“Ecco Siri. Non lascia mai senza risposte mio figlio, affetto da un disturbo della comunicazione”, dice Newman, spiegando che Siri è come “l’amico immaginario che molti di noi hanno sempre desiderato”, solo che “non è del tutto immaginario”. È cominciato tutto così: Newman stava leggendo uno di quegli articoli sugli iPhone tipo “21 cose che non sapevi il tuo iPhone potesse fare”. Tra queste c’era che si può chiedere a Siri “quali aerei stanno volando sopra di me in questo momento?” (Siri controlla le sue fonti e risponde, fornendo il numero di volo degli aerei, l’altitudine di ciascuno di essi e altre informazioni). «E perché uno dovrebbe sapere quali aerei stanno volando sulla sua testa?», ha chiesto Newman ad alta voce. «Così sai a chi fai ciao con la mano, mamma», ha risposto senza guardarla Gus, che si trovava lì vicino. […]

Newman spiega anche un altro aspetto, più tecnico, da cui ha tratto benefici nell’uso del suo iPhone. In molti su Internet hanno rilevato che gli assistenti vocali di altri sistemi operativi, come per esempio Android, sono più efficienti nel riconoscere e intendere le parole pronunciate dall’utilizzatore dello smartphone. Newman ha spiegato che nel caso di Siri il bisogno di pronunciare le parole in modo più chiaro e distinto possibile è una buona cosa per Gus, che di solito “parla come se avesse delle biglie in bocca” e che invece deve sforzarsi di parlare più chiaramente, se vuole ricevere risposta da Siri.

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Tecnologie emergenti e scenari di assistenza sociale nuovi. Una volta tanto, questa iper-dipendenza da tutto ciò che è informatico, mi sembra utile in maniera dolce tanto che è piacevole pensare che le continue interazioni con queste tecnologie di milioni di persone nel mondo concorrono nel popolare le domande cui gli assistenti vocali sanno dare risposta.

Emanuele

Si.

Io: «Vuoi sposarmi?».

Lei: «Ema, sai che queste cose devi domandarmele solo quando le penserai seriamente…».

Io: «Sono serio. Sofia, vuoi sposarmi?».

Quand’è che andiamo in Inghilterra?

Lo vedi che belli i social network, papà? Ormai le distanze non esistono più. Siamo in vacanza in Sicilia ma riusciamo a sentirci con Giorgia in Inghilterra, le abbiamo pure mandato al volo le foto di questo mare bellissimo che abbiamo alle spalle. Lei lo ha visto e ci ha risposto con dei messaggi vocali.
Vedi che passi da gigante ha fatto la tecnologia? Permette alle persone di essere distanti e di poter condividere ugualmente qualcosa. Siamo insieme anche se non lo siamo fisicamente! Adesso si può socializzare senza incontrarsi, la gente parla senza mai vedersi, vive emozioni senza spostarsi, si fanno viaggi di gruppo senza mai riunirsi…… Oh papà, che brutta roba. Quand’è che andiamo in Inghilterra?

Emanuele

The Internet’s Own Boy

Nel weekend sono stato a Ferrara per il Festival di Internazionale che, come sempre, si è mostrato ricco di spunti interessanti. Quest’anno vorrei incorniciarlo sullo sfondo di Aaron Swartz, un americano che nel 2013 si è tolto la vita. Perché si è ucciso? Cosa c’entra lui con le nostre vite? Aaron era un hacktivista che si batteva per la libertà d’informazione online e la condivisione del Sapere. A soli quattordici anni è stato uno dei padri dell’RSS 1.0, uno dei protocolli che i blog e i giornali online di mezzo mondo utilizzano continuamente per diffondere i loro contenuti. Lui è anche uno dei genitori di Reddit e delle Creative Commons, le licenze per la condivisione dei contenuti.

Aaron ha combattuto contro la SOPA, una di quelle leggi ammazza-internet che le mayor del diritto d’autore vorrebbero tanto rendere esecutive. Pressato da FBI e governo americano con la minaccia di 35 anni di galera (senza una ragione palesemente valida), Aaron, ad appena 26 anni, decide di fuggire via da questa vita.

Avevo incrociato il film online qualche mese fa ma la mia cronica mancanza di tempo l’aveva trasformato in un segnalibro del browser. Ho colto l’occasione della sua proiezione per mettermi in pari e non posso consigliare anche a voi di farlo. Internet deve dire grazie ad un genio come lui e, nel mio piccolo, questo è il mio modo di farlo.

Emanuele

PS: il film – in pieno rispetto della filosofia di Aaron – è diffuso con licenza CC BY-NC-SA 4.0 quindi siete liberi di distribuirlo quanto volete.

Studi dimostrano che riconoscimenti costanti e disponibili non producono la maggiore dipendenza; piuttosto, sono le ricompense sporadiche e randomiche quelle che ci tengono all’amo. Gli animali, umani inclusi, diventano ossessionati dai sistemi di ricompensa che solo occasionalmente e randomicamente ci concedono un bene. Manteniamo il comportamento condizionato per maggior tempo quando la ricompensa è assente perché sicuramente – sicuramente – la zolletta di zucchero apparirà la prossima volta.

Tratto da: Michael Harris – The end of absence

Dai, adesso torniamo a controllare per l’ennesima volta se sul cellulare è arrivato – per caso – un nuovo tweet, whatsappino, o messaggio in bacheca.

Emanuele