Archivio dei post taggati ‘campagna’

Costretti a rallentare.

Scritto il 16 aprile 2011 alle 10:17

Strada verso il lago Maggiore

Amo i luoghi in cui la strada si inerpica timida tra il verde. Dove la viabilità è sottomessa alla bellezza della natura, dove nessuno penserebbe mai di aumentare i centimetri di asfalto, dove – al contrario – chiunque sostiene con facilità che già quel che c’è è più che sufficiente e talvolta eccessivo.

In quei luoghi amo abbassare il vetro e respirare l’assenza di comodità, o forse, amo respirare la presenza di natura fornita con prepotenza.

Emanuele

Forever yellow skies!

Scritto il 14 aprile 2011 alle 10:12

Questa foto qui guardatela bene. Guardatela e abbandonate un attimo ciò che stavate per fare. :-)

Campi gialli in primavera

Giallo. Forse voi vedete solo delle piante gialle ma per me non è così. Per me è un’occasione e mi sento fortunato. In questi mesi sto avendo la possibilità di conoscere la vita fuori città, distante da traffico, smog, stress.

Sono felice delle opportunità che mi sono state date: l’anno scorso ho vissuto la Milano-imprenditrice e mi son ritrovato anch’io come milioni di milanesi che giornalmente si incolonnano (tutti uguali) sulle tangenziali o sull’A4, arteria incredibile di questo nord Italia. Questa primavera invece mi sta regalando la fortuna di passare ogni mattina da campi come questi con la bicicletta e la borsa da lavoro a tracolla, felice. L’aria è pura tanto che spesso senti e apprezzi l’umidità dell’erba che si diffonde in tutta la zona.

Da un po’ di giorni – e lo dico senza paura di sbilanciarmi troppo – penso persino di aver trovato il mio ambiente, il compromesso giusto tra contatto con la natura e la vita-da-non-eremita che da anni il mio Io insegue. Faccio una vita molto più a contatto con la natura adesso rispetto a quando non vivessi a Palermo, immerso tra palazzi in cemento e strade asfaltate.

Sapete, in questi anni quasi tutta la gente che ho conosciuto a lavoro ha comprato casa. Il contratto stabile che ho permette, almeno sulla carta, anche a me di fare un mutuo. Non è una priorità di questi giorni ma… questi mesi in campagna mi stanno facendo valutare con forza l’idea di non tornare mai più in città. Non a Milano o a Palermo. Non tornare più in nessuna città. Qualche giorno fa lo raccontavo anche a mia sorella e penso che quando sceglierò casa lo farò in primavera. Dovrò capire come diventa il mondo intorno in questo bellissimo periodo dell’anno. :-)

Perché la natura fa parte di ciò che sono io. Per anni mi sentivo libero e in pace con l’universo quando vivevo i campi scout, quando mi ritrovavo per strade disperse tra le montagne o quando dormivo in tende montate tra boschi mai calpestati. Qui, sto provando un po’ le stesse sensazioni con maggiore equilibrio. Niente più “fughe forzate dalla realtà” ma stupende opportunità di conciliare la vita normale con ciò che fa star bene nel profondo.

Esco dal lavoro e attraverso vari campi, non sono ancora così bravo da riconoscere il tipo di coltivazione ma quei colori ti regalano serenità e allegria. Quasi mi dispiace dover arrivare al lavoro o a casa!

Quel giallo di questa foto, mi ricorda tanto il giallo di una canzone che amo e così quando passo da lì pedalo sempre con più forza, le gambe spingono e poco importa se hai già fatto qualche chilometro e arriverai a casa sudato. Pedalo e sorrido e mi sento nel mio mondo. Mi sento perfetto in quel momento. Ho finito di lavorare, sono in bicicletta, ho la natura intorno e qualche ora di relax mi aspetta, cos’altro potrei chiedere?

Mi immergerei. Sarà che immagino troppe scene da film mentre vivo ma – seriamente – forse un giorno troverò il coraggio di lasciare la bicicletta di lato per mettermi a correre come un bimbo tra quei prati probabilmente sottovalutati.

Guardatevi intorno. Evitate il più possibile i luoghi in cui non vedete l’alba o il tramonto! Il vostro io non lo ritroverete mai distanti da madre natura: è parte di voi imprescindibile! :-)

Emanuele

Siate affamati, siate pazzi.

Scritto il 5 aprile 2011 alle 9:56

La realtà – e lo so già – è che io finirò con l’ammalarmi. Perché il monociclo mi fa sentire libero e bambino e quando, qualche giorno fa, ho visto dei cavalli in lontananza mi sono immediatamente chiesto: perché non provare pure un po’ di off road? :-)

Monociclo offroad

Così – da solo – con le cuffie alle orecchie e Regina Spektor che intonava “Us” (una delle sue migliori creazioni), ho passato un’oretta distante da ogni strada asfaltata pensando che col calar del sole, doveva essere divertentissimo vedere all’orizzonte un pazzo tra i campi con una ruota sola.

Emanuele

Solo un pianista di piano bar…

Scritto il 15 marzo 2011 alle 19:23

Libertà! Libertà è trovarsi in bicicletta sotto la pioggia dopo il lavoro. Libertà è pedalare in una lunga strada, coi campi coltivati da entrambi i lati, aprire le braccia e urlare mentre le goccie d’acqua ti finiscono sulle labbra e poi scivolano veloci verso la sciarpa! Libertà è il naso che ogni tanto trattiene qualche goccia e devi liberartene agitando il volto…

Libertà è un jeans bagnato zuppo, adesso in un angolo della stanza, tolto immediatamente non appena arrivato a casa per infilarmi sotto una doccia calda.

Libertà è una pozzanghera presa in pieno, libertà è il giubotto da strizzare, libertà…

Libertà è sentirsi liberi. Sentirsi bambini. Sentirsi felici di star facendo una cosa stupidissima.

Libertà è rivivere cose che… sarà stato anni fa l’ultima volta che mi son bagnato così in bicicletta! :-)

…che suonerà finché lo vuoi…

Emanuele

#110: Si ma pesante cosa?

Scritto il 28 settembre 2010 alle 12:50

Amica: domani sera cena a casa mia in campagna, porta qualcosa di pesante!

Io: va bene se porto una pietra?

Fango. Fango su di me. Che c’è di più bello d’altronde?

Scritto il 13 luglio 2010 alle 23:45

Ti rendi conto che lo scoutismo l’hai nel sangue ed è qualcosa cui malvolentieri vorresti dover rinunciare nel tuo futuro, quando, dopo una giornata passata all’università senza neanche tornare a casa per pranzo, arrivi a casa con un grosso problema da risolvere e non senti minimamente la stanchezza. Prendi gli scarponi, un paio di calze e ti fiondi con un amico su per una montagna fuori città.

Ti arrampichi tra rami, arbusti, pietre e rovi alla ricerca di una pianura che magari non c’è ma che speri sempre possa spuntare e sorprenderti come un regalo inaspettato.

E lì, proprio lì, proprio quando hai le mani fisse su qualche pianta per tenerti in equilibrio capisci in maniera inequivocabile due cose.

La prima è che quando metti il cuore in qualcosa la speranza non muore neanche se sei stanco o ti stai graffiando i polpacci perché di luoghi piani e curati non potrai mai trovarne da quelle parti.

La seconda è che alla domanda “che hai fatto ieri sera?” cui dovrò rispondere domani mattina incontrando il mio collega d’università, sarà dura dare una risposta che abbia del sensato.

Come si descrive la passione? Solo un innamorato può comprenderla.

Emanuele

PS: ah, per chi è curioso, ho passato la serata tra le montagne da queste parti e come sempre, ho visto un tramonto incredibile. :-)

La pace che solo tu puoi donar…

Scritto il 10 aprile 2010 alle 0:29

L’Ave Maria* di Schubert è una di quelle canzoni con le quali sarei in grado di piangere, abbracciando qualcuno, mentre i peli delle braccia si sollevano come un gatto con le fusa.

Chiudo gli occhi quando mi capita di ascoltarla e, in questo momento, tenendo gli occhi chiusi riesco a ballare in un mondo di ricordi.

Torno indietro nel tempo fino alla mia infanzia… perché è li che, per me, si nascondono le origini di questa canzone.

Conosco un frate cappuccino, uno di quelli che non disdegna il buon vino rosso e che accompagna da una vita il suo essere sacerdote ad una pancia identica a quella delle migliori rappresentazioni di Fra Tuck che la canta divinamente.

E così, con questo frate con la barba incolta e la pancia in bella evidenza immaginatevi di trovarvi in una di quelle chiese del tardo ottocento. Immaginatela alta, con una facciata abbastanza scarna dipinta di bianco, in mezzo alla campagna, con la città ancora relativamente distante e provate a vedere le famiglie nobili arrivare in carrozza con i signorotti che scendono per primi e si affrettano ad aiutar la dama mentre il resto del popolo arriva a piedi attirato da questa melodia.

Immaginate la Chiesa vuota, e un sole tipico dei primi di Maggio che batte sulla piazza e sul campanile.

Riesco a vedere la terra secca che si alza in una grande nuvola sollevata dagli zoccoli del cavallo e le gocce di bava che lasceranno il segno esatto della posizione della carrozza. Il vestito della dama striscia a terra, tracciando qui e li delle linee confuse mentre accanto si sommano le orme delle scarpe dell’accompagnatore.

Le cicale trasformano quell’aria afosa in un ronzio di sottofondo senza sosta.

La dama e il signorotto entrano in questa grande Chiesa e nel fresco di quella maestosa struttura, tra le note di un grande organo, si sente un frate, incurante della loro presenza, cantare

E’ il suo modo di sentirsi in pace col mondo, di stabilire un equilibrio tra il suo essere pastore e la tristezza di un mondo che riconosce attratto verso altre strade.

Ave Maria! Jungfrau mild, (Ave Maria! Vergin del ciel)
Erhöre einer Jungfrau Flehen, (sovrana di grazie e madre pia)
Aus diesem Felsen starr und wild… (che accogli ognor la fervente preghiera…)

L’ho visto cantare ad occhi chiusi ed ho imparato ad ascoltarla come fa lui.

La Chiesa ormai è integrata nella città… ma mi piace immaginarla come doveva essere un tempo, perché quelle mura chissà quante volte avran cullato l’aria spinta dalle canne di quel vecchio organo…

Emanuele