Archivio di novembre 2010

Giocando a SimCity.

Scritto il 30 novembre 2010 alle 14:19

In questi giorni non mi son fatto mancare nulla. Stamattina primo esame d’abilitazione alla professione d’ingegnere. C’era da progettare e modellare una base di dati per la gestione delle informazioni amministrative e funzionali di un residence con più condomini, palazzi e appartamenti e io – come uno stupido – i primi minuti dopo aver letto il testo pensavo proprio a quando, da piccolo, giocavo a SimCity.

Avevo quattro ore e ne ho sfruttate tre ma la cosa più importante è che in questi giorni ho adottato una tattica ben precisa (oltre a ripassare un po’ di teoria). Visto che per ora – fuori – ci son cose che mi fanno star male, una cosa che potevo rendere rilassante e positiva era proprio l’atteggiamento e la preparazione agli esami. Non volevo cadere nel tranello “preoccupato per una cosa, preoccupato per ogni cosa”. Quello del vedere tutto nero è un atteggiamento che – nella gente – non mi piace mai. Perché la vita non è mai “tutta nera”, persino quando una persona che ami sta soffrendo. Ero ottimista per questo compito e ogni tanto, forse, sembravo talmente “convinto” che per scaramanzia i colleghi/amici preferivano non sentir certe mie frasi di incoraggiamento.

Beh, non so ancora come sia andato, so solo che ho visto persone mancare mezz’ora in bagno e poi tornare con un foglio in più. Io ho fatto il mio bel compito con tranquillità, scrivendo ciò che sapevo e cercando di dare un senso al tutto. Ovviamente ho aggiunto prolissità, brodo, contorno e chi più ne ha più ne metta. 8-)

Insomma, la prima di quattro prove è fatta. Adesso pranzo, poi studio per quella di domani…

Emanuele

Rallento e sorrido.

Scritto il 28 novembre 2010 alle 16:47

Stamattina sono andato a messa a piedi. In questi giorni avevo corso tanto, tra ospedali e libri era stata una continua gestione certosina del tempo. Gli “orari di visita” sono necessari ma terribilmente insopportabili.

Fuori il cielo non è spettacolare ma – senza perdermi d’animo – sono sceso a piedi ugualmente. Al ritorno, pochi metri dopo l’uscita della chiesa, una ragazza si volta e mi saluta.

Era tantissimo tempo che non parlavamo. Con lei partecipai ai due anni di catechismo pre-comunione. Non so perché, ma di quella classe, ricordo solo lei. Ricordo che eravamo molto amici. Amici nel vero senso della parola perché, specialmente io, vivevo ancora quella fase in cui non esistevano i fidanzamenti o tutto ciò che fa parte di quella sfera che, negli anni successivi, diventa prepotente.

Dopo il catechismo, molto spesso, rimanevamo insieme a fare gli esercizi in un’auletta della chiesa. E’ assurdo che, in questo momento, non ricordi neanche più il suo nome…

Comunque, ricordo che una volta, proprio mentre “studiavamo” entrò un ragazzo che voleva disturbarci e io, da bravo bambino, le avevo promesso che l’avrei difesa… anche perché ero iscritto a judo e a 10-12 anni, quando fai arti marziali, ti sembra di poter capovolgere l’universo con un calcio ben assestato. Tempo trenta secondi ero nelle grinfie di quel ragazzo più grande di me che mi teneva a testa in giù con lei che lo implorava di lasciarmi stare. Non dimenticherò facilmente quella scena… :-)

Abbiamo fatto, così, la strada del ritorno insieme. Mi ha raccontato che lavora, le ho detto che sto per partire per Milano, che la vita è cambiata e che siamo cresciuti entrambi.

Ad un certo punto, proprio come quando eravamo piccoli, ha voltato «Io adesso giro, tu vai dritto vero?». Mi ha fatto sorridere, quella stessa domanda me l’avrà fatta centinaia di altre volte, quando tornavamo insieme con la carpetta che conteneva libro e quaderno del catechismo in mano…

E’ stata una bellissima idea quella di andare a piedi. Avevo bisogno di un’emozione positiva.

Emanuele

Tu sei la tua Terra.

Scritto il 28 novembre 2010 alle 12:00

Ragazza sdraiata su un letto di foglie

La meraviglia è in noi, non nelle cose.

Alessandro Morandotti (storico dell’arte italiano)

Emanuele

(photo credits)

L’azzurro della nostra mente.

Scritto il 27 novembre 2010 alle 20:50

Non riesco a scriver tanto in questi giorni. Non ho il singhiozzo o gli occhi rossi ogni dieci minuti, sto anche studiando ogni sera con un collega per gli esami di abilitazione, però non so, mi manca ancora la voglia irrompente di buttare da queste parti pensieri ed emozioni.

Dovevano essere giorni diversi questi. Il post-laurea nella mia mente sarebbe stato un momento di pausa da tutto… e invece ho corso abbastanza e le emozioni forti non sono mancate. Forse, con questo silenzio, sto semplicemente permettendo che passino via. Anni fa, una (assidua e affezionata) lettrice di questo blog mi disse – in tutt’altro contestouna bellissima frase che ancora ricordo:

[I pensieri] lasciali andare come nuvole in cielo. Il silenzio è l’azzurro della nostra mente.

Voglio che questi giorni scorrano, non tanto per essere dimenticati, quanto perché non sempre le cose possono andare come pianifichiamo noi.

Sembrava un quadro perfetto il mio. Girava (GIRA …che anche i verbi fanno la differenza!) tutto secondo una ruota meravigliosa che, un centimetro dietro l’altro, mi stava regalando soddisfazioni e traguardi da veramente tanto tempo. Dentro me però, ero convinto che prima o poi sarebbe arrivato un sassolino e per questo camminavo cauto. Ho riflettuto tanto sui sassolini in questi giorni. Non sempre possiamo realizzare ciò che frulla nella nostra testa, perché le cose – semplicemente – non dipendono esclusivamente da noi.

Un sorriso, una bella giornata sono cose che, col nostro impegno, possiamo rendere realtà, ma non possiamo imporre agli altri il nostro atteggiamento, soprattutto quando dell’altro scuote dentro, chi abbiamo di fronte, come un terremoto. Voler portare per forza il sorriso mi sembra un atto di terrorismo in queste ore. Secondo me, nella vita, è l’equilibrio delle parti a dare completezza. E’ giusto dunque che in questi giorni senta voci singhiozzanti, veda occhi rossi e – perché no – anche un po’ spenti.

Tutto serve a renderci migliori e più consapevoli di ciò che la vita sa riservare, senza far differenza tra rose e spine.

Non sono triste, ho voglia di silenzio. Stasera rimango a casa, faccio partire un paio di lavate con la lavatrice, mi preparo una cenetta tranquilla e poi mi riposo con un bel libro in mano. Mi sembra, anche questa, una serata meravigliosa. Nonostante tutto.

Emanuele

Cos’è ciò che Dio vuole.

Scritto il 26 novembre 2010 alle 14:08

Scusatemi, avevo necessità di fare silenzio. Mio zio è ancora molto grave, ricoverato su un letto che – conoscendolo – non lo ha mai visto per così tante ore del giorno. Sono stati giorni molto intensi, giorni fatti di scelte importanti. Quando ti scontri con etica, religione, vita terrena, è sempre così.

I medici hanno inserito un tubicino collegato fin dentro la scatola cranica. Lo sta aiutando a diminuire la pressione del sangue versato all’interno ma la situazione è ancora instabile.

Stava immobile nel letto con le gambe inesistenti,
e una piaga sulla bocca che seccava il suo sorriso…

Alberto Fortis – La sedia di Lillà

Ieri, forse perché volevo esser positivo come tutti gli altri giorni dell’anno, quando sono andato a trovarlo l’ho salutato con l’entusiasmo che avrei avuto di solito: “Ciao zio, sono Emanuele!”. Non mi aspettavo reazioni e invece – miracolosamente – ha aperto per pochi istanti gli occhi e mi ha guardato. Era la prima volta che aveva una reazione simile dopo due giorni infernali. Oggi è nuovamente assopito, coccolato in chissà quali pensieri.

La scelta più dura, per noi familiari, è capire quanto sia giusto spingersi nell’aiutarlo con dei macchinari in opposizione al rispetto delle sue volontà e, magari, di una serenità che potremmo persino stare posticipando.

Ho riflettuto molto su questo in queste ore e, per la prima volta nella vita, mi son reso conto quanto sia difficile e sofferta qualsiasi direzione venga intrapresa. Non tentare nulla sarebbe stato condannarlo. Tentare qualcosa invece… a cosa lo condanna? Non si sa ancora quali organi torneranno a funzionare. I medici, al momento, sono concentrati tutti sulla sopravvivenza del corpo piuttosto che sul recupero di abilità. Quello è secondario.

E’ secondario per i medici (ovviamente) ma… può anche esserlo per noi e per lui? Dov’è il confine tra la morte naturale e la morte dopo ulteriori stress? Quand’è che l’uomo deve arrendersi e deve iniziare a “sperare” per il riposo eterno piuttosto che per una sopravvivenza fisica e terrena di un corpo che da giorni è immobile su un letto? Qual è la forma di rispetto più giusta, in relazione anche alla vita di fede di mio zio? Fin dove dobbiamo spingerci?

E’ un regalo – se mai dovesse risvegliarsi – condannarlo ad una vita immobile o fortemente debilitato (senza capacità di parlare, muoversi… forse sentire)? Morire, certe volte, può diventare la meta più difficile da raggiungere. Dentro me continuo a sperare, ma è palese che son combattuto. Vorrei regalargli la migliore serenità, non quella dettata dall’egoismo umano né quella dovuta dalla fede. Eppure, proprio la fede, mi aiuta a razionalizzare (ah! Che bel contrasto tra termini questo!) e mi spinge a pensare ai progetti più grandi di Dio, piuttosto che a scelte piccole dell’uomo. Qual è il limite?

Emanuele

Perché gioia e dolore han lo stesso sapore.

Scritto il 23 novembre 2010 alle 3:55

Caro Signore. Mi hai regalato una giornata piena di soddisfazioni, mi hai fatto ridere, esultare, cantare come uno scemo – nel soggiorno di casa – “Viva la vida”, quella canzone che ho nel sangue da anni. Mi hai fatto telefonare alla famiglia contento delle novità della giornata.

Mi hai regalato tanto oggi. Eppure stasera, hai trovato come farmi riflettere.

Ho pianto. Ho pianto di nascosto, guardando quei neon infernali.

Hai chiesto a mio zio di affrontare la più bella sfida dell’uomo. L’hai fatto proprio lo stesso giorno in cui ero andato – di mattina – a trovarlo per chiedergli aggiornamenti circa la destinazione dei soldi che voglio donare. L’hai fatto proprio lo stesso giorno in cui lui mi ha fatto il regalo della mia laurea ed ha continuato a mostrare il suo orgoglio tra le persone che incontravamo, che per quanto lui provi a nascondere – credimi – era visibilissimo.

Mi aveva visto andare via col casco e un fascia-collo rosso. Mi ha chiesto “cos’è quello?!”. “Zio, un fascia-collo… c’è freddo fuori”. E lui “sai, io sono del parere – ma non ascoltarla, è una mia idea malsana – che il corpo vada abituato a difendersi da sé”. Amo scherzare sempre… e non ho potuto non rispondergli “allora da domani giro nudo!”.

Era stato un incontro piacevole, in un periodo in cui – nella mia vita – tutto si incastra sempre in maniera perfetta non permettendomi mai di pentirmi di qualcosa o di rimuginare su qualche tassello mancato per un pelo. Vivo la vita pienamente, la prendo a morsi e – da tutti i lati – mi sento ripagato.

Proprio in questo periodo si era riaperto un bel dialogo. Un dialogo diverso però. Avevamo avuto modo di parlare per ore, eravamo andati a prendere una pizza insieme, cosa che con te – e adesso mi riferisco a te, mio caro zio – non avevo mai fatto da quando son nato.

“Da quando ho scelto d’esser sacerdote, la mia famiglia terrena è stata sostituita da una famiglia più grande”. Mi hai giustificato così il tuo essere sempre impegnato per gli altri, impegnato per le Chiese di Sicilia e poco presente con i parenti.

Quella sera successe un miracolo: ho avuto modo di farti riflettere… e questa è stata una svolta epocale. Eravamo immersi in un dialogo tra due adulti. Riuscivo a dirti cose che smuovevano in qualche modo il tuo essere interiore nonostante la tua settantina d’anni portati sempre come un trentenne. Sì, perché è questo ciò che pensa la gente di te quando ti vede partire per le diocesi siciliane su una Honda Transalp. Sei proprio un sacerdote strano, c’è poco da fare. Però hai dei bei occhi azzurri.

Questa notte hai di fronte a te una sfida. Quando quella sera parlammo, e si parlò veramente di tutto, mi dicesti che è strano come in questa società di tutto si parla tranne che di morte, e per farmi capire quanto sbagliato fosse l’atteggiamento, usasti delle parole perfette: “si può non nascere, ma non si può non morire”. Mi son rimaste dentro quelle parole lì. Non ho avuto, forse il tempo, forse il coraggio, di parlarne sul blog. Si può non nascere ma non si può non morire. Voglio ripeterla perché lo vedi, io adesso sto scrivendo queste parole, tu non sei ancora morto e la gente penserà che stia scrivendo un epitaffio. Invece son sicuro che tu capirai. Sto parlando della tua morte, perché sebbene non sappiamo ancora come andrà a finire, è pur sempre “già scritta da qualche parte. Senza paura, senza sé o ma che possano cambiarne il valore”.

Ti sei lasciato colpire da un ictus cerebrale. Qualcosa di talmente sopraffino che mi suona quasi come “il piano perfetto” da riservarsi. Sei dichiarato “non operabile” per la vastità dell’ictus, il che significa c’è solo da aspettare che il tuo corpo si affidi a chi dall’Alto decide. Quel sangue può riassorbirsi così come può scorrere ancora. Non ci sono medicine da somministrarti, non c’è possibilità di accanimento terapeutico. Dovrò dirlo al mio fascia-collo

E’ una notte lunga questa. Mi hanno rimandato a casa perché dovrei dormire un po’, perché da domani – la vita – cambia ancora e questa volta ci sarà da organizzarsi per te, ma non ho sonno.

Quando ti stringevo la mano pensavo proprio a quella perdita di sangue lì, alle due possibilità che ha. E’ proprio vero che, persino all’ultimo, c’è sempre qualcosa da scegliere nella vita. Persino inconsapevolmente, ma si sceglie.

Non riesco proprio a dormire pensando che stanotte tu e il direttore sceglierete.

Non so invocare un miracolo, non tanto perché non lo voglia, quanto perché so bene che eri contento della vita vissuta. Sembrerò cinico, ma ho – semplicemente – fede. Mi affiderò a chi sta in Alto, perché so già che le mie scelte son ben poca cosa al confronto delle Sue.

A proposito di scelte, in realtà mi dispiace non aver parlato di una cosa. So che sei stato, finché era (lui!) in vita, consigliere segreto di Papa Giovanni Paolo II. Una figura che praticamente la gente non conosce ma che secondo me è uno dei compiti più belli della vita: un dietro le quinte umile e nascosto. Consigliere segreto. Vi ho immaginato spesso – te e il papa – a confabulare in qualche stanzona del Vaticano. Chiusi tra quelle mura a riflettere di chissà cosa. Ed è proprio quel chissà cosa che mi incuriosisce. Giovanni Paolo II è stato un grande papa, chissà se la tua mano non sia stata in qualche modo artefice anche di questo.

Avrai modo di dirmelo? Rimarrà per sempre una mia curiosità? Non amavi dirlo in giro, anzi credo che forse neanche lo sappiano tutti in famiglia… non so neanch’io come venni a sapere di questa cosa, anni fa.

Ecco. Ecco cosa mi dispiace ed ecco il perché delle mie lacrime. Avevamo scoperto – e tu ne eri palesemente felice – di poter parlare, finalmente. Io e te.

Quella sera mi dicesti una cosa a proposito del mio attuale stato di felicità estrema: “dovrai trovare la capacità di trasmettere felicità semplicemente con la tua presenza”. Nuovamente parole assurde, nuovamente parole che rimangono dentro e che se cerchi di inghiottirle risalgono prepotenti.

Eppure io adesso sono qui, con qualche lacrima per questo tuo momento di scelta, ma consapevole che tutto ha un disegno più grande di quel che vediamo.

Gioia e dolore han lo stesso sapore.

Emanuele

Oggi non è una giornata!

Scritto il 22 novembre 2010 alle 21:12

No, proprio no! Oggi sono – minimo minimo – tre giornate insieme per quante cose fantasmagoriche mi stanno accadendo! :joy:

Apple iPhone 4

E poi sfido chiunque quando mi ritrovo – in questo periodo a non riuscire a prender sonno per quanti pensieri belli mi investono! Ti voglio con giornate come queste!

Stasera ci vorrà una vagonata di valium, altro che camomille! :joy:

Emanuele

PS: grazie a mio zio. :love:

Egregio dottore!!!

Scritto il 22 novembre 2010 alle 13:41

Certe e-mail, quando arrivano, mettono un sorriso ingredibbbbbboooollll!!!! :joy:

Proposta assunzione Emanuele

E poi che sia intestata con “egregio dottore” è qualcosa non si può descrivere… 8-)

Emanuele