Trump, hai le mie impronte, fanne buon uso.

Stasera ho passato la serata con un americano che mi raccontava di tutte le ragioni per cui il Kansas City quest’anno sta facendo meglio del Cincinnati: merito del nuovo quarterback, volendo riassumere.

Sento ancora la birra e il jet lag che mescolati insieme mi regalano una strana sensazione di sospensione dalla mia vita. Mi trovo in un paesone al nord di Chicago e l’idea che nessun turista passerebbe da queste parti mi rallegra e convince che queste occasioni, seppur lavorative, siano un modo per scoprire e conoscere il mondo nella sua versione più genuina, naturale e originale. Come quando – in Cina – potei imbucarmi ad un matrimonio locale.

Sarà una lunga settimana, domani mattina ho il training di accesso all’impianto fissato per le 7 del mattino e probabilmente riuscirò a vedere Chicago solo il prossimo weekend. Fino ad allora, freddo, americani e junk food saranno dalla mia.

Emanuele

PS: il tizio con cui ero a cena vive a New York, così la sua squadra sono i Giants che però non son messi benissimo…

PPS: Donald l’autista del taxi che oggi mi ha accompagnato dall’aeroporto in albergo mi diceva che ti considera – testuali parole – un asshole e che non verrai confermato tra due anni perché nessuno ti vuol più. La storia ci svelerà chi dei due avrà ragione…

Shortcuts di iOS12 porta Siri su un altro livello.

Non importa che tu sia un nerd, uno smanettone o un programmatore. Se hai un iPhone e non stai usando Shortcuts (Comandi in italiano) stai usando l’iPhone a metà. Non credevo un’applicazione potesse stupirmi al punto da portarmi a scriverne sul blog ma Shortcuts, introdotta con iOS12 (per tutti i dispositivi che lo supportano) è una meravigliosa novità.

iOS12 App Comandi ShortcutsI flussi di azioni (qualcuno ricorderà Automator su macOS) arrivano sull’iPhone e lo fanno con una semplicità disarmante.

Io ad esempio ho configurato un flusso che automaticamente verifica la mia posizione, analizza il percorso in auto che mi attende verso casa e in base al traffico stima il tempo necessario. Effettuate queste analisi invia automaticamente un messaggio a mia moglie con le informazioni raccolte (ad esempio: «arriverò tra 20 minuti»). Comodo, specie tutte quelle volte in cui «quando stai partendo dimmelo così accendo il forno». L’azione posso attivarla con un singolo click su pulsante o banalmente dicendo a Siri «sto tornando a casa».

Altro esempio? Il classico invito a cena da amici con – altrettanto classica – partenza da casa all’ultimo minuto. Con un singolo click o tramite Siri il task verifica la mia distanza dall’indirizzo di casa dell’amico (presente in rubrica) e gli manda un sms. Niente più: apri Maps, cerca l’indirizzo dell’amico, clicca su “inizia a navigare” per verificare percorso e tempo necessario, apri Telegram, cerca l’amico, inizia a scrivere e digli che stai arrivando mentre fai manovra uscendo dal parcheggio…

Ho visto gente che apre l’auto tramite Shortcuts. Credo che questa applicazione rappresenti il primo step tra “Siri, l’assistente digitale” e “Siri, l’assistente digitale che finalmente fa le cose che vorrei” al posto mio.

Potete trovare nuovi shortcuts nella gallery dell’applicazione e/o condividendoli tramite link tra amici.

Anzi, ecco il mio “Informa tra quanto arrivo” (che ovviamente potrete migliorare!).

Emanuele

Ho incontrato la vita in un filo d’erba.

Alcuni anni fa, durante le fasi conclusive del mio corso di laurea e per ragioni varie e diverse, mi ritrovai a correre. Non era una corsa fisica quanto psicologica: riempivo le giornate fino a farle tracimare nel tentativo di trovare soddisfazione e vita piena. Fu una corsa spasmodica. Questa nuova fase della mia vita è psicologicamente molto più rilassata e l’arrivo di Giorgia mi fa riflettere e concentrare spesso sulle piccole cose che donano grandi piaceri: memorizzo gli attimi in cui fissa i miei occhi o quando mi rendo conto che sta giocando seduta sul suo bel pannolone a pochi centimetri da me che la osservo silenzioso.

Nonostante questa novità, a fine Agosto qualche embolo spastico è partito nella mia testa: c’erano un po’ di cose che andavano fatte e non potevo più rimandare. Da tempo raccoglievo in una lista l’elenco infinito dei tanti lavori che una casa richiede e dopo circa 45 giorni vissuti come un treno, inizio a vivere la soddisfazione di chi – come una formica – ha preparato d’estate il suo nido invernale.

In queste settimane ho carteggiato e ridipinto tutta la recinzione del giardino e tutte le persiane, fatto riparare alcune tegole sul tetto, riverniciato il parapetto dei balconi, riparato con stucco e colore graffi e segni che in tre anni avevamo lasciato sulle pareti interne, migliorato l’impianto elettrico di casa con l’illuminazione degli interruttori delle luci esterne, sgorgato in maniera definitiva il lavandino della cucina, smontato e rimontato l’impianto del citofono, sistemato la cantina, cambiato il silicone ai vetri di alcune finestre, potato il ciliegio e poi – qualche settimana dopo – ridotto tutti i tronchi più grossi a legna per il camino per il prossimo inverno.

Rimangono ancora alcuni lavoretti in lista. Ad esempio devo rimettere in piedi l’impianto di irrigazione, fare manutenzione alla caldaia prima dell’arrivo dell’inverno, montare dei sensori di monossido di carbonio che ho comprato (insieme ad estintore e coperta ignifuga il giorno dopo aver partecipato ad un corso sulla sicurezza). Oggi sono andato a prendere 150kg di sabbia vagliata e altrettanta terra, concime e semi. Qualche settimana fa avevo passato il diserbante, domani dovrei recuperare una motozappa e poi mi cimenterò nel rifacimento del giardino.

Sto godendo di cose mai fatte prima e di lavori manuali che appartenevano al fai-da-te e che ormai sono sempre più demandati al pago-e-risolvo. Mi diverte ed entusiasma e l’arrivo dell’autunno, ben evidente in questi giorni, aggiunge ulteriore fascino.

Arriverà l’inverno, finalmente non potrò montare più due cavalletti in giardino e dedicarmi a queste cose, ma so già che godrò al pensiero di una lista meravigliosamente sfoltita.

Emanuele

Vivere nelle bolle (come internet ci ha separati).

Anni fa leggevo di una ricerca per cui l’utente medio, tende ad avere una navigazione e un’esplorazione del web definita e circoscritta. Rispetto all’infinità delle pagine web disponibili, la percentuale di quelle visitate è irrisoria al punto da poter essere rappresentata da una sotto-rete statica ed isolata. Siamo metodici, abitudinari, prevedibili. Per quanto possiamo tentare di risultare dinamici, i nostri interessi variano lentamente nel tempo e così anche la nostra navigazione.

Il nostro uso di internet è settoriale e nell’epoca dei social network quanto mai statico. Analisi recenti mostrano che per tantissimi utenti la navigazione si consuma, interamente, all’interno di Facebook. Personalmente non uso Facebook, non mi sono mai iscritto, l’unico social in cui assiduamente condivido informazioni (tipicamente non personali) è Twitter e spesso mi sono interrogato circa l’uso che ne faccio. I social network nascono per rendere facile lo scambio di informazioni, di vedute e di opinioni. Da qualche tempo mi domando però quanto di questo scambio abbia valore.

Tutti i social ci invitano a creare “bolle” in cui la nostra friend list è fatta di persone che espandono ma non divergono dai nostri schemi mentali. L’interesse della piattaforma non è accrescere la nostra visione del mondo quanto intrattenerci il più possibile tra le loro pagine e per questo propongono i vari “potrebbe piacerti/potresti conoscere…” e non vedremo mai un “potrebbe NON piacerti…”.

E’ una dinamica tutt’altro che estranea a noi: anche nella realtà andiamo in vacanza con persone con cui condividiamo interessi ma la rigidità con cui “voci differenti” entrano nella mia follow-list è maggiore della possibilità che ho nel quotidiano di interagire con persone di diversa estrazione sociale, politica o culturale.

Uscire da quelle bolle fa scoprire modi di ragionare totalmente diversi, spiazzanti, fastidiosi e – a nostro modo di vedere – assurdi. Per farvi un esempio che sia chiaro, a me che non sono leghista basta andare a leggere i commenti dei sostenitori di Salvini per provare sgomento. In quei momenti sono fuori dalla mia bolla, l’area di confort in cui le persone hanno pensieri simili ai miei.

Non ho ancora trovato risposta alla domanda che, successivamente, cresce in me: quanto di quel flusso di informazioni mi arricchisce nel pensiero? Quanto “rumore” bisogna osservare prima di dire basta e – parimenti – quanto mi fa bene osservare il mondo tramite la mia bolla? Sono convinto ci sia una utilità nell’esplorare bolle differenti dalla mia: l’Italia non va a rotoli per sfortuna ma semplicemente perché esistono percentuali non trascurabili di persone che di quelle bolle fanno parte.

Ultimamente sto iniziando ad apprezzare quegli account che provano ad attraversare continuamente bolle differenti. Gli americani che ci provano, pragmaticamente, scrivono “Retweets are not endorsement” nei loro profili per segnalare che quel che viene condiviso attraverso i loro account sono tentativi di portare alla luce voci di persone diverse nonostante, non sempre, se ne condivida il contenuto. «Disapprovo quello che dite, ma difenderò fino alla morte il vostro diritto di dirlo».

Perseverare nella propria bolla ci rende duri dentro, incapaci di comprendere l’altro, incapaci di provare empatia perché – semplicemente – non alleniamo più quella parte di noi. Un tempo, le piazze cittadine erano il luogo in cui tutti avevano spazio senza distinzioni: un ricco poteva sgomitare con un povero, un bambino con un adulto, un ateo con un prete. Le piazze virtuali odierne hanno dei vetri che isolano finché non proviamo ad attraversarli.

Emanuele

La cosa sorprendente del vero Zuckerberg, nel video e nella stampa, è la relativa banalità delle sue idee riguardo al “Perché” all’origine di Facebook.

Mark usa la parola “connettere” come i credenti usano la parola “Gesù”, come se fosse sacro di per sé: “Quindi l’idea è davvero che, uhm, il sito aiuta tutti a connettersi con le persone e condividere informazioni con le persone con cui vogliono rimanere in contatto.”

La connessione è l’obiettivo.

La qualità di quella connessione, la qualità delle informazioni che la attraversano, la qualità della relazione che la connessione consente – nessuna di queste è importante. Che molti software di social networking incoraggino esplicitamente le persone a creare connessioni deboli e superficiali l’una con l’altra (come ha recentemente sostenuto Malcolm Gladwell), e che questa potrebbe non essere una cosa del tutto positiva, sembra che non gli sia mai venuto in mente.

Zadie Smith – Generation Why?


Emanuele

Chissà voi.

Ombrellone

Troppo silenzio da queste parti quando mancano un paio di settimane ai 15 anni di questo blog. Abbiamo fatto un po’ di vacanze. Non tutte fortunatamente ma sufficienti per vedere Giorgia al mare, col suo primo dentino, al contatto e alla scoperta dell’acqua fredda e della sabbia calda. Un tuffo nelle origini e nel passato, in una casa che ci ha concesso meravigliose docce all’aperto, tra gli ulivi e le cicale.

Chissà voi. Mi accorgo che questo blog è quasi rimasto l’ultimo mio avamposto sociale. Da quando ho eliminato Instagram anche le foto degli amici che ne facevano uso si sono celate ai miei occhi. I racconti però aumentano: quando li incontro ho più da scoprire, assaporare e comunicare.

Questi 15 anni hanno visto l’ascesa e il declino della mia presenza digitale nelle vite altrui. Mi piace questa mia disconnessione e mi piace questo blog con la sua lentezza. Perdere informazioni in un mondo che ti bombarda e ti plasma.

L’importanza della selezione come valore da trasmettere.

Emanuele

Imperfect fruits?

Quest’anno il ciliegio ci ha lasciati a bocca asciutta. Colpa dei temporali che a Maggio han deciso di far cadere gran parte delle ciliegie, ancora verdi, piccole e delicate. Finora non avevo mai capito a pieno la disperazione dei produttori di frutta di fronte a certi eventi meterologici. Io le ciliegie le mangio e basta. Chi fa l’agricoltore però può letteralmente perdere una stagione di ricavi per via di temporali che non necessariamente devono assomigliare ad uragani.

Il mercato poi, impone frutta perfetta. Avete visto che nei supermercati non c’è più una mela col buco? Un’arancia ammaccata? Leggo che in America si stima che il 40% della frutta prodotta non verrà mai mangiata. La selezione, durante i vari passaggi dal produttore al consumatore ne butta via quasi la metà. Quando va bene viene recuperata per diventare frutta industriale. In America sono nate varie realtà che vendono “imperfect fruits” (cercate su Google!): cesti di frutta ancora buonissima dalla buccia rovinata. Mi sembra una cosa molto intelligente e mi sorprende che non sia ancora stata importata dalle nostre parti.

Susine

Settimana scorsa ho raccolto le susine. Quest’anno son riuscito a prenderne circa 43kg e ovviamente adesso è partito il classico giro di “consegne” omaggio ad amici e parenti. La mia frutta si nutre esclusivamente di sole e acqua piovana. Due anni fa ho lasciato che il susino fosse anche casa per delle tortore e non ho la minima intenzione di utilizzare alcun prodotto protettivo. Probabilmente la frutta non è vendibile, non è perfetta ma è buonissima.

Emanuele