa pensando di doverla stravolgere completamente, non ha capito nulla né del suo ruolo né dell’Africa.

Emanuele