Archivio dei post taggati ‘difficoltà’

La porta.

Scritto il 18 giugno 2012 alle 16:30

Lettres

Le parole vanno, vengono. Le parole rotolano, saltellano, affascinano, sorprendono. Le parole, talvolta, disubbidiscono a quelle poste accanto in maniera ignobile ed indecorosa. Vi fu un periodo in cui – le parole – le maneggiavo: avevo potere, controllo, fascino e influenza su di esse. Erano mie suddite. Io il loro re. Potente e irresponsabile le sfruttai secondo il mio volere. Ne sparsi in giro alcune, grandi, pesanti, tredici-quindici-diciotto lettere poste accanto che destavano timore. Arrivavano lontano, raggiungevano le profondità più impensabili e lì vi rimanevano. Erano le mie spade, le mie frecce, i miei scudi, le mie balestre e le mie faretre. Non esisteva angolo del regno in cui non si facessero strada. Poi, un giorno, tutto cambiò. Trovai una porta chiusa, ferma, serrata. Bussai svariate volte, sospettando una degenere sordità. Stetti lì per ore, impaziente. Scorsi una feritoia: fu un dramma. Capii al volo che l’unica via era quella piccola fessura da cui trapelava un respiro lento. Dovevo sfruttarla ma non potevo tentare di spedire una valanga di parole attraverso quell’occhiello misero. Mi accasciai. Spalle su quel legno ruvido pensai e ripensai. Massaggiavo tra le dita cinque lettere. Due e tre. Due due e tre. Cercavo la purezza. La mia bocca chiusa, preda di spasmi, emetteva gemiti che tacevo al volo. Chiusi gli occhi. Fu silenzio e la porta si aprì.

Emanuele

PS: la foto, come la precedente, l’ho scattata in Francia.

Save the Children: “Ricordiamoci dell’infanzia”.

Scritto il 31 maggio 2012 alle 0:07

Questo è un articolo sponsorizzato, ma sono libero di esprimere la mia opinione.

~~~

Mi è stato chiesto di parlarvi di una iniziativa di Save the Children titolata “Ricordiamoci dell’infanzia” e, nonostante il pochissimo tempo libero che mi rimane in questo periodo, ho pensato di non potermi tirare indietro. Sono cresciuto pensando che la povertà non sia da cercare distante ma che – situazioni di disagio e degrado – si possano facilmente trovare a due passi dalle case in cui abitiamo. Sono stato in Africa la scorsa estate, non per cercare una realtà “da terzo mondo” in cui spendermi (sebbene poi sia inevitabile farlo) quanto, più che altro, per assorbire il più possibile da una società differente dalla nostra.

Save the Children - Campagna: "Ricordati dell'infanzia"

Save the Children con la campagna “Ricordiamoci dell’infanzia” fa un passetto in più: non vuol preoccuparsi semplicemente dei bambini disagiati di oggi ma di quelli che, in futuro, potranno esserlo per via di politiche non orientate allo sviluppo. Si calcola ad esempio che solo un bambino su dieci figlio di un genitore non diplomato riuscirà a laurearsi: gli altri nove sono destinati a rimanere culturalmente indietro trasformandosi col tempo in soggetti a più forte rischio di indigenza.

L’appello che potete sottoscrivere (qui trovate il manifesto) invita l’attuale Governo ad avviare un percorso delineato da tappe misurabili per costruire un futuro diverso per i più piccoli. L’iniziativa presumo voglia esser distante da qualche credo politico e così va intesa non come un attacco quanto come una domanda di ulteriore attenzione verso questi problemi. Penso possa essere una bella cosa, specie in questo periodo in cui si sta tentando di risanare il paese e le strategie per farlo sono tutte in costruzione.

Emanuele

PS: per l’occasione Save the Children ha realizzato anche un video in cui Mario Monti viene interrotto da un bambino durante una conferenza stampa…

“Nel mare ci sono i coccodrilli – Storia vera di Enaiatollah Akbari” di Fabio Geda.

Scritto il 19 marzo 2012 alle 20:34

Oggi so che si può anche concludere un libro con le lacrime agli occhi. “Nel mare ci sono i coccodrilli”, scritto da Fabio Geda, non è semplicemente un libro: è una storia che dovete leggere. E dico dovete ma il verbo, imperativo, che vorrei usare ma che non trovo, è ancora ugualmente insufficiente. Sotto il titolo leggerete “Storia vera di Enaiatollah Akbari” e credo che questa storia andrebbe fatta conoscere nelle scuole, nei centri educativi giovanili, nelle stanze in cui si parla di immigrazione, nei parlamenti in cui si discutono decreti che coinvolgono gli extra-comunitari.

Copertina de: "Nel mare ci sono i coccodrilli - Storia vera di Enaiatollah Akbari" di Fabio GedaEnaiat è un bambino che a 9 anni si ritrova da solo contro la vita: non per qualche tragedia terrestre ma perché la madre, per salvarlo da un futuro incerto, lo abbandona spronandolo ad andare avanti nella vita. A nove anni. Mi vengono i brividi e mi sento disgustosamente fortunato al confronto. La sua è una storia come centinaia di migliaia di altre vite, questa volta però non vi arriva di sfuggita durante un articolo di 30 secondi nel telegiornale serale. Nel libro si ripercorre la sua storia, gli otto anni più duri, intensi, spaventosi e crudeli che si possano augurare ad un qualsiasi essere umano. E questa volta si legge il lieto fine, ma tanti altri altri non hanno la sua stessa “fortuna“.

Mi torna in mente l’Africa, mi tornano in mente certi discorsi affrontati con alcuni ragazzi senegalesi che mi raccontavano che il passaporto potevano anche farlo per andar via ma che – dopo che paghi – non è detto che il visto te lo accettino: e lì perdi tutto, soldi e speranze. Mi torna in mente tanto altro che dell’Africa non vi ho mai raccontato perché sono ingrato, un testimone incapace. Enaiat parte da un’altra terra dura: l’Afghanistan. Nel suo percorso si porta dietro, fino alla fine, la sua comunanza coi talebani, quelli che la società occidentale ha stigmatizzato come esseri demoniaci facendo – al solito ed ingiustamente – di tutta l’erba un fascio.

Enaiat dormirà per terra per anni, dormirà nei parchi, dormirà sulla sabbia, dormirà dove capita e quando – per la prima volta nella sua vita – gli verrà dato un pigiama, faticherà persino a comprendere cosa sia. Enaiat lavorerà per anni in fabbriche spacca pietre e la tenera età non conta e non fa differenze: si lavora da mattino a sera, spesso anche schiavizzati, senza stipendio ma semplicemente con la possibilità di dormire e ricevere un pasto. Un futuro senza evoluzioni da cui scappare, clandestinamente. Ma la condizione di clandestini non è semplice, quando i TG raccontano di un barcone di immigrati approdato sulle coste di Lampedusa la società li avverte quasi come dei turisti dispettosi che abbiano deciso di visitare un villaggio turistico in bassa stagione. Il viaggio, per loro, non è così. Così come non è simpatico rimanere chiusi per giorni nel doppiofondo di un camion, piegati e al buio, ammassati con tanta altra gente tanto da pensare di dover morire lì dentro. Senza possibilità di comunicare “mi arrendo, scendo qui”, senza cibo, senza acqua e con una bottiglia in cui raccogliere i tuoi escrementi.

La storia ti fa comprendere anche perché, certi immigrati, arrivano da queste parti con la necessità di rubare: la vita non gli ha mai mostrato strade diverse per sopravvivere. Ti fa comprendere anche cosa possa significare vivere in un luogo in cui persino i soldi perdono senso: averli serve a poco se ogni giorno combatti per rimanere in vita, se devi dormire in un fosso per non farti trovare, se devi camminare per giorni per lasciare il tuo paese e nel percorso qualcuno non resiste come te e devi abbandonarlo come carne che concimerà la terra.

Il diciottesimo giorno ho visto delle persone sedute… Erano sedute per sempre. Erano congelate. Erano morte. Erano lì da chissà quanto tempo. Tutti gli altri sono sfilati di fianco, in silenzio. Io, a uno, ho rubato le scarpe, perché le mie erano distrutte e le dita dei piedi erano diventate viola e non sentivo più nulla, nemmeno se le battevo con una pietra. Gli ho tolto le scarpe e me le sono provate. Mi andavano bene. Erano molto meglio delle mie. Ho fatto un cenno con la mano per ringraziarlo. Ogni tanto lo sogno.

Tratto da: “Nel mare ci sono i coccodrilli – Storia vera di Enaiatollah Akbari

Dovete leggere questo libro. Dovete farlo conoscere. Dovete raccontarlo. E’ un dovere morale e rimane ugualmente poco, così come poca cosa è stato il mio post-Africa fin ora, ma che so – troverò, prima o poi – un modo nella mia vita per far fruttare in maniera decente o mi sentirò sempre complice e carnefice di strorie come quella vissuta da Enaiat.

Emanuele

PS: lo stile del libro, la bellezza narrativa, la genuinità di certi passaggi che suonano quasi un diario personale da cui non separarsi, tutte cose che ho apprezzato, passano decisamente in secondo piano questa volta (e se ho divorato il libro in due giorni un motivo ci sarà).

Persepolis.

Scritto il 12 dicembre 2011 alle 23:35

Ho vissuto un mese senza tv. Mi son perso qualsiasi spettacolo #primadopoeduranteilweekend degno di nota ma ne ho approfittato per alleggerire la lista di film da vedere. In sequenza alfabetica (come selezioni un film se non hai internet per legger la recensione?) ho finito tutta la serie di Romanzo Criminale (stupenda) e visto 500 giorni insieme, Appuntamento a Belleville, Basilicata Coast to Coast, Charile Barlett, Crash contatto fisico, Essere John Malkovich, La mia vita a Garden State, Ogni cosa è illuminata, Ogni maledetta domenica, Paz! e Persepolis.

Considerata la mia – antipaticissima – decisione di non raccontar più nulla di superfluo (definizione: agg. – eccessivo rispetto al bisogno, non necessario, inutile, ridondante) e considerato che quasi tutto al momento mi sembra tale, ho sorvolato elegantemente sull’impressione che mi ha lasciato ognuno di quei film.

Persepolis

Faccio un’eccezione stasera perché Persepolis è un’altra bella perla. Candidato all’Oscar nel 2007 il film basato sull’omonima graphic novel racconta la realtà della rivoluzione iraniana vista da una bambina-adolescente-ragazza. La storia del velo, la libertà, la guerra, le differenze tra uomo-donna, la visione dell’occidente sia da parte di una islamica progressista che dal resto della popolazione.

Inutile continuare a sprecar parole. Guardatelo e non ve ne pentirete (forse, molto spesso, dimentichiamo tanti aspetti quando valutiamo quegli immigrati…).

Emanuele

Le parole.

Scritto il 29 ottobre 2011 alle 23:32

Le parole me le hai date. Ad oggi direi che me le hai concesse forse. Credevo fosse un prestito “a perdere“, un dono lasciato di nascosto sotto il cuscino in una di quelle giornate in cui ti gira tutto per il verso giusto e persino le sorprese più assurde riescono a meraviglia. E invece no. Te le sei riprese. Guardo spesso tra le lenzuola, mi chiedo persino se non le abbia portate io ai piedi del letto. Sotto i miei piedi. Non ci son più, mi accorgo di questo e mi strugge. Cosa ho fatto? Le ho usate come non dovevo?

Questo silenzio non è colpa mia. Io ero la penna.

Emanuele

Cavallo, bastone e carota.

Scritto il 26 ottobre 2011 alle 11:47

Risulta meschinamente ironico il fatto che – il sottoscritto – sia un lavoratore italiano da un anno e il governo, proprio in questi giorni, stia aumentando l’età pensionabile di 12 mesi. In pratica non ho fatto un emerito…

Ottimo. Inizio ad ipotizzare che per fotterli, non mi rimane che tentare di lavorare 16 ore al giorno e raddoppiare l’anzianità.

Penso che Marchionne approverebbe…

Emanuele

“Il compagno segreto” di Joseph Conrad.

Scritto il 30 settembre 2011 alle 14:55

Copertina de "Il compagno segreto" di Joseph ConradQuesto è un libro speciale. Innanzitutto lo è perché dopo enne libri comprati autonomamente questo mi è stato donato insieme ad una dedica in prima pagina e poi perché può essere paragonato ad una bella tazza di tè. Le sue 100 pagine scarse, infatti, volano letteralmente da una mano all’altra e, alla fine, – come se si trattasse di una bustina dal gusto arabico – tutte insieme lasciano un sapore strano in bocca. Ti sembra quasi Sei sicuro debba esserci dell’altro che dalla tua testa deve partire.

“Il compagno segreto”, nella quarta di copertina, riporta una frase che potrebbe rapire chiunque sia alla ricerca.

Il compagno segreto spiega come si fa, secondo Joseph Conrad, a diventare adulti: bisogna scegliere, ma ciò significa rinunciare a qualcosa di se stessi, non soltanto ai rami secchi, il che non costerebbe nulla; anche a quelli fioriti, persino ai più belli. E questo è molto più difficile.

Personalmente però, sebbene sia facilmente affascinabile da prospettive di lettura simili, penso sia limitante e limitativo sintetizzare il senso del libro in questa frase. Conrad infatti, attraverso un viaggio in mare, presenta il tema del doppio che esiste in ognuno di noi. Luce e buio, bianco e nero che si mescolano, si riconoscono e convivono in una maniera quasi sorprendente scandendo – in momenti diversi ma mai disgiunti – ciò che siamo.

L’autore sceglie bene, sia i personaggi che il luogo. Il mare si presta perfettamente per rappresentare la vita di ogni uomo: un capitano (o qualsiasi marinaio) quando è in balia di quell’oceano infinito su un mezzo che fa affidamento a vele e vento è legato fortemente alle sue scelte. La nostra vita può vivere momenti di calma e attimi di tempesta che profumano della fine del mondo. Per ripartire però, chiunque avrà sempre bisogno di un cappello che galleggia, un riferimento che sappia farci notare il nuovo moto – indipendentemente dalla direzione. Ciò che eravamo può benissimo trasformarsi in quel simbolo gettato in mare che da un senso alla nuova fase.

Come dicevo però, oltre all’ambientazione, i personaggi sono scelti con cura. Il compagno segreto – un capitano che naufrago e fuggiasco chiede aiuto – si trasforma facilmente nell’Io di ognuno di noi che parla sommessamente, che si intende con uno sguardo e che, sovente, riesce persino a prevedere le intenzioni e agire di conseguenza. Il libro si dipana tra simbolismo e racconto, tra introspezione e avventura in mare aperto. Il naufrago verrà accolto e mantenuto nascosto dal resto dell’equipaggio per dar modo ai due capitani di scoprirsi e capirsi fin quando non arriva il momento giusto per dividersi arricchiti – in maniera diversa – reciprocamente.

Penso che dalla mia descrizione si capisca ben poco del libro ma è altrettanta la mia voglia di non scrivere una vera recensione. Sia perché devo ancora digerire quel tè, sia perché – di quella bustina – avrei da parlarne per ore mentre, come ogni viaggio interiore che si rispetti, bisogna saper vivere sia la scoperta che l’abbandono di quanto affrontato.

Emanuele

PS: si, si nota lontano un miglio che è stata una psicologa a regalarmi questo libro… :-)

PPS: si, leggetelo se – nei libri – sapete leggere oltre le storie.

“Sogni di vetro” di Mariangela Camocardi.

Scritto il 27 settembre 2011 alle 19:53

Il rischio non è propriamente un genere letterario, quanto lo stato del lettore che si accinge a scegliere un titolo. Indubbiamente non è sempre un’idea vincente ma – sono convinto – se si leggono sempre e solo i grandi autori (ben sponsorizzati all’ingresso della libreria) tutti gli altri non hanno la possibilità di ritagliarsi un angolino. Probabilmente molti di voi staranno pensando “ma come! Non conosce la Camocardi!“. Ebbene sì, la mia ignoranza non ha limiti e spazia, con estrema facilità, nell’indice alfabetico delle penne italiane.

Copertina de "Sogni di vetro" di Mariangela CamocardiSogni di vetro, così, è stato un po’ questo per me. Trecento pagine comprate quasi a scatola chiusa che non ho neanche iniziato a leggere la stessa sera in cui ho potuto toccarne la copertina (e può sembrare una banalità, ma – nel mio caso – non lo è).

La Camocardi, nella striscia allegata al libro viene tacciata come “la signora del romance italiano” e, in effetti, non mi sento di dar torto alla definizione. “Sogni di vetro” è tra i più classici romanzi che abbia saputo leggere. Struggente al punto giusto, con una travagliata storia d’amore che fa da fil rouge tra baci incandescenti e notti di passione ambientati in una località non precisata ad alcune ore di carrozza da Milano. A tratti ho avuto paura d’aver comprato un Harmony.

In ogni caso si è fatto ben volere. La qualità totale della storia è ben al di sotto della spettacolarità de La solitudine dei numeri primi o di Un giorno ma… probabilmente la signora del romance avrà i suoi estimatori (la striscia indica centinaia di migliaia di copie vendute).

“Sogni di vetro” racconta il travaglio interiore e lo sconvolgimento esteriore della vita di due persone diverse per età e ceto che rimangono legate in seguito ad una notte di passione incontrollata. Una gravidanza non riconosciuta e grandi quantità d’orgoglio riusciranno a far vivere i due in uno stato d’amore e odio.

Se vi consiglierei di leggerlo? Beh, se “amate il rischio” e siete alla ricerca di un romanzo leggero, leggibile (lo stile è molto scorrevole e dopo De Luca e Baricco mi ci voleva) e senza grosse pretese allora fate pure. Se, al contrario, tra le vostre letture volete annoverare solo grandi nomi e racconti indimenticabili… comprate il libro per regalarlo! :-)

Emanuele