Archivio dei post taggati ‘coraggio’

Diciotto santi in Paradiso.

Scritto il 6 giugno 2012 alle 10:36

Io so che prima o poi cadrò. Lo do per certo, statisticamente confermato, ineluttabilmente previsto. Eppure la vita continua a mantenermi su una nube scintillante, con i piedi che faticano a toccare il pavimento persino quando provo a spingermi verso il basso.

In quest’Italia in cui la disoccupazione è sempre più prepotente, ingombrante, ignobile e degradante della dignità di tantissimi giovani a me viene proposta una via totalmente diversa e, per questo, cadrò.

Non ho mai scritto un curriculum in vita mia, ve lo raccontai: dopo la laurea non ne ebbi neanche il tempo. In questi mesi di silenzio su queste pagine tante cose sono successe e – il silenzio – non è stato sinonimo di piattezza ma, al contrario, i giorni son diventati sempre più pieni.

Durante l’inverno ho cambiato reparto: nuove sfide accolte al volo, forse lasciando persino di stucco chi me le comunicava. Sarà che mi piace esplorare, sarà che ho dentro ancora le mie giornate in Africa, coi pantaloncini e gli scarponi, ma l’idea di poter affrontare nuove sfide mi galvanizzava. Dopo pochissimo arrivò un’altra mansione, un ruolo di responsabilità all’interno dell’azienda. Il mio cognome scritto, insieme a pochi altri, nell’organigramma mi fa ancora sorridere, specie se dopo appena un anno dall’assunzione.

Ero contento, ma – vi dicevo – penso di avere diciotto santi in Paradiso. In queste ultime settimane è arrivata un’altra proposta: la possibilità di salire di livello, la possibilità di ricevere uno stipendio ancora migliore. Giorni belli ma stressanti per chi, come me, non è lo squalo che gode nel contrattare. Coccolato sino al punto da ritrovarmi invitato a cena fuori per discutere l’offerta e con la mia azienda che – ricevuta la notizia – sforna una controproposta ancora più interessante pur di tenermi. In un’Italia che arranca nell’offrire lavoro ai giovani io ho la fortuna di scegliere tra due belle proposte, tra due aziende che han voglia di investire su di me e che mi considerano una risorsa e non un numero. “C’è gente che pagherebbe venti cene pur di beccarsi un posto” mi ripeto sommessamente, con rispetto e umiltà.

Cadrò. Lo so, lo sento, me lo ricordo ogni giorno, mi sto preparando. I diciotto santi in Paradiso stanno facendo un lavoro magnifico ma non potranno sempre occuparsi di me così. Sono giorni, questi, in cui la gratitudine che puoi provare sembra sempre inadeguata e ti chiedi cosa hai fatto in passato per meritare tanto ma non trovi mai una ragione sufficientemente valida.

Io intanto continuo a divertirmi. Qualche giorno fa ero in un’industria per l’avviamento di una parte di impianto e dopo aver completato i test di rito, al momento di avviare la prima lavorazione – davanti due monitor – esclamavo “bene, adesso divertiamoci!” come un bambino che inizia una sfida a pallone nel cortile di casa. Che sia l’entusiasmo il motore di tutto questo?

Emanuele

“Nel mare ci sono i coccodrilli – Storia vera di Enaiatollah Akbari” di Fabio Geda.

Scritto il 19 marzo 2012 alle 20:34

Oggi so che si può anche concludere un libro con le lacrime agli occhi. “Nel mare ci sono i coccodrilli”, scritto da Fabio Geda, non è semplicemente un libro: è una storia che dovete leggere. E dico dovete ma il verbo, imperativo, che vorrei usare ma che non trovo, è ancora ugualmente insufficiente. Sotto il titolo leggerete “Storia vera di Enaiatollah Akbari” e credo che questa storia andrebbe fatta conoscere nelle scuole, nei centri educativi giovanili, nelle stanze in cui si parla di immigrazione, nei parlamenti in cui si discutono decreti che coinvolgono gli extra-comunitari.

Copertina de: "Nel mare ci sono i coccodrilli - Storia vera di Enaiatollah Akbari" di Fabio GedaEnaiat è un bambino che a 9 anni si ritrova da solo contro la vita: non per qualche tragedia terrestre ma perché la madre, per salvarlo da un futuro incerto, lo abbandona spronandolo ad andare avanti nella vita. A nove anni. Mi vengono i brividi e mi sento disgustosamente fortunato al confronto. La sua è una storia come centinaia di migliaia di altre vite, questa volta però non vi arriva di sfuggita durante un articolo di 30 secondi nel telegiornale serale. Nel libro si ripercorre la sua storia, gli otto anni più duri, intensi, spaventosi e crudeli che si possano augurare ad un qualsiasi essere umano. E questa volta si legge il lieto fine, ma tanti altri altri non hanno la sua stessa “fortuna“.

Mi torna in mente l’Africa, mi tornano in mente certi discorsi affrontati con alcuni ragazzi senegalesi che mi raccontavano che il passaporto potevano anche farlo per andar via ma che – dopo che paghi – non è detto che il visto te lo accettino: e lì perdi tutto, soldi e speranze. Mi torna in mente tanto altro che dell’Africa non vi ho mai raccontato perché sono ingrato, un testimone incapace. Enaiat parte da un’altra terra dura: l’Afghanistan. Nel suo percorso si porta dietro, fino alla fine, la sua comunanza coi talebani, quelli che la società occidentale ha stigmatizzato come esseri demoniaci facendo – al solito ed ingiustamente – di tutta l’erba un fascio.

Enaiat dormirà per terra per anni, dormirà nei parchi, dormirà sulla sabbia, dormirà dove capita e quando – per la prima volta nella sua vita – gli verrà dato un pigiama, faticherà persino a comprendere cosa sia. Enaiat lavorerà per anni in fabbriche spacca pietre e la tenera età non conta e non fa differenze: si lavora da mattino a sera, spesso anche schiavizzati, senza stipendio ma semplicemente con la possibilità di dormire e ricevere un pasto. Un futuro senza evoluzioni da cui scappare, clandestinamente. Ma la condizione di clandestini non è semplice, quando i TG raccontano di un barcone di immigrati approdato sulle coste di Lampedusa la società li avverte quasi come dei turisti dispettosi che abbiano deciso di visitare un villaggio turistico in bassa stagione. Il viaggio, per loro, non è così. Così come non è simpatico rimanere chiusi per giorni nel doppiofondo di un camion, piegati e al buio, ammassati con tanta altra gente tanto da pensare di dover morire lì dentro. Senza possibilità di comunicare “mi arrendo, scendo qui”, senza cibo, senza acqua e con una bottiglia in cui raccogliere i tuoi escrementi.

La storia ti fa comprendere anche perché, certi immigrati, arrivano da queste parti con la necessità di rubare: la vita non gli ha mai mostrato strade diverse per sopravvivere. Ti fa comprendere anche cosa possa significare vivere in un luogo in cui persino i soldi perdono senso: averli serve a poco se ogni giorno combatti per rimanere in vita, se devi dormire in un fosso per non farti trovare, se devi camminare per giorni per lasciare il tuo paese e nel percorso qualcuno non resiste come te e devi abbandonarlo come carne che concimerà la terra.

Il diciottesimo giorno ho visto delle persone sedute… Erano sedute per sempre. Erano congelate. Erano morte. Erano lì da chissà quanto tempo. Tutti gli altri sono sfilati di fianco, in silenzio. Io, a uno, ho rubato le scarpe, perché le mie erano distrutte e le dita dei piedi erano diventate viola e non sentivo più nulla, nemmeno se le battevo con una pietra. Gli ho tolto le scarpe e me le sono provate. Mi andavano bene. Erano molto meglio delle mie. Ho fatto un cenno con la mano per ringraziarlo. Ogni tanto lo sogno.

Tratto da: “Nel mare ci sono i coccodrilli – Storia vera di Enaiatollah Akbari

Dovete leggere questo libro. Dovete farlo conoscere. Dovete raccontarlo. E’ un dovere morale e rimane ugualmente poco, così come poca cosa è stato il mio post-Africa fin ora, ma che so – troverò, prima o poi – un modo nella mia vita per far fruttare in maniera decente o mi sentirò sempre complice e carnefice di strorie come quella vissuta da Enaiat.

Emanuele

PS: lo stile del libro, la bellezza narrativa, la genuinità di certi passaggi che suonano quasi un diario personale da cui non separarsi, tutte cose che ho apprezzato, passano decisamente in secondo piano questa volta (e se ho divorato il libro in due giorni un motivo ci sarà).

Tu hai mai rischiato?

Scritto il 23 luglio 2011 alle 17:27

Giovanni: Lo sai che con 20 milioni si può comprare un bar in Costa Rica? Sulla spiaggia. Sole, mare, un sacco di palme.
Aldo: Tutto l’anno in costume.
Giovanni: Tutto l’anno in costume. Nessuno che ti rompe le palle; che ti dice quello che devi fare. Certo, ci vuole coraggio, bisogna abbandonare tutto.
Aldo: E se ti va male?
Giovanni: Be’, il rischio c’è. Del resto, se non rischi. Tu hai mai rischiato?

Tratto dal film: “Tre uomini e una gamba”

Tu hai mai rischiato? (che magari, scritta tre volte in un post solo, si valuta la domanda con la dovuta attenzione…).

Emanuele

Ripeti sempre: posso farcela!

Scritto il 26 giugno 2011 alle 12:00

Ostacolo

Nella vita, metà dei fallimenti derivano dal trattenere
il proprio cavallo
quando sta per saltare.

John E. Hare (filosofo inglese)

Emanuele

(photo credits)

Corretegli incontro.

Scritto il 19 giugno 2011 alle 12:00

Uomo a braccia aperte verso il sole

Tra vent’anni non sarete delusi delle cose che avete fatto
ma da quelle che non avete fatto.
Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri,
catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite.

Mark Twain (scrittore statunitense)

Emanuele

(photo credits)

E’ arrivato un fratellino!

Scritto il 10 giugno 2011 alle 9:23

Io non so in ventott’anni quante altre volte mi sia accaduto, però in questi mesi ho visto realizzarsi due belle magie.

La prima è ben più piccola ma da quando è arrivato il mio monociclo a casa un’altro co-abitante aveva mostrato particolare interesse (voleva che lo lasciassi a casa la domenica, se – durante la settimana - rientrava a casa prima di me balzava in sella etc…). Così, adesso, in occasione del suo compleanno, ho pensato: perché non regalargliene uno insieme agli altri coinquilini? Tra il dire e il fare, certe volte, non c’è di mezzo il mare. :-)

Due monocicli

La seconda magia è ambientata al lavoro: erano sono i primi mesi per me e non conoscevo tanta gente. Socializzando con un ragazzo un po’ più grande (va per i quaranta) è uscita fuori la mia insana passione per il monociclo. Gli ho raccontato quanto fosse divertente e un bel giorno, poco più di un mesetto fa, seguendo unicamente il suo istinto, si è fatto consegnare in azienda una biciclettina acrobatica (che, credetemi, ho provato ma è ben più difficile del monociclo!). Dopo un po’ di tempo mi ha confidato che erano anni che sognava di provarla ma non si era mai convinto e che ormai conservava l’idea come “un sogno che avrebbe dovuto realizzare quand’era più giovane”. Tra le motivazioni del passo mi ha svelato che ero stato io a dargli la giusta spinta per osare: sono rimasto senza parole e non posso che continuare ad approvare la sua scelta… il tutto però mi ha riportato, malinconicamente, in mente le ultime parole di mio zio. Aver convinto un bel po’ di gente a comprare un Mac è stato facile… ma questa volta, senza neanche volerlo, ho spinto una persona che conosco pochissimo a comprare una biciclettina acrobatica! :o

In ogni caso, dopo ben sette biciclette in garage (condivido casa con altri malati-di-bicicletta) ecco il fratellino del mio monociclo. E’ stato un piacere vedere il festeggiato gongolante sul suo mono-ruota fiammante!

Quante cose nella vostra vita non realizzate perché non vi sembra mai il momento giusto? :-)

Vola solo chi osa farlo gente! Vola – dannatamente – solo chi osa farlo!

Emanuele

PS: il monociclo con la ruotina da 20″ l’ho già provato e posso assicurarvi (chissà vi balenasse l’idea) che è incredibilmente più semplice del mio da controllare (me l’avevano detto che con la ruota grande è più difficile imparare, ma ormai lo sapete che senza difficoltà non mi diverto! :-P ).

L’essenza dello spirito dell’uomo sta nelle nuove esperienze.

Scritto il 6 giugno 2011 alle 18:52

Ieri sera, dopo cena, stavo lavando i piatti quando un mio coinquilino inizia a raccontare di una proposta di lavoro ricevuta da un’azienda di Palermo: «Ho il colloquio giorno X, non credo che ci andrò…». Io, con le mani insaponate, ascoltavo dalla cucina mentre loro discutevano del perché e del per-come.

Milano - Piazza Duomo

Mi rimanevano da sciacquare gli ultimi due bicchieri e la discussione si prolungava e dibatteva sulle possibilità che uno spostamento simile comporta. Finito il mio lavoro e ritornato in salotto, con una rapidità che tutt’ora mi sorprende ho esclamato «Io non so se tornerei più a Palermo!».

Questa frase oggi mi da da pensare. E mi fa pensare tanto quanto la foto che vedete in alto. Non tanto per la sua bellezza o per la luce particolare quanto perché, proprio il giorno prima, mentre scattavo quello squarcio del Duomo mi ero ripetuto silenziosamente «Finché mi ritroverò a scattare foto come questa, si vede che nella città in cui vivo mi sentirò ancora ospite e turista».

Non è cambiato tutto in poche ore. Di monumenti da fotografare e rifotografare penso ne spunteranno ancora tanti e tanti altri. Però c’è anche un lato di me che qui sta bene perché questo posto mi sta offrendo opportunità che a Palermo non avevo, perché sto conoscendo volti nuovi, paesaggi diversi, stili di vita al di fuori del bagaglio che ho sempre portato con me.

Forse tra qualche anno l’assenza del mare, del mio pane, del sole più caldo la farà da padrone e queste parole sembreranno stupide, per ora però è così. Mi sentirei un esploratore che si rinchiude a casa se avessi voglia di ritornare nel mio sud il prima possibile. L’antitesi di ciò che sento dentro in questi ultimi anni.

Sconvolgere la propria vita è un’occasione unica per maturare un carattere variopinto ed una mente poliedrica. Spero di conservare nel tempo questo coraggio che non significa non tornare mai dove si è stati ma, semplicemente, avere continua sete di nuove scoperte, abbandonando le radici per puntare costantemente verso nuovi rami, senza troppe discriminazioni…

Emanuele

La tartaruga, la foto, noi… e il movimento.

Scritto il 17 maggio 2011 alle 18:29

Mostra fotografica: tartaruga movimento lento

Le perle di saggezza, per una scelta precisa fatta alcuni anni fa, arrivano solo la Domenica perché mi sembra giusto, almeno un giorno, fermarsi per formarsi (uno slogan che mi ricorda lo scoutismo siciliano) però… non sempre posso resistere a tale scelta perché capita che, proprio Domenica, vai ad una mostra fotografica e becchi una foto accompagnata da un messaggio bellissimo.

L’immobilità di una foto, l’immobilità dello spettatore che s’incanta davanti, l’immobilità di un movimento (ossimoro!) che istante per istante può esser paragonato ad una realtà statica contrapposti all’importanza di avanzare.

Scoprire, capire e accettare che – quand’anche, nella più assurda delle ipotesi, tu sia una tartaruga – non significa che non potrai arrivare dove desideri.

Emanuele