- Disclaimer -

Per anni ho scritto. Ho scritto forsennatamente, correndo. Avevo l’ansia di chi deve recuperar la terra quando il mare in risacca tenta di bagnare e rovinare quelle belle scarpe che avevi deciso di comprare. Più le guardavo e più mi dicevo “cavolo, ma proprio oggi, proprio queste?” come fossero le più preziose che mi sarei potuto permettere nella mia intera vita. Come se a rovinarsi fosse una parte di me. E così correvo. Paura di perdersi, di annegare, mi dicono. Paura di non arrivare, mi dico. Perché io correvo, è vero, quando il mare avanzava verso la terra, ma correvo ancor di più quando sembrava volesse concedermi tutti i suoi fondali. Paura dicevamo. Una fottutissima paura che ti spinge a rischiare tutto, a correr nuovamente contro l’acqua che si ritira ma che – alt! Dietro front! – ti porta poi a dover dare giustificazione di ciò che sei. No, non agli altri – loro lo vedono che a quelle scarpe, a ciò che sei, ci tieni. Scrivevo per dare giustificazione a me stesso, in un continuo moto ondoso.

Poi, un giorno, mi son fermato. Non ho deciso di rovinare le scarpe, semplicemente però, ho capito che potevo toglierle. Potevo bagnarmi i piedi, potevo sporcarli, potevo raccontarvi solo della sabbia che, una volta inumidita, cambiava colore e permetteva di scolpire delle impronte ancor più definite. Addirittura più belle di quelle che intravedevo quando correvo via, fuggendo da quella massa schiumosa che mi tallonava con precisione. Perdi tempo quando corri, perdi tempo quando giustifichi.

Un giorno, ho deciso di tenere i piedi liberi. E di scoprire il mare.

Emanuele

- 25 Febbraio 2012 -