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L’Africa va cambiata. L’Africa non va cambiata.

Scritto il 22 agosto 2011 alle 12:41

Vi chiederete il perché di questo titolo, ma, ancor di più – mi auguro – vi starete chiedendo quale delle due frasi sia quella giusta. D’altronde anch’io me lo son chiesto più volte.

L’Africa vista da lontano va cambiata tutta. Vanno portati i gabinetti, i lavandini, vanno costruite le strade e le ferrovie, va portata la luce e gli spazzolini da denti. Va spiegato che possono usare i cestini per raccogliere l’immondizia e che non è salutare dormire a pochi centimetri da tre capre.

Si, di cose da cambiare in Africa se ne possono elencare milioni ma ho imparato che non è tutto vero o giusto. Persino il lavoro dei missionari, in certi villaggi può e deve trasformarsi in una presenza secondaria che non stravolge gli equilibri (ma di questo proverò a parlarne successivamente…).

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L’Africa infatti non è solo malnutrizione. L’Africa è anche una cultura, la cultura africana. Tu sei cresciuto con quella occidentale ma non è detto da nessuna parte che sia la migliore. Vuoi un esempio? Semplice: l’africano ha una capacità nel camminare 10 volte maggiore della tua. La tua cultura – dunque – sei sicuro sia la più salutare?

Ecco. C’è un’altra Africa. Rimane la malnutrizione e la difficoltà nel curarsi ma non bisogna forzare l’africano a vivere in case ammattonate in ceramica e con le finestre coi doppi vetri. L’africano vive bene con le capre fuori la sua capanna.

In una delle visite a Koungheul, siamo stati accolti a casa del Prefetto. Un uomo di sessant’anni che per trent’anni ha lavorato a Dakar, in città, tra i palazzi, tra i taxi (seppur vecchi), tra le bancarelle e l’acqua che arriva dal rubinetto. Andato in pensione è tornato a Koungheul. Nel giardino di casa, recintato per sua fortuna in muratura, quel pomeriggio vivevano e giocavano le nipotine con capre, anatre e galline a pochi passi. I figli e le figlie studiano all’università di Dakar. Perché un uomo che per anni ha servito lo Stato, che avrebbe come vivere a Dakar (e che può mantenere i figli all’università), dovrebbe mai decidere di tornare in un villaggio in cui esiste una sola strada, in cui se devi fare una visita medica ti toccano almeno 100km o che ha una piccola centrale elettrica che ogni 3×2 si guasta lasciando quell’unica strada di transito senza corrente elettrica?

Lui, in quel villaggio c’era nato e cresciuto. Poco importano le comodità. O meglio, non dovrei assolutamente definirle così. Per l’uomo africano abituato da sempre a vivere in piccoli villaggi dove si coltivano arachidi con aratri trainati da asini tutto quelle che sono “comodità occidentali“, sono cose di cui non sente il bisogno. Un po’ come l’orientale che non può vivere senza il suo tatami e che per noi è assolutamente inutile.

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Questione di punti di vista. Il valore delle cose non è mai assoluto ma sempre relativo. Tu non vedi un valore in me o in qualcosa perché in maniera assoluta io o quella cosa possediamo un tesoro. Lo vedi perché – magari – rispecchia e completa una tua necessità.

Ecco perché l’Africa non va cambiata. Ho visto africani denutriti, è vero e su questo probabilmente c’è ancora da fare ma non è detto che tutti debbano avere la luce. Sapete, mentre giocavamo i bambini erano soliti togliere le scarpe. I loro piedi erano talmente abituati a correre scalzi che le scarpe erano un fastidio. Noi quando usciamo di casa pensiamo, al contrario, che sia importantissimo indossare un paio di scarpe e a meno di dover calpestare un bel prato non decidiamo mai di camminare scalzi. Tutto è relativo.

L’africano non si lamenta perché la sera non può vedere l’Isola dei famosi. L’africano vive una vita diversa ma anche lì scorre serenamente. I giovani dei villaggi, la sera – al buio – si incontravano per stare insieme. In una delle stanze della missione, quelli cristiani, si incontravano per fare le prove del coro domenicale e anche loro organizzavano feste a base di musica e carne alla brace (solitamente carne di facocero che – devo dire – è persino più gustoso del maiale…). Nell’ultimo villaggio in cui siamo rimasti in quei giorni si stava svolgendo anche un torneo di calcio (sia femminile che maschile).

La vita esiste anche là e l’Africa non è solo quei bambini appollaiati come degli avvoltoi su una terra arida che fanno tanto stringere il cuore. Con ciò non voglio trascurare tutte le difficoltà che interessano quella terra (vedi le tante epidemie che la affligono…), semplicemente però vorrei che la si guardasse anche con occhi diversi (e l’associazione delle donne di cui vi parlavo l’altro giorno, in un villaggio di appena 80 anime, ne è la testimonianza) perché chi vuole andare in Africa pensando di doverla stravolgere completamente, non ha capito nulla né del suo ruolo né dell’Africa.

Emanuele

Abbandonare i preconcetti.

Scritto il 19 agosto 2011 alle 18:19

La prima cosa descritta quando è arrivato il momento di presentarci è stata la mia voglia di libertà. Ero partito per l’Africa convinto di non dovermi aspettar nulla e di dover abbracciare qualsiasi esperienza mi fosse stata offerta. Avevo lasciato l’orologio, avevo abbandonato il cellulare, avevo deciso che non avrei mantenuto i contatti con gli amici. Non era la stessa Africa che han cercato e vissuto gli altri ma era esattamente come sentivo di doverla vivere io. L’Africa doveva essere un momento mio, diverso. Io, dovevo provare a pensare diversamente.

Birra in caso d'emergenza.

Dopo un paio di giorni di conoscenza divenne palese che un’altra del gruppo mi veniva dietro. Gli altri lo facevano notare attraverso battutine velate e io – da bravo – facevo finta di non comprender nulla e me ne stavo sulle mie.

L’intera prima settimana, senza rendermene conto, stavo vivendo libero da tutto tranne che dai miei preconcetti. “Non voglio rovinare la mia esperienza e neanche la sua“, “non voglio modificare gli equilibri nel gruppo“, “non voglio fissarmi su qualcosa che posso ritrovare anche in Italia…” e così via. Nonostante fosse una ragazza molto interessante e mi trovassi bene a discutere e scherzare con lei, quando vedevo qualche segnale di avvicinamento mi ritiravo indietro. Ero il solito me.

Avevo ripreso con tutta una serie di ragionamenti che ogni volta mi porta forse a non vivere per dar voce ad un particolare senso di responsabilità verso tutto il resto. Qualcosa che tra educazione scout e bisogni familiari particolari si è instaurata in me in maniera pesante. Più passavano i giorni però, più mi chiedevo quanto non fosse stupido tutto ciò. Perché dovevo preoccuparmi di tutte quelle cose? Perché dovevo decidere io se fosse un “rovinarle l’esperienza” provare a lasciarmi andare? Perché dovevo occuparmi dell’equilibrio del gruppo? Se anche fosse stato vero tutto quanto… non poteva esser vero anche l’esatto opposto? Forse quella ragazza era anche il segno di questo cambiamento. Un’offerta che dall’Alto, stava a dir qualcosa e che potevo – per l’ennesima volta – prendere o lasciare andare. E io, che finalmente e dopo anni, mi ponevo domande simili… potevo far passare l’occasione senza darle un minimo di considerazione in più?

Così una sera, ho provato a pensare diversamente. Ho preso un grande lenzuolo, il cavalletto e la macchina fotografica e sotto quel bel cielo africano ho proposto una veglia alle stelle. Tutti sdraiati col naso all’insù abbiamo fatto tardi parlando delle cose più assurde. Io però, persino in quel momento, provavo a rimanere sulle mie mantenendomi concentrato sulla macchina fotografica e un po’ defilato dalle risate. Volevo ancora, per l’ennesima volta, capire quanto fosse giusto.

Pian piano andò via il primo e poco dopo anche la seconda del gruppo si trasferì a letto. Rimanemmo solo io e lei. Io continuavo a scattare foto, lei continuava a smuovere il mio braccio quando – finito di giocare con le impostazioni – tentavo di far memorizzare a quel miracolo dell’umanità composto da obiettivo, diaframma e sensore fotorecettore, una cartolina del cielo.

Una rana quella sera gracidava molto vicino, probabilmente era nascosta tra qualche pianta a pochi metri. Sempre più vicini ed incuranti di quel rumore poco rassicurante (oh, se ti salta addosso non è piacevolisimo!) si chiacchierava come se quella notte potesse durare all’infinito e non c’era bisogno di dormire. Nessuno dei due aveva fretta di rientrare.

Non so se sia stato l’ennesimo gracidare fastidioso o qualche zanzara che pungendomi mi fece sobbalzare verso di lei ma, tutt’un tratto la stavo baciando. Mi stava baciando.

Il resto non ve lo racconto, ma la settimana successiva è cambiata inesorabilmente. Non è successo nulla di sconvolgente, nessuno del gruppo ha sofferto nulla, né io né lei abbiamo vissuto male o chiusi a riccio e adesso non posso che esser felice anche di questo. Ho provato a vivere “una storia di una settimana” che per tanti altri motivi non volevo portare in Italia e che per come son fatto non avrei mai fatto nascere. Qualcosa che diventa l’ennesimo regalo di quest’Africa misteriosa e sconvolgente. Il segno che altro in me deve ancora cambiare ma che se ha compiuto il primo passo è già sulla buona strada… perché è da tempo che sono convinto che so vivere tutto con leggerezza tranne i rapporti interpersonali.

Che io – mi sa – non ho bisogno di una donna. Ho bisogno di una donna che mi prenda a gomitate perché il tempo mi ha disegnato malissimo.

Emanuele

PS: la foto, scattata sulla nave verso l’isola degli schiavi, mi sembra perfetta. Sia perché Goree era il luogo in cui quegli uomini perdevano la possibilità di decidere della loro vita, sia perché – a volte – piuttosto che un giubotto di salvataggio, si ha bisogno di quella sana pazzia che solo una bella sbronza può assicurarti…

Respira la tua gioventù.

Scritto il 24 luglio 2011 alle 12:00

Strada rettilinea in un bosco

Inizialmente viaggiamo per perderci, poi viaggiamo per ritrovarci. Viaggiamo per aprire il nostro cuore e i nostri occhi e conoscere del mondo più di quello che riesce a stare nei giornali (…) In sostanza, viaggiamo per ritornare a essere dei giovani pazzi, per rallentare il tempo, farci ingannare e innamorarci di nuovo.

Pico Iyer (scrittore inglese)

Emanuele

(photo credits)

Tu hai mai rischiato?

Scritto il 23 luglio 2011 alle 17:27

Giovanni: Lo sai che con 20 milioni si può comprare un bar in Costa Rica? Sulla spiaggia. Sole, mare, un sacco di palme.
Aldo: Tutto l’anno in costume.
Giovanni: Tutto l’anno in costume. Nessuno che ti rompe le palle; che ti dice quello che devi fare. Certo, ci vuole coraggio, bisogna abbandonare tutto.
Aldo: E se ti va male?
Giovanni: Be’, il rischio c’è. Del resto, se non rischi. Tu hai mai rischiato?

Tratto dal film: “Tre uomini e una gamba”

Tu hai mai rischiato? (che magari, scritta tre volte in un post solo, si valuta la domanda con la dovuta attenzione…).

Emanuele

L’ultima pagina.

Scritto il 19 luglio 2011 alle 17:01

Facevo questo pensiero da un po’, sappiatelo.

Da qualche mese penso al 27 Agosto, quel giorno questo blog compirà 8 anni e – mi dico – otto anni son proprio tanti. Sono cresciuto, sono cambiato. In otto anni ho attraversato una bella fetta della mia vita. In otto anni accadono migliaia di cose, che in otto anni sono compresi 2920 giorni ed io ho già scritto quasi 3600 post. Fate voi. Avevo vent’anni quando, per gioco e solamente per me, iniziai ad appuntare i miei pensieri su queste pagine.

In otto anni ho attraversato decine di strade, ho perso vari amici, ne ho guadagnati di nuovi, ho conseguito una laurea, ho trovato un lavoro, mi sono abilitato, sono uscito, rientrato e poi riuscito dallo scoutismo. Ho visto nascere una bella storia d’amore, l’ho vista crescere e poi morire. Ne ho viste altre non partire perché non sentivo le farfalle ed ho imparato a non prender(mi) in giro. Ho visto nascere mio nipote. Ho con-vissuto l’infarto di mio papà, ho cambiato persino città. Ho scattato migliaia di foto. Sono andato a vivere da solo, ho espletato il servizio civile in un quartiere a rischio della mia città. Ho fatto il bagno a mare non so quante volte e non saprei neanche contare quante volte avrò riso o sentito ridere. Ho cambiato auto, ho comprato una Vespa. Ho ricevuto una bicicletta nuova ed ho imparato ad andare su un monociclo. Ho ricevuto una chitarra (ma non ho ancora imparato a suonarla) e mi sono cresimato. Ho comprato un Mac ed ho visto mia sorella sposarsi. Ho visto la mia famiglia cambiare, crescere, allontanarsi fisicamente e poi riunirsi altrove. Ho percorso il cammino di Santiago, ho scalato il Subasio, ho attraversato a piedi la Costiera Amalfitana. Ho raccolto fragole tra i boschi della Sila. Il 27 Agosto 2011 potrò dire d’essere stato in Inghilterra, Spagna, Grecia, Croazia, Repubblica Ceca, Senegal e d’aver messo piede in oltre la metà delle regioni italiane. Avrei decine e decine di altre cose da raccontare ed elencare, ma non è questo il punto.

Vi ho raccontato e ho raccontato a me stesso tutto questo con grande piacere, ma penso anche che qualsiasi bel libro debba avere l’ultima pagina. Perché nulla è eterno e questa verità mi è chiara e lampante come non mai in questa fase della mia vita. Persino la mia felicità, che cullo e proteggo giornalmente, penso sempre di doverla apprezzare finché è qui perché potrà mancare nuovamente.

Allo stesso modo, da un po’ penso di dover sparire da questo angolo di web. Eclissarmi, forse totalmente, in una vita ancor più “digitalmente anonima“. Distante già dai social network, ma distante anche da “dreamsworld punto it“. Tornare ad essere come milioni di altre persone che quotidianamente si affannano inseguendo i loro impegni, senza dover star poi ad appuntarseli su un bel taccuino. Invisibili alla massa ma non per questo “non pensanti”. Niente più commenti, niente più complimenti che – sarò strano – mi han sempre fatto paura. La bellezza della vita vissuta senza doverla raccontare come ho amato fare.

Non so ancora quando avrò il coraggio di fare questo passo. Ogni tanto mi dico “dopo il decimo anno, smetto” che, casualità vuole, il dominio è già pagato fino al 2013; dieci anni saranno anche l’alba dei miei trent’anni e sarà il caso di diventare veramente adulti. Chissà questa sensazione come evolverà. Magari mi passa, magari questo bisogno tramuterà, magari continuo per altri 40 anni e vi racconto persino della mia festa pre-pensionamento. Chissà. A me torna in mente Big Fish in questi momenti, non posso farci nulla ma penso davvero di aver imparato a vedere la vita come lui.

Quale sarà l’ultimo post di questo blog? Quand’è che quel titolo capeggierà per anni, cristallizzato, in una pagina che non avanza più? Lo scriverò con consapevolezza o avverrà tutto per caso come quando, di fretta, una mattina ti svegli e decidi che vuoi far colazione con due uova fritte?

Emanuele

La gente non vuole cambiare il mondo.

Scritto il 13 luglio 2011 alle 21:11

Me ne accorgo sempre dalle piccole cose. Dalla carta buttata a terra senza pensarci troppo, al colpo di clacson che arriva quando non parti in mezzo millisecondo dopo che scatta il verde. Tante piccole cose in cui, di tanto in tanto cado anch’io (come l’auto in doppia fila).

Se c’è una cosa che però mi da tremendamente fastidio, quella è vedere buttare del cibo. Provo un fastidio interiore che so paragonare solo a quello del sentire una bestemmia quando qualcuno per sazietà (o anche per via di gusti “particolari”) lascia mezza pietanza sul piatto. Sono stato abituato fin da piccolo che ciò che si ha nel piatto lo si mangia fino in fondo e non credo che i miei genitori siano stati speciali nel sapermi abituare in un certo modo né io lo sia stato nel recepire i loro insegnamenti. Sarà che ho la buona abitudine di saper sopportare ma quando a me qualcosa non piace particolarmente, la mangio in silenzio e faccio questo sforzo.

In questo periodo, nella mensa dell’industria, vedo tanti operai che buttano il pane. Qualcuno mangia la mollica, qualcun altro preferisce lasciarlo a metà; quando sono soddisfatti – per il sol fatto di non averlo apparentemente pagato (gli è dovuto un pasto completo) -  lo lasciano sul vassoio che verrà svuotato.

Non voglio fare il solito discorso “in Africa i bambini blablabla” perché è un discorso inflazionato e adatto probabilmente a sensibilizzare i più piccoli (ai più grandi dell’Africa importa ancora meno). Non ho mai fatto la fame a casa mia. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia che non ha mai fatto i conti col conto in rosso a fine mese ma non per questo certi Valori sono stati trascurati. Tanti di quegli operai alla fine del mese protestano perché non arrivano alla terza settimana eppure sanno concedersi il lusso di buttare il pane. E’ tremendo.

Sono cresciuto con l’esempio della formica che non trascura neanche la più piccola delle molliche. Ogni briciola in più è un pizzico di fame in meno. Somma queste briciole e fai un pasto in meno. Fosse anche solo una cena abbondante in meno al mese.

Io, nonostante non debba mantenere nessuna famiglia, nonostante abbia uno stipendio quasi sicuramente superiore a quello di tanti operai, quando prendo il pane in mensa e poi non lo mangio faccio una cosa semplicissima: prendo 3 tovagliolini e lo avvolgo.

Torno a piedi, verso l’ufficio, con in mano la bottiglietta d’acqua e il pane rimasto. La sera, a casa, in questo periodo c’è un panino in più. Di giorno, in questo periodo, nel cestino dell’umido della mensa, c’è un panino in meno.

Basterebbe davvero così poco per iniziare a cambiare il mondo…

Emanuele

PS: perché è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare.

Il maschilismo è anche colpa delle donne.

Scritto il 12 luglio 2011 alle 20:12

Nell’industria in cui sto lavorando in questo periodo si vedono in giro pochissime donne. Nessun operaio, sono tutte segretarie o addette all’amministrazione e le vedi girare quotidianamente per i reparti per recuperare report, documenti di lavoro e cose del genere. Sono poche dicevo ma non passano inosservate.

Purtroppo per me che son giovane però non sono delle avvenenti sculture di madre natura pronte a far impallidire le veline dei calendari appesi in giro. Al contrario, sono espressione vera e naturale del boterismo. Non sarebbe un problema – e voglio che sia chiaro – non sarebbe un problema perché, alla fin fine, l’importante è che siano preparate nel loro lavoro e in grado di svolgere al meglio la mansione che gli è stata affidata.

Sfortunatamente invece è un problema perché il fatto che siano come pepite d’oro in un fiume italiano le convince che debbano atteggiarsi a Sabrine Ferilli della situazione. Le vedi spuntare, per questo, con magliettine improponibili o scarpe da serata di gran gala. Non hanno l’obbligo di adottare un abbigliamento particolare ma, certamente, esiste anche un limite al buon-senso nel presentarsi all’interno di un’area industriale che ha tutt’altro che l’aspetto di un lungomare di qualche bella isola del mediterraneo.

L’operaio medio (esiste l’operaio di alta classe?) abbocca, ovviamente, come un pesce. Si gira, domanda loro se stiano arrivando da una serata particolare e tutta la scena è grasso che cola nella loro mente: un sorrisino malizioso, una risposta tra lo snob e il compiaciuto e via verso la prossima preda.

Qualche giorno fa una di queste aveva una magliettina in pailettes d’oro, un’altra invece una specie di abito nero in pizzo.
Immaginate tutti questi uomini in tuta da lavoro, con scarponi antinfortunistici, caschetti, imbragatura che arrotonda ed esalta persino i glutei dell’operaio più anziano, che tra un’operazione e l’altra vengono interrotti da queste dive-per-un-giorno.

Credo che le donne potranno protestare quanto vogliono per la parità dei sessi, si potranno organizzare i migliori 8-marzi della storia per il riconoscimento della loro competenza a fronte di una valutazione puramente estetica ma finché giocheranno con una tale consapevolezza nel provocare i bisogni più ancestrali di un uomo nulla cambierà. Loro rimarranno oggetti e nessuno proverà ad andare oltre quelle pailette. O meglio, si proverà a farlo solo per una cosa.

Emanuele

Corretegli incontro.

Scritto il 19 giugno 2011 alle 12:00

Uomo a braccia aperte verso il sole

Tra vent’anni non sarete delusi delle cose che avete fatto
ma da quelle che non avete fatto.
Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri,
catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite.

Mark Twain (scrittore statunitense)

Emanuele

(photo credits)