Archivio di agosto 2010

I colori del mio blog.

Scritto il 27 agosto 2010 alle 10:58

Oggi il blog compie sette anni. Sette lunghi anni di racconti di vita vissuta che, un po’ come il più famoso sogno biblico, hanno alternato anni di vacche magre ad anni di vacche grasse. Più passa il tempo, però, più questa strana avventura mi piace. E’ nata per caso ed è diventato un gioco (che nel frattempo m’ha anche regalato qualcosina) di cui non so fare a meno. Chissà che un giorno i miei nipoti o i nipoti dei miei nipoti leggendo queste pagine… ok, sto fantasticando troppo.

Intanto, questo blog, nel tempo ha cambiato faccia 4 volte e oggi, invece di prendere un coltello e concedergli il taglio della torta, ho voglia di raggruppare i temi che si sono succeduti.

“…time is what you make of it…” nacque in nero, non perché fossi a lutto, ma perché a quell’età il computer per me era qualcosa di magico e l’interfaccia testuale dei primi computer mi affascinava incredibilmente. Sfondo nero e pochi comandi utili a far funzionare quelle grosse scatole, tutto il mistero di quegli impulsi elettrici si concretizzava lì. Il mio blog voleva esser questo e così, tema monocolore e tante parole che giravano nella mia testa e finivano archiviate e concretizzate online. Ricordo inoltre che in quel periodo, parlare di blog agli amici era come raccontare una puntata di Star Trek… futurismo puro.

Pian piano però quel nero iniziò a starmi stretto perché mi accorsi che dietro ogni parola di quel luogo virtuale c’erano sentimenti, c’ero io. Io che non sono mai stato una persona con una personalità cupa, dark o “emo” (quanto mi sta antipatico questo neologismo…). Mi dispiaceva, però, stravolgere totalmente quel concetto di web-log (nasce da li in neologismo blog!), strumento tecnologicamente avanzato di quel periodo. Dal nero così passai ad un più accettabile (?) blu.

Ben presto però, Splinder mi stette stretto e a manina convertii l’intero database a WordPress (il “motore” su cui gira il blog odierno). Il passaggio a WordPress però mi obbligò a cambiar tema, così dovetti cercare qualcosa che si avvicinasse a quei colori. Questa versione del blog che vedete sotto, forse un po’ squadrata, è quella che tra le precedenti ricordo con maggiore affetto perché su quello sfondo, ho impresso varie pagine importanti della mia vita.

Non a caso dal 2005 al 2009 andò avanti con quella grafica senza grosse modifiche.

Nella vita però, arriva sempre il momento in cui qualcosa ti cambia dentro inesorabilmente. Scatta una molla e da lì in avanti sei qualcos’altro. Il proiettile esploso dal grilletto premuto, seppur ancora in canna, non ha speranze di tornare nel caricatore. Qualcosa esplose in me, ecco tutto.

Così, sull’onda del cambiamento, un bel giorno ho sfornato la mia prima creatura. Un tema completamente ideato da me, su cui ho lavorato varie notti (gli unici momenti disponibili della giornata :-| ), a cui assegnai un nome bellissimo: “Kiss Me“, che però, giocando un po’ con l’inglese, un po’ con la bella canzone dei Sixpence None The Richer descriveva le scelte cui doveva sottostare. In informatica KISS è un acronimo che significa “keep it simple, stupid” (fallo semplice, stupido – perché solitamente un programma complesso è più soggetto ad errori) ed è proprio ciò che volevo fosse. I colori, la grafica, tutta doveva mantenere una sobrietà che forse fa anche parte di me.

Sapete, credo tanto che i colori che contraddistinguono queste quattro versioni del blog durante questi lunghissimi sette anni non sono lì per caso. Forse è la crescita, forse è altro ma… più sono andato avanti, più ho cercato di fare chiarezza nella mia vita ed è indubbio che la cosa si sia riversata anche su queste pagine.

Intanto, mi auguro di avere questa voglia di scrivere per almeno settanta volte sette, che poi le vacche magre arrivano e io devo avere un po’ di fieno da donare… (essì, ci vuol pazienza…!). :-)

Emanuele

Frasi grintose.

Scritto il 26 agosto 2010 alle 16:13

Tanto, non mi importa quanto cielo dovrò strappare per coprire e accarezzare
quel sorriso che neanche il mare sa di avere!

Negramaro – Neanche il mare

Mi piace la rabbia con cui la canta. Mi piace come scandisce le parole. Mi piace perché tutti – in fin dei conti – aspiriamo ad un sorriso impareggiabile…

Emanuele

Il nuotatore.

Scritto il 25 agosto 2010 alle 16:16

Aula ingegneria Palermo

Oggi sono solo. Il mio collega è ad un matrimonio ma non volendo perdere tempo sono andato ugualmente a studiare all’università. L’aula è vuota, le finestre aperte aiutano a sopportare il caldo di fine Agosto e la sporcizia che regna in giro tra banchi, corridoi e bagni ha dell’incredibile. “Si riprende a Settembre”, almeno per quei fortunati sfortunati che non hanno la mia stessa fretta.

Intanto ho attaccato le cuffie al mio MacBook. Ho ripreso una bella playlist di musica classica che tanto mi ricorda la grinta di due anni fa, quando decisi – con coraggio ed impegno – di prendere in mano la mia vita come mai avevo fatto prima.

Mi sembra, anche questa, la chiusura di un cerchio. L’altra chiusura – vissuta questo mese – non ve l’ho confessata perché mi mette brividi e paura contemporaneamente, ma magari un giorno ve ne renderò partecipi.

Alle spalle ho una lavagna enorme, sono seduto dietro la cattedra e quella lastra nera di ardesia rivela ancora i grafici, le equazioni, gli integrali della materia di fine Luglio. E’ ancora lì, nessuno ha pulito, nessuno ha più preso il gesso in mano dopo di me.

E’ bello. E’ bello avere tutti quei calcoli alle spalle: è un segno enorme, tangibile, concreto, dei miei progressi.

Emanuele

La lingua… italiana.

Scritto il 25 agosto 2010 alle 10:01

Scrivere è come baciare, solo senza labbra. Scrivere è baciare con la mente.

Tratto da “Le ho mai raccontato del vento del Nord” di Daniel Glattauer

Ok bella questa frase. Poetica. Autocelebrativa. Però no, non è come, eddai.

Emanuele

PS: il libro comunque sembra un romanzo da non sottovalutare, lo aggiungo alla wishlist, così sapete che regali farmi per Natale (si si, mi impegno a comportarmi bene…). :roll:

Nuovo Viakal, uccide germi e fratelli.

Scritto il 24 agosto 2010 alle 20:02

Sarà che abbiamo caratteri diversi, pignolerie diverse, livelli d’accettabilità diverse ma in questi giorni sto faticando nel far silenzio per non litigare con mio fratello.

Per lui la casa è un po’ un albergo in cui apri, usi, poggi ovunque. Non voglio addentrarmi nei particolari per un minimo di decenza ma so che questi giorni saranno una vera sfida con la santa pazienza. Stamattina ho passato tre ore pulendo cucina, bagni, passando lo straccio e l’aspirapolvere e chi più ne ha più ne metta, per pranzare alla fine di fretta e correre all’università alle due e mezza.

Rivedo un po’ me da piccolo, quando anch’io passavo sopra certe cose… però diamine, adesso siamo adulti entrambi.

Il mio obiettivo nei prossimi giorni sarà quello di prendere per buono tutto ciò che arriva (anche se poco) e… fare un bel conto alla rovescia.

Che poi mi dispiace sia perché è mio fratello, sia perché mi ritroverò nuovamente solo a casa. Però cavoli, c’è modo e modo di vivere. Non posso tornare da Milano e trovare i vermi nell’immondizia. :-|

Emanuele

#105: La cena dell’uomo delle caverne.

Scritto il 24 agosto 2010 alle 12:50

Amico: Manu, stasera cena da primato!

Io: Mangerai come un babbuino? Prenderai piatti a base di termiti?

Distributore automatico di sorrisi!

Scritto il 23 agosto 2010 alle 21:08

Ancora non ho avuto modo di immortalarmi su quella ruota singola dall’equilibrio instabile intanto mi son reso conto che: in primis, andare avanti sul monociclo, al pari della vita, è più semplice del tornare indietro. In secundis stare fermi è un’arte tutta a sé (e nella vita idem). In tertiis la gente che passa non può non fissare la pedalata ed è anche capace di fermare lo scooter. In quartis i bambini tirano la mano alla mamma pur di guardare due secondi ancora. In quintis mi è stato chiesto se volessi andare al circo in futuro (è accaduto in un ferramenta in cui ho comprato una chiave per stringere un dado).

Intanto, la cosa più piacevole è che qualunque sia la razza, il colore, il sesso, l’età o l’estrazione sociale, se riesco nell’incredibile numero di percorrere alcune decine di metri in equilibrio – parte un sorriso fugace ma spontaneo e così, rimanere su quel marciapiede ad allenarmi diventa qualcosa di più di “due intelligentissime ore per sudare una maglietta“.

Faccio. Sorridere. Chi. Passa.

Uno, due, tre, quattro sorrisi. Saranno stati venti, trenta per ora? Sono trenta sorrisi regalati nella storia dell’umanità.

E’ qualcosa di più di un gioco. E’ qualcosa di più. E’ una cosa potentissima.

Emanuele

Ancora una volta, per l’ultima volta.

Scritto il 23 agosto 2010 alle 9:02

Ieri il sacerdote, durante l’omelia ha rievocato una frase di Jean-Jacques Rousseau (attribuendola erroneamente a Sant’Agostino).

La pazienza è amara, ma il suo frutto è dolce.

Stamattina dopo essermi svegliato mi è tornata in mente e mi sembrano le parole adatte per aprire la stagione universitaria.

Tra 15 minuti ho appuntamento con un collega in facoltà, buon lunedì a tutti voi! :-)

Emanuele