“Mal di pietre” di Milena Agus.

Copertina del libro "Mal di pietre" di  Milena AgusMamma mia. Non posso che dire mamma mia.
L’ultimo libro letto è qualcosa di incredibilmente bello.

Mal di pietre è un libro leggero, scritto in un linguaggio semplice, genuino, distantissimo dallo stile di uno scrittore di professione (Milena Agus è una insegnante sarda) ma che non ha nulla da invidiare a certi tomi della letteratura contemporanea e si fa apprezzare fin dall’inizio per il bellissimo stile narrativo. Sembra che la scrittrice abbia buttato il libro giù tutto d’un pezzo. Sembra si sia messa di fronte al suo taccuino ed abbia iniziato a raccontare i suoi pensieri. Il risultato è qualcosa di così equilibrato da essersi ritrovato finalista al premio Strega è tradotto in cinque lingue senza grosse spinte da parte dei mass-media.

La trama, coerentemente con l’idea di semplicità, è la storia di una nonna sarda raccontata dalla nipote. Una nonna che ha sempre avvertito l’inquietudine del raggiungere le proprie mete in ritardo; da un amore che sembrava condannato a non arrivare, alla difficoltà di amare come si è sempre immaginato e al saper – realmente – godere di ciò che si ha. Un po’ come quelle pietre, quei calcoli renali, che oltre a formarsi lentamente portano il corpo ad un momento di dolore intenso oltre il quale tutto si trasforma. La vita della nonna della narratrice (la storia è raccontata dalla voce della nipote in prima persona) si dividerà infatti tra il prima e il dopo la visita in Continente per la cura dei calcoli.

La fantasia della storia si intreccia con il clima sociale della metà del novecento e ogni immagine descritta riesce a farsi spazio in maniera intensa nella mente di chi la attraversa. Le parole scelte con cura, e l’uso ben studiato di qualche vocabolo del dialetto sardo hanno un non so che di quotidiano.

Quando la fame, senza orario, si faceva sentire con violenza, allora andava in cucina, dove nonna era abituata a lasciargli il piatto coperto e sempre una pentola d’acqua sul fuoco per riscaldare le pietanze a bagnomaria. Mangiava da solo tamburellando sulla tavola con le dita come se solfeggiasse [...].

Tratto da “Mal di pietre” di Milena Agus

Bello. Io un libro che usa la parola “bagnomaria” non posso che apprezzarlo all’inverosimile. Consigliatissimo.

Emanuele

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Cosa ti colpisce della parola “bagnomaria”?

Consigli per la lettura, leggiti “Così in terra” di Davide Enia. Ne vale la pena.

Commento scritto da Mao il 12 dicembre 2013 alle 09:31
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Mi piace. Mi piace perché è una parola quotidiana che sa di casa, di cose fatte lentamente, di pentolini vecchi, di zie, di nonne. Mi ricorda una cucina, un posto familiare. Non suona, nella mia testa,come una parola di grande spessore. Non vale, insomma, quanto “transumanesimo”. È semplice e umile. Vedere parole umili, scritte in un bel libro, mi piace. Mi fa sentire in confidenza, un po’ come quando si riferisce alla nonna senza l’articolo davanti…
Ciao,
Emanuele
Ps: prima devo leggere quello “consigliato da anni”, no?

Commento scritto da Emanuele il 12 dicembre 2013 alle 16:03
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Secondo me, che ho letto entrambi, è più bello questo. Però capisco che ci siano priorità affettive… :burp: :burp:

Commento scritto da Mao il 12 dicembre 2013 alle 16:12
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Ed io per infastidire entrambi, non ho letto né quello né questo ma un altro… :-)
Ciao,
Emanuele

Commento scritto da Emanuele il 16 dicembre 2013 alle 03:50

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