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“Mal di pietre” di Milena Agus.

Scritto il 11 dicembre 2013 alle 17:05

Copertina del libro "Mal di pietre" di  Milena AgusMamma mia. Non posso che dire mamma mia.
L’ultimo libro letto è qualcosa di incredibilmente bello.

Mal di pietre è un libro leggero, scritto in un linguaggio semplice, genuino, distantissimo dallo stile di uno scrittore di professione (Milena Agus è una insegnante sarda) ma che non ha nulla da invidiare a certi tomi della letteratura contemporanea e si fa apprezzare fin dall’inizio per il bellissimo stile narrativo. Sembra che la scrittrice abbia buttato il libro giù tutto d’un pezzo. Sembra si sia messa di fronte al suo taccuino ed abbia iniziato a raccontare i suoi pensieri. Il risultato è qualcosa di così equilibrato da essersi ritrovato finalista al premio Strega è tradotto in cinque lingue senza grosse spinte da parte dei mass-media.

La trama, coerentemente con l’idea di semplicità, è la storia di una nonna sarda raccontata dalla nipote. Una nonna che ha sempre avvertito l’inquietudine del raggiungere le proprie mete in ritardo; da un amore che sembrava condannato a non arrivare, alla difficoltà di amare come si è sempre immaginato e al saper – realmente – godere di ciò che si ha. Un po’ come quelle pietre, quei calcoli renali, che oltre a formarsi lentamente portano il corpo ad un momento di dolore intenso oltre il quale tutto si trasforma. La vita della nonna della narratrice (la storia è raccontata dalla voce della nipote in prima persona) si dividerà infatti tra il prima e il dopo la visita in Continente per la cura dei calcoli.

La fantasia della storia si intreccia con il clima sociale della metà del novecento e ogni immagine descritta riesce a farsi spazio in maniera intensa nella mente di chi la attraversa. Le parole scelte con cura, e l’uso ben studiato di qualche vocabolo del dialetto sardo hanno un non so che di quotidiano.

Quando la fame, senza orario, si faceva sentire con violenza, allora andava in cucina, dove nonna era abituata a lasciargli il piatto coperto e sempre una pentola d’acqua sul fuoco per riscaldare le pietanze a bagnomaria. Mangiava da solo tamburellando sulla tavola con le dita come se solfeggiasse [...].

Tratto da “Mal di pietre” di Milena Agus

Bello. Io un libro che usa la parola “bagnomaria” non posso che apprezzarlo all’inverosimile. Consigliatissimo.

Emanuele

Condivisione.

Scritto il 26 maggio 2012 alle 9:49

- Come si trova un posto per crescere, Enaiat? Come lo si distingue da un altro?
- Lo riconosci perché non ti viene voglia di andare via. Certo, non perché sia perfetto. Non esistono posti perfetti. Ma esistono posti dove, per lo meno, nessuno cerca di farti del male.

Tratto da: “Nel mare ci sono i coccodrilli – Storia vera di Enaiatollah Akbari

Così, tra questa immensità, s’annega il mio pensiero.

Emanuele

Abbandonare i preconcetti.

Scritto il 19 agosto 2011 alle 18:19

La prima cosa descritta quando è arrivato il momento di presentarci è stata la mia voglia di libertà. Ero partito per l’Africa convinto di non dovermi aspettar nulla e di dover abbracciare qualsiasi esperienza mi fosse stata offerta. Avevo lasciato l’orologio, avevo abbandonato il cellulare, avevo deciso che non avrei mantenuto i contatti con gli amici. Non era la stessa Africa che han cercato e vissuto gli altri ma era esattamente come sentivo di doverla vivere io. L’Africa doveva essere un momento mio, diverso. Io, dovevo provare a pensare diversamente.

Birra in caso d'emergenza.

Dopo un paio di giorni di conoscenza divenne palese che un’altra del gruppo mi veniva dietro. Gli altri lo facevano notare attraverso battutine velate e io – da bravo – facevo finta di non comprender nulla e me ne stavo sulle mie.

L’intera prima settimana, senza rendermene conto, stavo vivendo libero da tutto tranne che dai miei preconcetti. “Non voglio rovinare la mia esperienza e neanche la sua“, “non voglio modificare gli equilibri nel gruppo“, “non voglio fissarmi su qualcosa che posso ritrovare anche in Italia…” e così via. Nonostante fosse una ragazza molto interessante e mi trovassi bene a discutere e scherzare con lei, quando vedevo qualche segnale di avvicinamento mi ritiravo indietro. Ero il solito me.

Avevo ripreso con tutta una serie di ragionamenti che ogni volta mi porta forse a non vivere per dar voce ad un particolare senso di responsabilità verso tutto il resto. Qualcosa che tra educazione scout e bisogni familiari particolari si è instaurata in me in maniera pesante. Più passavano i giorni però, più mi chiedevo quanto non fosse stupido tutto ciò. Perché dovevo preoccuparmi di tutte quelle cose? Perché dovevo decidere io se fosse un “rovinarle l’esperienza” provare a lasciarmi andare? Perché dovevo occuparmi dell’equilibrio del gruppo? Se anche fosse stato vero tutto quanto… non poteva esser vero anche l’esatto opposto? Forse quella ragazza era anche il segno di questo cambiamento. Un’offerta che dall’Alto, stava a dir qualcosa e che potevo – per l’ennesima volta – prendere o lasciare andare. E io, che finalmente e dopo anni, mi ponevo domande simili… potevo far passare l’occasione senza darle un minimo di considerazione in più?

Così una sera, ho provato a pensare diversamente. Ho preso un grande lenzuolo, il cavalletto e la macchina fotografica e sotto quel bel cielo africano ho proposto una veglia alle stelle. Tutti sdraiati col naso all’insù abbiamo fatto tardi parlando delle cose più assurde. Io però, persino in quel momento, provavo a rimanere sulle mie mantenendomi concentrato sulla macchina fotografica e un po’ defilato dalle risate. Volevo ancora, per l’ennesima volta, capire quanto fosse giusto.

Pian piano andò via il primo e poco dopo anche la seconda del gruppo si trasferì a letto. Rimanemmo solo io e lei. Io continuavo a scattare foto, lei continuava a smuovere il mio braccio quando – finito di giocare con le impostazioni – tentavo di far memorizzare a quel miracolo dell’umanità composto da obiettivo, diaframma e sensore fotorecettore, una cartolina del cielo.

Una rana quella sera gracidava molto vicino, probabilmente era nascosta tra qualche pianta a pochi metri. Sempre più vicini ed incuranti di quel rumore poco rassicurante (oh, se ti salta addosso non è piacevolisimo!) si chiacchierava come se quella notte potesse durare all’infinito e non c’era bisogno di dormire. Nessuno dei due aveva fretta di rientrare.

Non so se sia stato l’ennesimo gracidare fastidioso o qualche zanzara che pungendomi mi fece sobbalzare verso di lei ma, tutt’un tratto la stavo baciando. Mi stava baciando.

Il resto non ve lo racconto, ma la settimana successiva è cambiata inesorabilmente. Non è successo nulla di sconvolgente, nessuno del gruppo ha sofferto nulla, né io né lei abbiamo vissuto male o chiusi a riccio e adesso non posso che esser felice anche di questo. Ho provato a vivere “una storia di una settimana” che per tanti altri motivi non volevo portare in Italia e che per come son fatto non avrei mai fatto nascere. Qualcosa che diventa l’ennesimo regalo di quest’Africa misteriosa e sconvolgente. Il segno che altro in me deve ancora cambiare ma che se ha compiuto il primo passo è già sulla buona strada… perché è da tempo che sono convinto che so vivere tutto con leggerezza tranne i rapporti interpersonali.

Che io – mi sa – non ho bisogno di una donna. Ho bisogno di una donna che mi prenda a gomitate perché il tempo mi ha disegnato malissimo.

Emanuele

PS: la foto, scattata sulla nave verso l’isola degli schiavi, mi sembra perfetta. Sia perché Goree era il luogo in cui quegli uomini perdevano la possibilità di decidere della loro vita, sia perché – a volte – piuttosto che un giubotto di salvataggio, si ha bisogno di quella sana pazzia che solo una bella sbronza può assicurarti…

#133: L’accompagnatrice.

Scritto il 26 luglio 2011 alle 12:50

Amico: guarda quel signore con quella ragazza di colore al suo fianco!

Io: vabbé, può permettersela, non la fattura, è tutta in nero…

Ma io, li merito davvero amici così?!

Scritto il 22 luglio 2011 alle 11:26

Quest’anno, il giorno del mio compleanno, ero reduce dal funerale di mio zio. Scesi a Palermo ma praticamente non ebbi modo né di festeggiare (figurarsi), né di incontrare gli amici.

Oggi, a distanza di mesi, è in arrivo una torta con un corriere direttamente dalla Sicilia. Sono questi i momenti in cui ti chiedi a cosa servano i social network se, al contrario, starne fuori ti tiene alla larga da tantissime relazioni illusorie regalandoti esclusivamente amici su cui potresti contare persino nei periodi più neri. Doveva essere una sorpresa ma per motivi logistici (qualcuno doveva essere a casa per riceverla) l’ho saputo prima e finalmente mi son spiegato perché, all’inizio della settimana, un amico mi mandò un sms: “Manu, mi dici dove abiti di preciso che sto calcolando quanto vivo distante dai miei amici?”. Uno di quei messaggi assurdi che però ti dici “ogni tanto queste idee idiote, in un momento di fancazzeggio, le hai anche tu…” e così rispondi senza sospettar nulla. :-|

Siccome però non ha senso una torta senza amici intorno al tavolo da oggi a Lunedì ospiterò un amico in arrivo da Palermo, uno da Treviso, una da Modena e una da Milano! Sarà bello passare con loro l’ultimo weekend prima dell’Africa… :-)

Emanuele

PS: e ci sarebbe da discutere per ore sul fatto che la società odierna faccia credere che il benessere sia aumentato quando invece si parte dai propri cari proprio come 1000 anni fa e impone che i giovani alla ricerca di un futuro debbano disperdersi in giro per il mondo.

Ti ho voluto bene come un vero scrittore.

Scritto il 16 giugno 2011 alle 11:57

Il trasferimento verso il nord sembrava esser stato indolore. Le valigie, neanche troppo numerose, le avevo riempite con solerzia e precisione di tutto ciò che sembrava impossibile abbandonare. Oltre ai vestiti, infatti, avevano trovato posto vecchie cianfrusaglie, oggetti carichi di ricordi e tutta una serie di strumenti che si pensa sempre possano tornare utili mentre, alla fine, ci si dimentica sistematicamente di loro al momento giusto. Tutto era un po’ “parte di me” e non è difficile, tutt’ora, sentire uno strano legame con ognuna di quelle cose.

Come sempre nella vita però, qualcosa sfugge al controllo. Qualcosa – come un ladro d’auto accovacciato per bene dietro il sedile posteriore – partì con me senza che me ne rendessi conto. Fece tutto il viaggio da clandestino. Io, potrei persino testimoniarlo di fronte ad un giudice: quel giorno non ero assolutamente consapevole della sua presenza.

L’arrivo in una nuova casa si sogna sempre possa avvenire con molta calma permettendoti di svuotare le valigie con la giusta attenzione, evitando di lasciarle di lato – piene di roba – per giorni. Anche questa, però, è una condizione idilliaca che non sempre si verifica. Il mio arrivo, come quello di tanti, fu un travaso frettoloso da una città all’altra, con gli impegni e il lavoro che imploravano con insistenza spazio nelle mie giornate. Qualche scatolo rimane tutt’ora trascurato e gli oggetti al loro interno stanno vivendo una fase molto triste: il “ricordo accantonato” è la proprietà più malinconica che un oggetto possa elencare.

E’ interessante notare, invece, come quel clandestino sia riuscito a trovare spazio nella mia vita in maniera talmente forte e marcata che persino gli altri, soprattutto quelli che mi conoscono meno, l’abbiano notato. Non è tanto questo a sorprendermi però. Ho costruito i miei pensieri con lui perché non potevo farne a meno. Come un umile cadetto, ho usato spesso – nei miei scritti – quel piccolo bastardo. Sì, “piccolo bastardo”, oggi è probabilmente la denominazione migliore che possa assegnargli. Ho sempre accettato la sua presenza: “fa parte delle regole” mi fu detto anni e anni orsono. “Fa parte delle regole” mi veniva istintivo pensare ogni volta che buttavo giù due righe. Gli ho voluto bene negli anni, sai, quell’affezione che si crea col tempo, un legame che non ti spieghi neanche come sia nato ma di cui non puoi fare a meno. Ed è forse questa la cosa più struggente del mio racconto.

Ho cambiato casa, ho salutato gli amici, ho detto “arrivederci” ad un bel po’ di persone ma ho sempre creduto che tutto e tutti dovessero ricambiare il mio affetto sincero e trasparente. Persino nei miei scritti doveva essere così.
Da alcuni mesi, invece, frequentemente, qualsiasi sconosciuto incontri mi avverte senza mezzi termini: “Tu non sei del nord” e senza pause, molto laconicamente continua “l’accento ti tradisce”.

Emanuele

Tace la voce, grida il cuore (Sant’Agostino).

Scritto il 4 marzo 2011 alle 0:45

Immerso in un silenzio che silenzio non è, provo a raccogliere parte dei miei pensieri. Sono appena arrivato a Milano, sdraiato sul letto, Macbook tra le gambe provo a dire tutto ciò che in questi giorni ho nascosto.

L’ultimo esame d’abilitazione (della mia vita) è tolto dai pensieri futuri, non ho ancora avuto l’esito ma sono positivo: ho consegnato 3 ore prima delle 8 previste.

Sapete, mesi fa avevo un sogno. Era fine Agosto, da lì a poco mi sarei laureato e avevo già sentore del lavoro che mi avrebbe catapultato in una nuova vita così sognavo di poter fare un gesto piccolissimo che però, dentro me (e forse solo per me), aveva un valore enorme: volevo portare una domenica, dopo aver ricevuto il mio primo stipendio della vita, una guantiera di dolcini a casa. Volevo pranzare senza pensieri, pienamente felice, orgoglioso dei miei successi.

E invece quella maledetta notte ha stravolto i miei piani. Ho vissuto i mesi successivi portando nel cuore le bellissime parole che mio zio mi aveva consegnato come dono più bello e che si sintetizzavano in un concetto che io amavo già da tempo e che amo tutt’ora: portare gioia. Dovevo riuscirci – addirittura – attraverso la semplice presenza.

E io riconosco tutt’ora la bellezza di quel compito ma i dolcini non sono mai più riuscito a comprarli. Ogni domenica – in questi mesi – son tornato dai miei. Puntuale, parcheggio, vedo quel negozio di dolciumi all’angolo e mi torna in mente questa scelta. Non posso mi dico.

Anni fa, mia sorella scriveva un po’ dovunque una frase stupidissima di Che Guevara, una frase che, forse, qualsiasi adolescente in piena crisi esistenziale farebbe il suo cavallo di battaglia: “Come si può essere vivi e felici se non lo possono essere tutti?”. Forse è stato un po’ anche il suo, non so. Intanto io l’ho saputa cum-prendere solo in questi mesi. In questi mesi in cui non ne sbaglio una. Il lavoro va, l’abilitazione è volata come fosse una partita a biglie sulla sabbia, gli amici li sento presenti, vicini, veri e sinceri. Però chi amo davvero non è pienamente felice ed è dura combattere con questo squilibrio interiore. Perché non sono una persona che sa pensare a se stessa chiudendo porte e finestre. Per questo quella fortuna mi da un fastidio tremendo, per questo scrivevo post titolati “distribuisci meglio le cose quaggiù” o tutto ciò che ho mi è sembrato frutto di un periodo di tentazioni. In questo periodo darei un braccio della mia fortuna per loro ma sembra che questo baratto non sia possibile: non è un patto che Lui, dall’Alto, vuol accettare.

Lunedì, prima dell’esame, mi son ritrovato in un bar a prendere un té con mia zia. Era necessario, dopo aver ricevuto l’ultima brutta notizia: i medici, da lì in avanti, avrebbero proceduto con una terapia di accompagnamento, perché dopo 100 giorni, decine di interventi, tentativi e soluzioni più o meno collaudate si è accettato che quel corpo non ha più voglia di questa vita terrena. Andare a studiare, dopo quelle lacrime, uscendo dal reparto di terapia intensiva fu l’ennesimo strappo in cui ti chiedi per cosa ti stai sbattendo. Il dovere… il dovere. Questo maledetto dovere. Ma dovere per chi? Dio o mammona? Il giorno dopo, mentre svolgevo il mio bel compito il pensiero tornava alle parole dei medici ogni due righe di codice. Avrei buttato via la penna una dozzina di volte. Volevo urlare. Volevo distruggere quel compito. Volevo perdere, sbagliare, essere triste per qualcosa di mio. Volevo pareggiare quella nuvola di fortuna che mi avvolge battendola in maniera subdola: scegliendo, consapevolmente, di fallire. So però che certe sparate mostrano irresponsabilità, immaturità e ingenuità e così ho tenuto i nervi saldi, ho continuato a scrivere e scrivere e scrivere. Ho consegnato quel compito con una rabbia interiore immensa.

A mio zio non potrò raccontarlo mai, in questi ultimi giorni è peggiorato vistosamente, ma so che un dì – un bel dì -, in qualche modo, leggerà queste pagine. So che capirà che se ho stretto i denti è stato per regalare felicità però in qualche modo dovevo sfuggire a quel dovere continuo che assale la nostra generazione e che ci allontana dagli affetti, dalle cose più profonde e vere della vita. Così, nel mio piccolo, ho deciso che potevo trascurare il blog. Era un dovere di cui potevo fare a meno: “Devi rispondere, devi scrivere, devi sfogarti, tanta gente si aspetta un post…”. Assolutamente no! Ho vissuto questi giorni tra il corridoio e la stanza dell’ospedale in cui riposa. Non ho incontrato amici, non ho preso birre, non ho girato Palermo, non ho mangiato mezza arancina. Mi andava di trascurare tutto ciò che fa parte del “devi assolutamente” della vita… ma so bene che non si può dar di matto e iniziare a venir meno alle proprie responsabilità, così – sconsolato e innervosito – rieccomi a Milano. Stasera ho salutato mio zio con un bacio su quella fronte ormai lucida consapevole che sarà l’ultimo bacio. E’ stata dura salire sulla passerella dell’aereo. Sarà dura, domani, esser soddisfatti di sentirsi un lavoratore che rientra dopo aver consumato tutte le sue ferie. Eppure, una suora raccontava che i veri cristiani sanno vivere la morte con gioia. E allora io ci proverò, perché la stessa cosa me l’aveva confidata mio zio poco prima della laurea.

Fuori dal reparto di terapia intensiva c’è appeso un quadro che non so in quanti leggano, ma so che è la risposta a tutto.

Dei bambini, hanno scritto semplicemente questo: “La vita è un inno, cantalo”. Ogni volta che rileggo questa brevissima dichiarazione mi rendo conto di quanto sia bella perché gli inni, anche se intrisi di amarezza, sono la maniera più aulica di scrivere che per passare alla Vera Vita è necessario il calvario, la passione, la morte e con la nostra vita non possiamo far altro che testimoniare l’accettazione del suo Mistero più profondo.

Emanuele

Anche se non trovi le parole…

Scritto il 28 gennaio 2011 alle 8:35

Quante emozioni, ancora, una dietro l’altra. Le cullo. Alcune bussano con forza maggiore, altre le ritrovo tra le braccia come regali utili a far dondolare l’intero meccanismo.

L’altro ieri mio zio ha riaperto gli occhi! Non ne ho più parlato sul blog perché preferivo tenere certi pensieri dentro me come qualcosa di prezioso, e adesso invece la felicità è prepotente e non riesco a trattenerla. L’ho salutato in condizioni indescrivibili, alcuni particolari del suo stato non li ho mai raccontati neanche alla famiglia e dopo mesi di attesa… ha preso la sua scelta. Avrà deciso di darsi del tempo

Mia zia un paio di giorni fa, dopo alcuni mesi di coma, l’ha ritrovato con la spalliera del letto un po’ sollevata. Era sveglio, con gli occhi aperti. Non parla, non si muove… ma sente e gira gli occhi. E’ già un miracolo bellissimo e non vedo l’ora di essere a Palermo per poterlo rivedere. Sarà un momento che non dimenticherò facilmente…

Al suo silenzio si contrappone invece un altro stupendo miracolo della natura. Mio nipote – ancora non l’ho sentito con le mie orecchie – ha detto per la prima volta nella sua vita “mamma“. L’inizio di un percorso, l’avvio di milioni di miliardi di parole di un uomo, la sequenza infinita di pensieri espressi e condivisi da ognuno di noi, parte sempre da questa fantastica parola. E’ incredibile la natura. Non so come l’abbia presa mio cognato, ma se fosse mio figlio – son sicuro – mi sarebbe esploso il cuore di gioia. Intanto adesso non vedo l’ora che arrivi domenica per rivederlo… :roll:

L’ultima bella notizia, che al confronto delle altre due è qualcosa di miseramente piccolo, ma che mi fa piacere ricordare, è che ho ricevuto la mia prima busta paga della vita. Ufficialmente ho maturato 1,83 giorni di ferie e 6 ore di permessi. La cosa più buffa da leggere però è il TFR raggiunto: 93€! Alla faccia dei milioni di una vita di sacrifici! :joy:

Emanuele