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L’idiota di Dostoevskij: il vivere inimitabile.

Scritto il 24 gennaio 2012 alle 20:18

Copertina de: "L'idiota" di DostoevskijIeri sera ho finito di leggere L’idiota di Dostoevskij e dire che sia stata un’avventura impegnativa è dir poco. Le 480 pagine del libro definito “uno dei massimi capolavori della letteratura russanon sono sempre facili da seguire. Vuoi per la miriade di personaggi dagli impronunciabili nomi russi (alcuni esempi: Elizaveta Prokof’evna Myskin, Gavrila Ardalionovic, Ardalion Aleksandrovic Ivolgin) vuoi per i dialoghi ambientati in ricchi salotti della Russia dei primi dell’800, vuoi per gli intrecci familiari non sempre chiari fin da subito, vuoi per la prolissità che, in alcune pagine, diventa estenuante e per gli eventi che si susseguono freneticamente e quasi caoticamente tra storie d’amore, furti, viaggi, malattie, morti, duelli, litigi. Nel mio cammino sono stato molto fortunato perché quando stavo iniziando a leggerlo, un’amica mi ha proposto di farlo insieme e così, per rispettar l’impegno, ho cercato (nei limiti della disponibilità di tempo) di mantenere il passo fino alla fine.

L’idiota narra di un uomo estremamente buono. Dostoevskij lo descrisse in questo modo:

Da tempo mi tormentava un’idea, ma avevo paura di farne un romanzo, perché è un’idea troppo difficile e non ci sono preparato, anche se è estremamente seducente e la amo. Quest’idea è raffigurare un uomo assolutamente buono. Niente, secondo me, può essere più difficile di questo, al giorno d’oggi soprattutto.

Dostoevskij

E il principe Myskin, definito “idiota” perché affetto da crisi epilettiche era un uomo estremamente buono con un senso morale elevatissimo a tratti insostenibile, un uomo capace di mettere la soddisfazione altrui davanti alla sua, cosa che – ovviamente – destava scompiglio nell’animo di chiunque avesse a che fare con lui. A giro, tutti i personaggi entrati a contatto con quell’animo nobile, mostrano – impotenti ed incapaci di ribellarsi a questo destino – il lato più scuro e meschino del loro essere.

Personalmente, a tratti, ho letteralmente odiato il libro. Avevo voglia di arrivare alla fine prima possibile come fosse una tortura cui mi stavo sottoponendo per non so quale scelta. Alla fine però, ieri sera, quando leggevo le ultime pagine, sentivo una sorta di malinconia. Le parole diventavano importanti, si stava concludendo una lunga storia, un libro tenuto vicino al letto per alcuni mesi e il saluto ad ogni personaggio era diventato importante in me. Quando ho chiuso gli occhi ho provato una strana nostalgia.

Potete star certi che Colombo non era felice nel momento in cui scoperse l’America, bensì quando era in viaggio per scoprirla [...] L’importante non era quel Nuovo Mondo, che magari poteva anche inabissarsi. [...] L’importante sta nella vita, solo nella vita, nel processo della sua scoperta, in questo processo continuo ed ininterrotto, e non nella scoperta stessa! [...] Del resto, voglio aggiungere che ogni idea nuova o geniale concepita da un uomo, o anche, semplicemente, ogni idea seria gemmata nella mente di qualcuno, resta sempre qualcosa che è impossibile trasmettere agli altri uomini, anche se si scrivessero interi volumi e si impiegassero anche trentacinque anni nell’intento di interpretarli; rimarrà sempre qualcosa che si rifiuterà in ogni modo di uscire dalla vostra testa e resterà sempre chiuso in voi… (Ippolìt; 3, III)

Tratto da: “L’idiota” – Dostoevskij

L’idiota non è un libro per tutti e bisogna nutrire una gran curiosità per concluderlo senza lasciarlo impolverare. Di morali che si possono trarre da questo romanzo ve ne sono parecchie, una fra tutte è che l’estrema bontà – sebbene regali un onore invidiabile ed indiscutibile – nella vita paga poco a livello umano in quanto non è certezza di soddisfazione personale…

Emanuele

Abbandonare i preconcetti.

Scritto il 19 agosto 2011 alle 18:19

La prima cosa descritta quando è arrivato il momento di presentarci è stata la mia voglia di libertà. Ero partito per l’Africa convinto di non dovermi aspettar nulla e di dover abbracciare qualsiasi esperienza mi fosse stata offerta. Avevo lasciato l’orologio, avevo abbandonato il cellulare, avevo deciso che non avrei mantenuto i contatti con gli amici. Non era la stessa Africa che han cercato e vissuto gli altri ma era esattamente come sentivo di doverla vivere io. L’Africa doveva essere un momento mio, diverso. Io, dovevo provare a pensare diversamente.

Birra in caso d'emergenza.

Dopo un paio di giorni di conoscenza divenne palese che un’altra del gruppo mi veniva dietro. Gli altri lo facevano notare attraverso battutine velate e io – da bravo – facevo finta di non comprender nulla e me ne stavo sulle mie.

L’intera prima settimana, senza rendermene conto, stavo vivendo libero da tutto tranne che dai miei preconcetti. “Non voglio rovinare la mia esperienza e neanche la sua“, “non voglio modificare gli equilibri nel gruppo“, “non voglio fissarmi su qualcosa che posso ritrovare anche in Italia…” e così via. Nonostante fosse una ragazza molto interessante e mi trovassi bene a discutere e scherzare con lei, quando vedevo qualche segnale di avvicinamento mi ritiravo indietro. Ero il solito me.

Avevo ripreso con tutta una serie di ragionamenti che ogni volta mi porta forse a non vivere per dar voce ad un particolare senso di responsabilità verso tutto il resto. Qualcosa che tra educazione scout e bisogni familiari particolari si è instaurata in me in maniera pesante. Più passavano i giorni però, più mi chiedevo quanto non fosse stupido tutto ciò. Perché dovevo preoccuparmi di tutte quelle cose? Perché dovevo decidere io se fosse un “rovinarle l’esperienza” provare a lasciarmi andare? Perché dovevo occuparmi dell’equilibrio del gruppo? Se anche fosse stato vero tutto quanto… non poteva esser vero anche l’esatto opposto? Forse quella ragazza era anche il segno di questo cambiamento. Un’offerta che dall’Alto, stava a dir qualcosa e che potevo – per l’ennesima volta – prendere o lasciare andare. E io, che finalmente e dopo anni, mi ponevo domande simili… potevo far passare l’occasione senza darle un minimo di considerazione in più?

Così una sera, ho provato a pensare diversamente. Ho preso un grande lenzuolo, il cavalletto e la macchina fotografica e sotto quel bel cielo africano ho proposto una veglia alle stelle. Tutti sdraiati col naso all’insù abbiamo fatto tardi parlando delle cose più assurde. Io però, persino in quel momento, provavo a rimanere sulle mie mantenendomi concentrato sulla macchina fotografica e un po’ defilato dalle risate. Volevo ancora, per l’ennesima volta, capire quanto fosse giusto.

Pian piano andò via il primo e poco dopo anche la seconda del gruppo si trasferì a letto. Rimanemmo solo io e lei. Io continuavo a scattare foto, lei continuava a smuovere il mio braccio quando – finito di giocare con le impostazioni – tentavo di far memorizzare a quel miracolo dell’umanità composto da obiettivo, diaframma e sensore fotorecettore, una cartolina del cielo.

Una rana quella sera gracidava molto vicino, probabilmente era nascosta tra qualche pianta a pochi metri. Sempre più vicini ed incuranti di quel rumore poco rassicurante (oh, se ti salta addosso non è piacevolisimo!) si chiacchierava come se quella notte potesse durare all’infinito e non c’era bisogno di dormire. Nessuno dei due aveva fretta di rientrare.

Non so se sia stato l’ennesimo gracidare fastidioso o qualche zanzara che pungendomi mi fece sobbalzare verso di lei ma, tutt’un tratto la stavo baciando. Mi stava baciando.

Il resto non ve lo racconto, ma la settimana successiva è cambiata inesorabilmente. Non è successo nulla di sconvolgente, nessuno del gruppo ha sofferto nulla, né io né lei abbiamo vissuto male o chiusi a riccio e adesso non posso che esser felice anche di questo. Ho provato a vivere “una storia di una settimana” che per tanti altri motivi non volevo portare in Italia e che per come son fatto non avrei mai fatto nascere. Qualcosa che diventa l’ennesimo regalo di quest’Africa misteriosa e sconvolgente. Il segno che altro in me deve ancora cambiare ma che se ha compiuto il primo passo è già sulla buona strada… perché è da tempo che sono convinto che so vivere tutto con leggerezza tranne i rapporti interpersonali.

Che io – mi sa – non ho bisogno di una donna. Ho bisogno di una donna che mi prenda a gomitate perché il tempo mi ha disegnato malissimo.

Emanuele

PS: la foto, scattata sulla nave verso l’isola degli schiavi, mi sembra perfetta. Sia perché Goree era il luogo in cui quegli uomini perdevano la possibilità di decidere della loro vita, sia perché – a volte – piuttosto che un giubotto di salvataggio, si ha bisogno di quella sana pazzia che solo una bella sbronza può assicurarti…

L’uomo che voleva essere felice – Gounelle

Scritto il 2 maggio 2011 alle 13:38

Qualche giorno fa ho finito di leggere “L’uomo che voleva essere felice” di Laurent Gounelle. In realtà questo libro l’aveva consigliato Luca Conti e incuriosito l’avevo aggiunto ai libri interessanti da leggere. Qualche mese fa però decisi di regalarlo a lui per il compleanno… ma vedendolo spesso sdraiato a riposare sul suo comodino ho provato a dargli attenzione io. :-)

“L’uomo che voleva essere felice” è un libro che spinge a cambiar vita, sulla falsa riga di scrittori come Coelho o Terzani in alcuni frangenti. L’esperimento (no, non è un esperimento perché Gounelle è un formatore e un esperto in programmazione neurolinguistica) riesce ma non del tutto. L’idea di far passare certi messaggi filosofici attraverso un romanzo mi ha convinto a tratti.

Probabilmente perché ormai amo certi capitoli di Coelho o perché la naturalezza di un esempio di vita quale è quello di Terzani mi entra più in profondità, ma non sono stato totalmente rapito dal libro.

In ogni caso è molto leggero da leggere e contiene comunque vari spunti di riflessione. Molto spesso infatti ci si crede liberi mentre siamo frutto di credenze innate o auto-costruite in noi: ci vediamo troppo ciccioni, troppo alti, troppo bassi, troppo buoni, troppo sfortunati in amore… Tutti modi di vedere che influenzano il nostro atteggiamento e limitano le possibilità di raggiungere i nostri desideri. Come al solito il primo passo è prenderne coscienza ma non è facile farlo, richiede attenzione, capacità introspettive e voglia di rischiare

Il libro, non so se lo consiglierei ancora anche perché a livello economico – secondo me – si trova di meglio per qualche euro in meno. In ogni caso il titolo è affascinante e credo che nessuno di noi possa esimersi dal sentirsi co-protagonista all’interno della storia…

Il cammino che conduce alla felicità a volte richiede la rinuncia alla facilità, per seguire le esigenze della nostra più profonda volontà.
Buon viaggio,

Samtyang

Tratto da “L’uomo che voleva essere felice” di Laurent Gounelle

Emanuele

Protagonisti!

Scritto il 1 maggio 2011 alle 12:00

Ragazza appoggiata su una parete al sole

O risplendente Sole, cosa mai saresti tu,
se non ci fossi io, quaggiù, su cui risplendere?

Friedrich Nietzsche (filosofo tedesco)

Emanuele

(photo credits)

Sopportare.

Scritto il 27 aprile 2011 alle 19:41

Dobbiamo sopportarci quali siamo, il segreto è tutto qui. Sopportare il nostro carattere, la nostra natura di fondo, con tutti i suoi difetti, il suo egoismo e la sua cupidigia, che non saranno corretti né dall’esperienza né dalla buona volontà. Dobbiamo accettare che i nostri sentimenti non siano contraccambiati, che le persone che amiamo non rispondano al nostro amore, o almeno non nel modo che vorremmo. Dobbiamo sopportare il tradimento e l’infedeltà, e soprattutto la cosa che ci riesce più intollerabile: la superiorità intellettuale o morale di un’altra persona. Ecco cosa ho imparato nel corso di settantacinque anni, qui, in mezzo ai boschi.

Tratto da: “Le Braci” di Sàndor Márai

Cosa penso del libro l’ho già scritto qui.

Emanuele

L’anello mancante.

Scritto il 7 aprile 2011 alle 11:41

Una volta per tutte credo di aver trovato ciò che collega la mia necessità interiore di sfogarmi con coniugazioni e sillabe all’altra mia anima, quella razionale, quella che fin da piccolo mi faceva sognare di diventare un giorno un ingegnere, che mi faceva smontare ogni oggetto possibile pur di conoscerlo meglio (dalle bambole di mia sorella, alle penne, agli strumenti di un oculista…), e che anni fa mi fece iscrivere proprio ad ingegneria.

Gli scrittori sono gli ingegneri dell’anima.

Iosif Vissarionovič Džugašvili Stalin

Ecco tutto. C’è un po’ di me anche nella voglia di scrivere. Mi sembrava strano d’altronde. L’ingegnere può anche aver voglia di scrivere, nonostante la sua anima precisa, fredda e calcolatrice. :-|

Non sono anormale. Adesso mi rimane da capire se mi è concesso anche (tornare ad) essere romantico

Emanuele

Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora.

Scritto il 16 dicembre 2010 alle 18:36

A me chi non vuole aspettare non piace. Mi spiego. In giro trovo sempre gente che dice “ho smesso di aspettarmi qualcosa dalla vita perché si rimane sempre fregati”. Ecco, a me questa cosa qui non piace. Che senso ha la vita se non si desidera più niente? È una bugia che si racconta a se stessi per non illudersi? Ma tanto, mi chiedo spesso, si può mai mentire a se stessi? Nel profondo di ognuno di noi la verità risiede sempre in maniera lampante. Solo che quando quella verità non ha riscontro nella realtà iniziamo a dire che non aspettiamo nulla.

Io aspetto. Io aspetto tante cose dalla mia vita!

E quest’attesa, devo persino confessarvi, è stata spesso motivo della mia grinta. Si, ciò che non c’è, siccome sono straconvinto che arriverà, mi rendeva felice e mi dava la voglia per avanzare nei miei obbiettivi.

È un pò come quando ci son due persone che aspettano l’autobus. Il primo, pessimista, decide di non attendere e va a piedi, il secondo, che ha un briciolo di pazienza e ottimismo in più, sa che l’autobus è semplicemente “in arrivo” (perché ricordate – lo stato di un autobus che non è alla fermata – è sempre e solamente quello!) e decide di attendere (attendere, in entrambe le accezioni!) qualche istante in più. Dopo un pò la storia vuole che il pessimista vede l’ottimista passare e pensa pure che il mondo l’abbia sempre con lui!

Ecco dunque, la differenza, nell’esempio così come nella vita, è data semplicemente dall’atteggiamento che abbiamo noi verso ciò che “è in arrivo”.

Io ho fede e so che tante cose che sogno arriveranno (un esempio?!), perciò non mi scoraggio e non ho alcun problema nel dire che mi aspetto tanto da questa vita! Avrei paura nel pensare che non potrà arrivare più nulla di buono… Che senso avrebbe alzarsi la mattina?

E riguardo i tempi d’attesa? Ecco, so già che il secondo pensiero è quello, perché in realtà anche il pessimista potrebbe decidere di aspettare l’autobus, ma in pratica entrambi, per un tempo indefinito, saranno seduti su quella panchina…

Beh, ecco, in questo più che ragione entra in gioco la fede. Io gioco la mia parte aspettando tanto dalla vita ma riguardo i tempi mi piace pensare che Dio conosca il tempo giusto per ogni cosa che vogliamo vedere realizzata e per questo mi affido. Tutto qui.

E da oggi non dite più che non vi aspettate nulla dalla vita perché vi prendo per bugiardi e, forse, anche un po’ stupidi. La vita va vissuta e Dio prospetta il meglio per ognuno di noi. Cercate di non vivere come chi ha fretta e finisce sempre per farsela a piedi…

Emanuele

Il sistema universitario è fatto di manuali vuoti.

Scritto il 5 novembre 2010 alle 12:43

Qualche giorno fa è venuto a casa mia un collega. Vediamo la tua tesi, vediamo la mia. Ah… la presentazione è così, wow, perfetta, benissimo così. Tante belle cose simili. Questo collega – sotto mio consiglio – qualche tempo fa ha acquistato un Mac.

« Ah, ti ho appena mandato una e-mail con un link, aprila e scarica quel software… ». Lui parte per aprire Safari (il browser) e io (ingenuamente) « Non hai configurato ancora Mail? ».

Alt. Ferma. Pausa. La sua risposta adesso doveva essere: « No, non ho avuto tempo ». L’avrei accettata, quasi quanto « Non so cosa sia Mail ». Invece il non so cosa sia Mail s’è trasformato in una richiesta di spiegazioni su cosa fosse un client di posta. « Ah, wow, quindi potrò vedere la mia posta senza andare più sul sito? ».

Si caro mio. Si mio-caro-tra-qualche-giorno-siamo-ingegneri. Nel mentre però – a me – nascevano tic da tutti i lati ma lui non era soddisfatto. Glielo configuro, scarica la posta, finisce le sue faccende e conclude: « E adesso come faccio il logout? ».

Ok, detto ciò (ma era la vana speranza a non farmelo ammettere prima) avevo tutto chiaro. Non hai mai visto un client di posta. E se io ti parlo di connessione IMAP che facciamo allora? E se ti dico protocollo POP3? Server SMTP? Tutte belle parole? Hai pure fatto un corso CISCO tu! Un corso CISCO!

Avevo i brividi perché certe cose sono la base. Sono gli albori dell’informatica. Sono i primi studi, sono i primi tentativi di creare l’internet come il mondo la conosce oggi. Sono cose necessarie come un server FTP, uno DNS o un filo di rame. Anzi – i brividi – li ho ancora ripensando a quel momento. Perché, cavoli, l’università, sulla carta, ti ha formato. E tu dopo anni non sai ancora cosa sia un client di posta. Hai giocato al pc?!

Non l’ho con te mio caro amico (se mai dovessi leggermi). L’ho solo ed esclusivamente con la mia università. Anzi, con l’università che sento davvero poco mia. Perché certe cose le penso da tempo, ma forse solo adesso che ho finito posso togliermi qualche sassolino dalla scarpa.

Non può esistere un ingegnere informatico che non sappia cosa sia un client di posta. Non lo ammetto neanche da un ignorante (per carità, avrà fatto altro nella vita) che crede di conoscere il piccì esclusivamente perché ha preso la patente ECDL.

Sono disgustato da questo modo di educare, di istruire, di formare. Perché l’università ti ha insegnato tante cose belle che forse non hai assimilato. E quando mi chiedi « Non capita anche a te di imparare a fare certe cose e poi di dimenticarle? » mentre non riesci a risolvere un problema al computer mi rendo totalmente conto di quale sia il problema. Hai nozioni. NOZIONI. Hai letto un manuale, due manuali, dieci manuali. Ma non c’hai messo la testa… e l’università non ha saputo mai e poi mai valutare la tua testa ma – semplicemente – la tua memoria. E’ un sistema che non funziona.

Io lo so che ti sei impegnato. Ti sei rotto il culo e lo credo davvero. Lo ripeto: non l’ho con te. Però perdonami se ti ho preso come esempio e permettimi d’essere nuovamente infastidito perché così come il client di posta esisteranno miliardi di altre cose che per te saranno « ah, wow…! ». Che figura farai un bel giorno davanti al tuo datore di lavoro?

Ben vengano allora tutti quelli che si son fermati al diploma e si son buttati in pasto alle aziende. Non volevo crederci. Volevo credere che l’università facesse la differenza ma, in giro, vedo fin troppo spesso persone che cercano solo un pezzo di carta. Poco importa l’argomento. Nessuno parla più di esser portati, nessuno ti descrive la passione che ha fatto avanzare questo mondo. Nessuno mette l’anima. Gli studenti e i professori. Sono pochi quelli che salverei, da entrambi i lati. Qualcuno lo conosco, è vero. Ho colleghi cui farei un inchino ogni volta che incontro. Però c’è troppa gente educata diversamente.

Mia sorella, quando le ho raccontato questo piccolo aneddoto di vita quotidiana mi ha risposto di botto: « ma l’hanno chiuso nella casa del grande fratello? ». Ed ha ragione. Ha assolutamente ragione!

Io ho tanto da imparare. In azienda, nei mesi di tirocinio, mi sono accorto che il mondo del lavoro è totalmente diverso dall’ambiente universitario, ma di una cosa posso esser certo. Ho passione, ho voglia di imparare, giocare, smanettare, passare le ore dietro queste cose. L’ho avuta fin da piccolo ed è come per un pittore la necessità, che sente dentro e si sfoga nelle sue mani, di riempire una tela. Né più né meno. Non siamo nerd. Siamo pittori. Ecco.

Ho l’animo da ingegnere e lo dico con orgoglio. Ho quell’animo e non mi riferisco ai software di un computer che so gestire. A me incuriosisce come funziona un estintore, una lavastoviglie, o una penna a molla. Da piccolo, dall’oculista, mia madre mi rimproverò aspramente perché mi ritrovò a smontare un macchinario da visita dall’oculista.  Grazie a Dio ho avuto la fortuna anche di mettermi a ripararle – le lavastoviglie – insieme a lavatrici, impianti idraulici ed elettrici. Mi piace capire quali regole descrivano ogni cosa ed è anche per questo che – spiego spesso ad alcuni amici – amo seguire la Formula 1. Una macchina che corre innanzitutto sfida le leggi della fisica e poi è un concentrato di tecnologie e studi. L’aerodinamica, il teorema di Bernoulli, l’effetto Venturi. Sono tutti lì, sotto gli occhi di coloro che sanno apprezzarli. Sono un ingegnere perché quando sono in volo mi metto a riflettere sull’aereo che non è nel vuoto ma avvolto da un gas che lo sorregge. Sei tu ad essere ingegnere, non l’università a renderti tale. E’ solo quando ci si accorge di questa bella differenza che tutto acquista colori diversi. Ingegnere è una descrizione, una parola che deriva da ingegno, non una nomina! Le nomine servono a chi non ha certe qualità e vuol supplire alla loro assenza. « Ti nomino cavaliere… »: un cavaliere è cavaliere nella vita tanto quanto una persona educata lo è senza necessità di nomine.

Mi auguro che anche tu possa scoprire quella spinta interiore e che un giorno, possa scrivere sfoghi come questi. Quel giorno – se ti va – mandami una e-mail…

Emanuele