Archivio dei post taggati ‘affetto’

Gestazione.

Scritto il 4 marzo 2011 alle 17:19

Viviamo in un grembo. Passiamo l’intera nostra esistenza avvertendo una Luce; la cogliamo come il bagliore riflesso da uno specchio ogni volta che respiriamo dell’aria pulita, che accarezziamo il gambo di un bel fiore, che ci sentiamo avvolti da un vento leggero mentre stendiamo delle lenzuola pulite, che scaliamo una roccia immersa nel terreno o che udiamo l’eco di una campana provenire da una grande vallata. Non abbiamo totale coscienza di ciò che incontreremo ma qualcosa, dentro ognuno di noi, vibra quando la Vera Vita si manifesta.

Stamattina, alle 11, mio zio è nato. Per la prima volta nella sua Vera Vita.

Emanuele

Tace la voce, grida il cuore (Sant’Agostino).

Scritto il 4 marzo 2011 alle 0:45

Immerso in un silenzio che silenzio non è, provo a raccogliere parte dei miei pensieri. Sono appena arrivato a Milano, sdraiato sul letto, Macbook tra le gambe provo a dire tutto ciò che in questi giorni ho nascosto.

L’ultimo esame d’abilitazione (della mia vita) è tolto dai pensieri futuri, non ho ancora avuto l’esito ma sono positivo: ho consegnato 3 ore prima delle 8 previste.

Sapete, mesi fa avevo un sogno. Era fine Agosto, da lì a poco mi sarei laureato e avevo già sentore del lavoro che mi avrebbe catapultato in una nuova vita così sognavo di poter fare un gesto piccolissimo che però, dentro me (e forse solo per me), aveva un valore enorme: volevo portare una domenica, dopo aver ricevuto il mio primo stipendio della vita, una guantiera di dolcini a casa. Volevo pranzare senza pensieri, pienamente felice, orgoglioso dei miei successi.

E invece quella maledetta notte ha stravolto i miei piani. Ho vissuto i mesi successivi portando nel cuore le bellissime parole che mio zio mi aveva consegnato come dono più bello e che si sintetizzavano in un concetto che io amavo già da tempo e che amo tutt’ora: portare gioia. Dovevo riuscirci – addirittura – attraverso la semplice presenza.

E io riconosco tutt’ora la bellezza di quel compito ma i dolcini non sono mai più riuscito a comprarli. Ogni domenica – in questi mesi – son tornato dai miei. Puntuale, parcheggio, vedo quel negozio di dolciumi all’angolo e mi torna in mente questa scelta. Non posso mi dico.

Anni fa, mia sorella scriveva un po’ dovunque una frase stupidissima di Che Guevara, una frase che, forse, qualsiasi adolescente in piena crisi esistenziale farebbe il suo cavallo di battaglia: “Come si può essere vivi e felici se non lo possono essere tutti?”. Forse è stato un po’ anche il suo, non so. Intanto io l’ho saputa cum-prendere solo in questi mesi. In questi mesi in cui non ne sbaglio una. Il lavoro va, l’abilitazione è volata come fosse una partita a biglie sulla sabbia, gli amici li sento presenti, vicini, veri e sinceri. Però chi amo davvero non è pienamente felice ed è dura combattere con questo squilibrio interiore. Perché non sono una persona che sa pensare a se stessa chiudendo porte e finestre. Per questo quella fortuna mi da un fastidio tremendo, per questo scrivevo post titolati “distribuisci meglio le cose quaggiù” o tutto ciò che ho mi è sembrato frutto di un periodo di tentazioni. In questo periodo darei un braccio della mia fortuna per loro ma sembra che questo baratto non sia possibile: non è un patto che Lui, dall’Alto, vuol accettare.

Lunedì, prima dell’esame, mi son ritrovato in un bar a prendere un té con mia zia. Era necessario, dopo aver ricevuto l’ultima brutta notizia: i medici, da lì in avanti, avrebbero proceduto con una terapia di accompagnamento, perché dopo 100 giorni, decine di interventi, tentativi e soluzioni più o meno collaudate si è accettato che quel corpo non ha più voglia di questa vita terrena. Andare a studiare, dopo quelle lacrime, uscendo dal reparto di terapia intensiva fu l’ennesimo strappo in cui ti chiedi per cosa ti stai sbattendo. Il dovere… il dovere. Questo maledetto dovere. Ma dovere per chi? Dio o mammona? Il giorno dopo, mentre svolgevo il mio bel compito il pensiero tornava alle parole dei medici ogni due righe di codice. Avrei buttato via la penna una dozzina di volte. Volevo urlare. Volevo distruggere quel compito. Volevo perdere, sbagliare, essere triste per qualcosa di mio. Volevo pareggiare quella nuvola di fortuna che mi avvolge battendola in maniera subdola: scegliendo, consapevolmente, di fallire. So però che certe sparate mostrano irresponsabilità, immaturità e ingenuità e così ho tenuto i nervi saldi, ho continuato a scrivere e scrivere e scrivere. Ho consegnato quel compito con una rabbia interiore immensa.

A mio zio non potrò raccontarlo mai, in questi ultimi giorni è peggiorato vistosamente, ma so che un dì – un bel dì -, in qualche modo, leggerà queste pagine. So che capirà che se ho stretto i denti è stato per regalare felicità però in qualche modo dovevo sfuggire a quel dovere continuo che assale la nostra generazione e che ci allontana dagli affetti, dalle cose più profonde e vere della vita. Così, nel mio piccolo, ho deciso che potevo trascurare il blog. Era un dovere di cui potevo fare a meno: “Devi rispondere, devi scrivere, devi sfogarti, tanta gente si aspetta un post…”. Assolutamente no! Ho vissuto questi giorni tra il corridoio e la stanza dell’ospedale in cui riposa. Non ho incontrato amici, non ho preso birre, non ho girato Palermo, non ho mangiato mezza arancina. Mi andava di trascurare tutto ciò che fa parte del “devi assolutamente” della vita… ma so bene che non si può dar di matto e iniziare a venir meno alle proprie responsabilità, così – sconsolato e innervosito – rieccomi a Milano. Stasera ho salutato mio zio con un bacio su quella fronte ormai lucida consapevole che sarà l’ultimo bacio. E’ stata dura salire sulla passerella dell’aereo. Sarà dura, domani, esser soddisfatti di sentirsi un lavoratore che rientra dopo aver consumato tutte le sue ferie. Eppure, una suora raccontava che i veri cristiani sanno vivere la morte con gioia. E allora io ci proverò, perché la stessa cosa me l’aveva confidata mio zio poco prima della laurea.

Fuori dal reparto di terapia intensiva c’è appeso un quadro che non so in quanti leggano, ma so che è la risposta a tutto.

Dei bambini, hanno scritto semplicemente questo: “La vita è un inno, cantalo”. Ogni volta che rileggo questa brevissima dichiarazione mi rendo conto di quanto sia bella perché gli inni, anche se intrisi di amarezza, sono la maniera più aulica di scrivere che per passare alla Vera Vita è necessario il calvario, la passione, la morte e con la nostra vita non possiamo far altro che testimoniare l’accettazione del suo Mistero più profondo.

Emanuele

E’ un periodo di tentazioni.

Scritto il 24 febbraio 2011 alle 22:39

Mi chiedo spesso perché Dio ci ponga di fronte determinate realtà. Mi chiedo cosa voglia farci scoprire, mi chiedo, tra l’altro, se sia davvero sempre e solo Lui a mandare ciò che arriva.

Audio clip: Adobe Flash Player (version 9 or above) is required to play this audio clip. Download the latest version here. You also need to have JavaScript enabled in your browser.

Potrebbe non essere così. Potrebbe, esser tutto frutto di una mano che vuol sviarci, che vuol renderci schiavi del suo pensiero. Anni fa scrissi che le giornate nere sono tali perché non riconosciamo quando il male (l’entità!) ci attira a sé e, stupidamente, cadiamo nella trappola. Così cerco di vivere le mie giornate sempre con attenzione, sempre convinto che qualcosa di buono ha da venire. In questo periodo ho tutto, ho davvero – letteralmente – tutto. Ho talmente tanto che inizio a sentire il disgusto di tale fortuna.

Nel frattempo però intorno a me le persone care stanno male, stasera ho visto su Skype mio papà. Tre punti al sopracciglio, l’occhio nero. Eppure sorrideva. Come al suo solito mi ha detto che con la dottoressa al pronto soccorso scherzava: “questo serve per farmi più bello di quel che sono?”. Lui. Alla sua età. Dopo una stupida ed odiosissima caduta a casa. Una notizia che ho ricevuto solo ore dopo “perché ero al lavoro”.

E a me si stringe il cuore. Si stringe perché mi accorgo di aver preso una brutta strada. Sarò il ragazzo più buono, bravo, educato e gentile del mondo, ma ho preso anch’io una brutta strada. La strada che la società da anni mi inculca nella testa. Un lavoro, una casa, un’auto. Non mi manca nulla. Sono lo stereotipo di ciò che odio.

Io. Io che per anni avevo il rifiuto di queste vite così, fatte di lavoro-lavoro-lavoro, dove se sei in gamba fai strada e te lo senti ripetere per anni, anche dai tuoi ovviamente. Sono distante da casa stasera, distante dalla famiglia, distante da mio zio ancora sdraiato su quel letto che, probabilmente, lo culla con una pazienza migliore di qualsiasi medico.

E però son sveglio. Son sveglio perché non mi piaccio. Sono ciò che piace, ma non sono ciò che piace a me. Come scappare? Come cambiare le cose? Non voglio lasciarmi intrappolare dagli anni che volano, dagli impegni che si susseguono, da una vita fatta di soddisfazioni-a-fronte-di-compromessi.

Vi dicevo però che credo fermamente che i periodi così arrivano apposta per comunicar qualcosa, per questo tengo le orecchie tese, analizzo, suddivido, scompongo razionalmente e poi riassemblo il tutto. Cerco di dare valore a ciò che capita e mi sento fortunato anche per questo. Perché non vivo coi paraocchi. Perché ho già l’accortezza di non lasciarmi inghiottire.

Ascolto Keith Jarrett. Pista 4. Album Radiance. Quel pianoforte entra nell’anima. Chissà se da quel minuscolo buco, stasera, riuscirò a vedere chi sono davvero e quale sarà l’Emanuele del futuro.

Emanuele

Tu, dall’Alto, distribuisci meglio le cose quaggiù…

Scritto il 11 febbraio 2011 alle 18:38

A me va sempre tutto bene, ma cavoli, in questi giorni la salute dei miei cari è decisamente delicata. Mio zio ha superato l’operazione ma la sera dopo era quasi in fin di vita, mio padre nel weekend ha avuto un bel calo glicemico, mio nipote oggi pomeriggio è ricoverato in un ospedale per bambini – neanche so quale ancora – con una flebo al braccio per una possibile gastroenterite.

Io mi mantengo positivo, allegro, socievole e cordiale, però dentro di me mi sento quasi in colpa: sarei – veramente – disposto a barattare un po’ della mia fortuna per risolvere e migliorare le condizioni di chi ho intorno.

Gioco (con me stesso) ad esser SuperMan-u in qualsiasi situazione e un amico che mi conosce bene, il giorno della mia laurea mi chiese se sotto la camicia mi fossi ricordato di indossare la magliettina con la mitica S. E’ brutto sentirsi impotenti e sapere che per quanto mi possa sforzare esisteranno sempre situazioni più grandi di me. E’ una cosa che accetto ma che – Signore, devo dirtelo – non condivido del tutto…

Emanuele

PS: per rispetto non ho neanche esultato per il superamento dell’orale dell’esame d’abilitazione, ma visto che vi racconto sempre tutto, mi sembra giusto aggiornarvi circa l’esito…

Chissà se ha ancora lo stesso sorriso…

Scritto il 11 febbraio 2011 alle 13:42

Uno dei tronchi più felici che abbia mai conosciuto, l’ho incontrato ad un campo invernale scout due anni fa. Mi trovavo in un fortino ed ho ancora la sua foto, chissà come sta oggi. Secondo me le persone che lo incontrano dovrebbero prendere esempio da lui: può persino piovergli in faccia ma quel sorriso furbetto non si scompone mai!

Tronco sorridente

Domenica scorsa sono andato a salutare i ragazzi del mio gruppo scout, non li vedevo dall’estate e mi sono corsi tutti incontro quando ho posteggiato la Vespa. Mi mancano, mi manca terribilmente lo scoutismo e l’odore di erba umidiccia dei campi invernali.

Emanuele

Soppesare.

Scritto il 10 febbraio 2011 alle 22:06

Ci sono giorni in cui aspetti e aspetti perché – fondamentalmente – hai tutto, ma quel tutto è niente.

Emanuele

Dillo alla luna.

Scritto il 9 febbraio 2011 alle 0:43

Potrei parlarvi di questi giorni, potrei parlarvi dell’esame di oggi pomeriggio. Potrei raccontarvi persino del viaggio di ritorno, di quell’aereo che in pochi attimi mi ha già catapultato nel nord Italia per permettermi di timbrare il cartellino domani mattina come tutti i lavoratori. Potrei raccontarvi miliardi di cose.

Aereo Ryanair fermo

La mia attenzione però, stasera, è tutta focalizzata su una frase stupenda, una frase che – è giusto dirvelo – porto sempre con me nei momenti più duri. Perché sta tutto lì, perché tutto ciò per cui ci si impegna, si fatica, si fanno le ore piccole – alla fine – è parte di una sola direzione.

Amo ripescare quella frase quando stringo i denti per qualcosa di importante. Lo feci in circostanze ben più banali (per quanto la fine di una storia d’amore possa esserlo) e lo faccio nuovamente stasera, dopo una lunga doccia che avrebbe dovuto farmi pensare e rasserenare ma che, al contrario, mi ha scaldato le idee fino a mescolarle terribilmente per farle trasbordare su queste pagine.

Domani mio zio subirà un’intervento abbastanza invasivo. I medici ci han già – diligentemente – informato che nelle sue condizioni le possibilità di decesso sono altissime, nell’ordine del 40%. Ed io i numeri li odio. Perché i numeri li conosco, perché i numeri li studio, perché coi numeri ci lavoro. E allora queste percentuali voglio, nella mia testa, smontarle, rivederle, smorzarle. Però non è possibile, non è possibile perché qualsiasi giro si possa fare sarebbe una semplice presa in giro.

Così ripesco la frase, trasformo la mia anima e accantono tutta l’ingegneria che porto dentro.

Sia fatta la tua volontà. Mi addormenterò pensando a queste bellissime e semplicissime parole e, se sarò bravo (e lo sarò), saranno ancora lì al mio risveglio, pronte a trasformare quei numeri in qualcosa di stupido ed insignificante.

Sia fatta la tua volontà è un concetto maestoso ed è bello poter pregare scrivendo.

Emanuele

Toccata e fuga.

Scritto il 4 febbraio 2011 alle 15:37

Domani alle 13 mi aspetta un’aereo. Torno a Palermo e saranno giorni frenetici, già lo so. Devo preparare due pacchi, devo incontrare un po’ di amici, devo abbracciare mio zio, devo studiare-studiare-studiare.

Martedì l’esame orale sarà di pomeriggio e neanche il tempo di sentire un peso andar via dalla testa che mi ritroverò in fila per salire sulla passerella dell’aereo verso Milano.

Non mi piace l’idea di immergermi a Palermo così frettolosamente, senza poter salutare il mare, senza poter godere comodamente del centro storico in cui andare a prendere una birra – la sera – con gli amici, riesumando un rito celebrato per anni e il cui gusto era cresciuto nel tempo, rafforzato dal sapore di quella bevanda che, più avanzi con l’età, più impari ad apprezzare con calma.

Oggi – alle sei – esco dall’ufficio, torno a casa, preparo la trolley con quattro cose. Ormai sembra che la mia vita sia qui.

Emanuele