E’ ufficiale.
Scritto il 12 ottobre 2012 alle 10:02
Sei diventato vecchio quando, tornando a casa dal lavoro, decidi che è il momento di preparare una torta.
Emanuele

Sei diventato vecchio quando, tornando a casa dal lavoro, decidi che è il momento di preparare una torta.
Emanuele
Io so che prima o poi cadrò. Lo do per certo, statisticamente confermato, ineluttabilmente previsto. Eppure la vita continua a mantenermi su una nube scintillante, con i piedi che faticano a toccare il pavimento persino quando provo a spingermi verso il basso.
In quest’Italia in cui la disoccupazione è sempre più prepotente, ingombrante, ignobile e degradante della dignità di tantissimi giovani a me viene proposta una via totalmente diversa e, per questo, cadrò.
Non ho mai scritto un curriculum in vita mia, ve lo raccontai: dopo la laurea non ne ebbi neanche il tempo. In questi mesi di silenzio su queste pagine tante cose sono successe e – il silenzio – non è stato sinonimo di piattezza ma, al contrario, i giorni son diventati sempre più pieni.
Durante l’inverno ho cambiato reparto: nuove sfide accolte al volo, forse lasciando persino di stucco chi me le comunicava. Sarà che mi piace esplorare, sarà che ho dentro ancora le mie giornate in Africa, coi pantaloncini e gli scarponi, ma l’idea di poter affrontare nuove sfide mi galvanizzava. Dopo pochissimo arrivò un’altra mansione, un ruolo di responsabilità all’interno dell’azienda. Il mio cognome scritto, insieme a pochi altri, nell’organigramma mi fa ancora sorridere, specie se dopo appena un anno dall’assunzione.
Ero contento, ma – vi dicevo – penso di avere diciotto santi in Paradiso. In queste ultime settimane è arrivata un’altra proposta: la possibilità di salire di livello, la possibilità di ricevere uno stipendio ancora migliore. Giorni belli ma stressanti per chi, come me, non è lo squalo che gode nel contrattare. Coccolato sino al punto da ritrovarmi invitato a cena fuori per discutere l’offerta e con la mia azienda che – ricevuta la notizia – sforna una controproposta ancora più interessante pur di tenermi. In un’Italia che arranca nell’offrire lavoro ai giovani io ho la fortuna di scegliere tra due belle proposte, tra due aziende che han voglia di investire su di me e che mi considerano una risorsa e non un numero. “C’è gente che pagherebbe venti cene pur di beccarsi un posto” mi ripeto sommessamente, con rispetto e umiltà.
Cadrò. Lo so, lo sento, me lo ricordo ogni giorno, mi sto preparando. I diciotto santi in Paradiso stanno facendo un lavoro magnifico ma non potranno sempre occuparsi di me così. Sono giorni, questi, in cui la gratitudine che puoi provare sembra sempre inadeguata e ti chiedi cosa hai fatto in passato per meritare tanto ma non trovi mai una ragione sufficientemente valida.
Io intanto continuo a divertirmi. Qualche giorno fa ero in un’industria per l’avviamento di una parte di impianto e dopo aver completato i test di rito, al momento di avviare la prima lavorazione – davanti due monitor – esclamavo “bene, adesso divertiamoci!” come un bambino che inizia una sfida a pallone nel cortile di casa. Che sia l’entusiasmo il motore di tutto questo?
Emanuele
- Come si trova un posto per crescere, Enaiat? Come lo si distingue da un altro?
- Lo riconosci perché non ti viene voglia di andare via. Certo, non perché sia perfetto. Non esistono posti perfetti. Ma esistono posti dove, per lo meno, nessuno cerca di farti del male.Tratto da: “Nel mare ci sono i coccodrilli – Storia vera di Enaiatollah Akbari“
Così, tra questa immensità, s’annega il mio pensiero.
Emanuele
La vita è come una scatola di cioccolatini! Non sai mai quello che ti capita.
Tom Hanks, nel film “Forrest Gump” di Robert Zemeckis
Sdraiato sopra un letto a pancia in su, con i piedi fuori, fermi, gravi, per via delle scarpe ancora indosso che non raggiungendo il pavimento volano. Sorpreso, con due occhi aperti fisso il cielo. Anelo un pizzicotto.
Emanuele
Pochi mesi fa avevo letto “E disse” di Erri De Luca e pochi mesi fa mi ero lamentato per lo stile dello scrittore che trasuda di amore per i periodi brevi, per le frasi che alla leggibilità contrappongono la ricercatezza dei vocaboli. Dentro me però sapevo che il gioco condotto da De Luca mi aveva affascinato e quando ho visto in libreria “I pesci non chiudono gli occhi” non ho saputo resistere. Perché oltre a ricordarmi sia il mio segno zodiacale che i pesciolini del mio acquario, la quarta di copertina anticipa qualcosa di intrigante per chi, come me, reputa i cambiamenti qualcosa di necessario per il sol fatto di voler rimanere in vita.
Il mio corpo non mi sta a cuore e non mi piace. E’ infantile e io non sono più così. Lo so da un anno, io cresco e il corpo no. Rimane indietro. Perciò pure se si rompe, non importa. Anzi, se si rompe, da lì dovrà venire fuori il corpo nuovo.
Tratto da “I pesci non chiudono gli occhi” di Erri De Luca
In realtà devo confessare che questo libro, col senno di poi, potrebbe condividere qualcosa di più (tristemente?) profondo. Vi spiego: non so se sia colpa dell’ascetismo che, per forza di cose, la vita in un monolocale un po’ impone o se il fatto che in tv dessero solo Sanremo (che ho volutamente perso ed ho “letto” giornalmente a-posteriori un po’ sul web un po’ attraverso i tg) ma le ultime sere di questi giorni le ho dedicate a queste pagine. Il libro però, vede come protagonista un ragazzino un po’ schivo nei rapporti umani che scopre il mondo e gli adulti attraverso i libri. Ovviamente – vi rassicuro – continuo ad avere una vita sociale ma ammetto di amare e godere nel ritrovare spazi tutti miei.
Leggere somigliava a prendere il largo con la barca, il naso era la prua, le righe le onde. Andavo piano, a remi, qualche parola non capìta la lasciavo stare, senza frugare nel vocabolario. In attesa di intenderla, restava approssimata. Dovevo arrivarci da solo, definirmela attraverso altre occasioni, a forza di incontrarla.
“I pesci non chiudono gli occhi” è la storia d’amore estiva dell’infanzia. E’ la tenerezza della scoperta della mano di quella bambina che, fino a qualche istante prima per te era solo un altro essere, qualcosa che non poteva scuoterti all’interno. E’ la strana sensazione che si prova nell’aver pronunciato, in piena inconsapevolezza, una frase che trasuda di romanticismo. E’ la scoperta della parola “amore” stessa: un termine che fino ad una certa età si fatica a comprendere: perché “i grandi” stanno male per essa? Perché farebbero di tutto per averne? Perché sembra così bella ma è intrisa di odio e vendetta? Domande innocenti di un bambino che non l’ha ancora scoperta.
Il tutto, raccontato durante l’estate di poco più di mezzo secolo fa, caratterizzata dal papà che salpa verso l’America alla ricerca di fortuna nel primo dopo-guerra e la saggezza del mare e degli animali che trasmettono verità senza dilungarsi in troppe parole.
E’ un bel libro. Una storia molto leggera accompagnata dallo stile, inequivocabile, che contraddistingue De Luca: sembra sia un uomo incapace di strillare. Non incontri eccessi, non ci sono pagine particolarmente spigolose ma anche le scene più convulse e appassionanti sono raccontate con la stessa velocità. Potrebbe suonar strano ma ti permette di apprezzare allo stesso modo dalla prima all’ultima pagina.
Emanuele
Oggi è l’ultimo giorno binario del secolo. Oggi è il primo giorno della mia vita in cui dormo nel mio monolocale.
Il mondo e io. Ognuno osserva il tempo dalla prospettiva che preferisce.
Emanuele
Risulta meschinamente ironico il fatto che – il sottoscritto – sia un lavoratore italiano da un anno e il governo, proprio in questi giorni, stia aumentando l’età pensionabile di 12 mesi. In pratica non ho fatto un emerito…
Ottimo. Inizio ad ipotizzare che per fotterli, non mi rimane che tentare di lavorare 16 ore al giorno e raddoppiare l’anzianità.
Penso che Marchionne approverebbe…
Emanuele
Questo è un libro speciale. Innanzitutto lo è perché dopo enne libri comprati autonomamente questo mi è stato donato insieme ad una dedica in prima pagina e poi perché può essere paragonato ad una bella tazza di tè. Le sue 100 pagine scarse, infatti, volano letteralmente da una mano all’altra e, alla fine, – come se si trattasse di una bustina dal gusto arabico – tutte insieme lasciano un sapore strano in bocca. Ti sembra quasi Sei sicuro debba esserci dell’altro che dalla tua testa deve partire.
“Il compagno segreto”, nella quarta di copertina, riporta una frase che potrebbe rapire chiunque sia alla ricerca.
Il compagno segreto spiega come si fa, secondo Joseph Conrad, a diventare adulti: bisogna scegliere, ma ciò significa rinunciare a qualcosa di se stessi, non soltanto ai rami secchi, il che non costerebbe nulla; anche a quelli fioriti, persino ai più belli. E questo è molto più difficile.
Personalmente però, sebbene sia facilmente affascinabile da prospettive di lettura simili, penso sia limitante e limitativo sintetizzare il senso del libro in questa frase. Conrad infatti, attraverso un viaggio in mare, presenta il tema del doppio che esiste in ognuno di noi. Luce e buio, bianco e nero che si mescolano, si riconoscono e convivono in una maniera quasi sorprendente scandendo – in momenti diversi ma mai disgiunti – ciò che siamo.
L’autore sceglie bene, sia i personaggi che il luogo. Il mare si presta perfettamente per rappresentare la vita di ogni uomo: un capitano (o qualsiasi marinaio) quando è in balia di quell’oceano infinito su un mezzo che fa affidamento a vele e vento è legato fortemente alle sue scelte. La nostra vita può vivere momenti di calma e attimi di tempesta che profumano della fine del mondo. Per ripartire però, chiunque avrà sempre bisogno di un cappello che galleggia, un riferimento che sappia farci notare il nuovo moto – indipendentemente dalla direzione. Ciò che eravamo può benissimo trasformarsi in quel simbolo gettato in mare che da un senso alla nuova fase.
Come dicevo però, oltre all’ambientazione, i personaggi sono scelti con cura. Il compagno segreto – un capitano che naufrago e fuggiasco chiede aiuto – si trasforma facilmente nell’Io di ognuno di noi che parla sommessamente, che si intende con uno sguardo e che, sovente, riesce persino a prevedere le intenzioni e agire di conseguenza. Il libro si dipana tra simbolismo e racconto, tra introspezione e avventura in mare aperto. Il naufrago verrà accolto e mantenuto nascosto dal resto dell’equipaggio per dar modo ai due capitani di scoprirsi e capirsi fin quando non arriva il momento giusto per dividersi arricchiti – in maniera diversa – reciprocamente.
Penso che dalla mia descrizione si capisca ben poco del libro ma è altrettanta la mia voglia di non scrivere una vera recensione. Sia perché devo ancora digerire quel tè, sia perché – di quella bustina – avrei da parlarne per ore mentre, come ogni viaggio interiore che si rispetti, bisogna saper vivere sia la scoperta che l’abbandono di quanto affrontato.
Emanuele
PS: si, si nota lontano un miglio che è stata una psicologa a regalarmi questo libro…
PPS: si, leggetelo se – nei libri – sapete leggere oltre le storie.