Evoluzione.

L’armadio metallico qui sopra – fotografato nel 1956 mentre viene caricato su un aereo cargo – è uno dei primi computer: l’IBM 350 Disk File. Pesava una tonnellata, era lungo 150 centimetri, alto 172, profondo 74. Lo si poteva affittare … Read more →

Nel proliferare di manuali di digital detox, di discussioni (online) su come staccarsi almeno temporaneamente dai social network, l’uomo del ventunesimo secolo è ormai consapevole di essere vittima e artefice degli algoritmi. Il giovin signore midcult è abituato appena sveglio, ma non prima di aver controllato la performance del sonno con l’activity tracker, agli esercizi mattutini di Gmail: cestinare gli avvisi inviati dai siti cui si è iscritto (sconti strepitosi, il lavoro che potrebbe interessarti, vorresti aggiungermi – sono tua cugina – alla rete LinkedIn?, i seguenti articoli in base a articoli che hai acquistato in passato o che ti possono interessare); e di Facebook: ritagliare, eliminare con gli occhi le pubblicità dell’ultimo oggetto visto (per sbaglio) su Amazon, rispondere cortesemente alle notifiche, verificare i tag, aggiungerli al diario, vagare qua e là e cliccare mi piace; e di Twitter: salto con l’asta di tutti i cinguettii sponsorizzati, Sarah Stage, Luis Enrique, #ciaone. Con l’esperienza migliorano le performance del suo pollice opponibile che religiosamente scorre da sinistra verso destra per sbloccare, poi dal basso verso l’alto per scrollare i flussi, gli umori, i bocconi di notizie rimpastate.

Emmanuela Carbé – Io odio internet

 
Kobek – scrive la Carbé analizzando “I hate the internet” – ci ricorda che San Francisco è l’epicentro della più grande contraddizione di questo secolo: la libertà di parola e di espressione si sta esercitando in piattaforme web controllate da aziende il cui unico scopo è fare soldi.

Emanuele

Note per vecchi blogger.

Sebbene questo blog possa esser sembrato fermo per un mese, al suo interno ha combattuto con un bug di Jetpack, ha abbandonato Flash per tutte le tracce audio e sta per farlo anche per tutti i video a favore di quanto offerto dall’HTML5.

Mantenere un sito non significa solo rifare un template in maniera responsiva ma avere anche a mente che, quotidianamente, centinaia di persone vi accedono non tramite la homepage ma attraverso chiavi di ricerca che puntano alle più impensabili e nascoste pagine del proprio archivio. [1]

Emanuele

[1] Tip in regalo: uno dei plugin storici di questo blog è “Broken link checker” il quale scansiona costantemente i link presenti in tutto il database e avverte nel caso in cui qualcuno sia morto. Silenziosamente, negli anni, ho corretto centinaia di link. “Un buon link è un link che non muore mai” ma – Wikipedia a parte – in pochi sembrano ormai ricordarsi di questa sana regola.