L’uomo invisibile di Favignana.

La mia pena? Tre anni in una cella messa a dieci metri sotto il livello del mare. Così si sconta, ancora oggi, una condanna nel carcere dell’Isola di Favignana. Una vecchia nave mi ha portato da Trapani a Favignana. La Pietro Novelli della Siremar.
Dovevo capire dalla traversata, cosa sarebbe stata la mia detenzione. Ammanettato mi hanno chiuso sotto, ovvero dentro un piccolo magazzino messo in un lato della stiva, dove ci sono le automobili. Un incidente e avrei fatto la fine del topo.
Il viaggio: chiuso in quel magazzino e seduto su corde, bidoni ed altri attrezzi. Come una bestia. Arrivati a destinazione, c’è voluto poco a raggiungere il carcere. Ad andare di nuovo sotto. A Favignana, infatti, a pochi metri dalla piazzetta dove d’estate si prende l’aperitivo, c’è il carcere. Superato il portone del carcere: silenzio. Mi turbava quel silenzio. Sembrava di stare in un monastero. Si chiude il portone dietro di me. Davanti: solo una discesa che porta sotto. Il carcere di Favignana è tutto sotto terra. Gli uffici, l’infermeria, le celle.
Scendo all’ufficio matricola, scendo in infermeria e alla fine scendo in cella. Dieci metri sotto il livello del mare. Quando si dice toccare il fondo. Entrato in cella, capisco quel silenzio. Una vera e propria caverna. Sotto terra e senza finestre. Lì sotto, solo pareti intorno a noi. Lì sotto un muretto separava la cella dal cesso. Cesso con un piccolo fornello da campo per farci la pasta.
Lì sotto altri 3 detenuti pallidi e muti interrompevano un sonno sedato per darmi un’occhiata. Lì sotto c’era la muffa, l’umidità, gli intonaci che si staccavano. Vado al cesso, apro il rubinetto per bere. Qualcuno sulla branda ride, mentre mi sente sputare.

Lì sotto l’acqua non si può bere, perché è salata. È quella del mare. Così è iniziata la mia detenzione a Favignana. E così è continuata. Una vita da sepolti vivi. Una vita sempre uguale e degradata, a cui non riesci ad abituarti. Ti senti una merda e non ti abitui a stare chiuso in cella (senza finestre) per 22 ore al giorno. Ti senti una merda e non ti abitui ai topi che stanno in cella con te. Non c’è mai abitudine alla perdita di dignità.Ti senti solo sgretolare piano, piano. Ti abitui a capire se il mare è mosso, perché le onde sbattono sui muri delle celle. Ti abitui a capire quando arriva l’aliscafo, perché un altro tipo di onda sbatte sui muri della cella. Ma non ti abitui a fare l’ora d’aria in un cortile che sta a 10 metri sotto terra. Cielo a quadretti anche di giorno e la fine del muro di cinta al livello del mare. Ogni tanto qualcuno di noi provava a saltare per riuscire a vedere qualcosa che non fosse muro. Una mano sulla spalla di un compagno era il punto di appoggio per conquistare un po’ panorama.
“Hai visto qualcosa?” “No, niente è troppo alto il muro”. In un angolo un vecchio detenuto si godeva la scena e scuoteva la testa. Non capiva l’inutile tentativo. L’orizzonte, lui, l’aveva dimenticato. Poi di nuovo in cella. In quella cella. Alcuni detenuti fortunati potevano andare ogni tanto nella “saletta artigianato”. C’è un tavolo e qualche attrezzo. Per noi detenuti a Favignana quella pena non aveva domande o alternative, né misure alternative. Se uno di noi chiedeva di parlare con l’educatore, rischiava di prendere rapporto. Io sono uscito con l’indulto, se no stavo ancora il quella topaia. In un carcere così tu detenuto sei un numero. E come numero non puoi chiedere più di tanto. Succede che qualche detenuto non ce la fa più e protesta. Allora loro lo mettono nella cella di isolamento. La colpa: essersi ricordato di esser un uomo. Lo lasciano nudo, in mutande, al freddo. Senza neanche il materasso, ma solo la rete di ferro per dormire. Io l’ho visto un ragazzo messo all’isolamento. Dovevo pulire lui e la cella.
C’era uno schifo che non ti dico…poveraccio. Un paio d’anni fa un ragazzo si è impiccato in quella cella. Non ce l’ha fatta a resistere. Il carcere di Favignana sembra fatto a posta per farti sentire una merda. Anche il solo mangiare è occasione per avvilirti. 19 euro a settimana, questo è quanto il carcere spende per far mangiare un detenuto. Mò, con 19 euro a settimana, che manco un cane, cosa potevamo mangiare? Sbobba. Sbobba condita. E sì perché il carrello col vitto ce lo portavano in cella passando dal cortile esterno del carcere. E qui sta il bello! Quando pioveva ci arrivava la pasta piena di pioggia, e quando c’era il sole i piccioni ci facevano i bisogni dentro. Nel carcere di Favignana non ti puoi lamentare col direttore perché non c’è.
Lì c’è solo, come lo chiamiamo noi, Barbabianca. Io da poco sono uscito, ma nel carcere di Favignana ho conosciuto l’ansia.
Oggi, a pochi mesi dalla libertà, sembro un reduce di guerra. Di notte ho gli incubi. Spesso sono depresso. Mi aiuta lavorare, vado avanti con 309 euro al mese. Ma la cosa più difficile per me non è andare avanti. È dimenticare. Dimenticare quella pena.
Dimenticare il carcere dell’isola di Favignana, e gli occhi di chi sta ancora lì sotto.

Claudio 35 anni – Lettera pubblicata su RadioCarcere.com

La pena dententiva dovrebbe svolgere tre funzioni: allontanare la persona pericolosa dalla società per impedirgli di causare altri danni, punire la persona per il reato commesso e, soprattutto quando si è condannati a pene di pochi anni, cercare di recuperare il cittadino che ha sbagliato.

Emanuele

Senza blog, è come scrivere sulla sabbia.

Mi son ripromesso più volte di usare questo blog come strumento privilegiato per la diffusione dei contenuti. Mi accorgo però di disattendere questo proposito con una frequenza imbarazzante ed ho provato a chiedermi i motivi di tale atteggiamento.

Sono uno di quelli profondamente d’accordo con chi parla di ridare centralità ai blog. Ritengo infatti che le informazioni diffuse sugli altri closed-network (altro che social) oltre ad esser prive di un vero controllo [1] siano destinate all’oblio in maniera catastrofica.

Quanti di voi scorrono mai la propria timeline su Twitter? Il flusso di notizie è talmente rapido che non solo i tweet di due giorni fa sono dimenticati [2] , ma non ha persino alcun senso mantenerli in memoria. La scarsa/discutibile utilità unita all’indicizzazione praticamente inesistente li porta inevitabilmente verso un grande buco nero fatto di parole con un unico valore: la nostra profilazione da parte della piattaforma ospitante. I dati – è bene prenderne coscienza – non rimangono per nessun altro.

I blog avrebbero la capacità di rendere tutto più vivo e duraturo. L’intrinseca personalità di un blog [3] permette di mettere in evidenza i contenuti con granularità senza appiattimenti. La struttura tecnica favorisce l’indicizzazione e gli strumenti di notifica verso l’esterno sono ben rodati (provate a cercare “RSS” e “Aaron Swartz” per capire cosa sta accadendo purtroppo).

Dove sta il problema allora? Il limite è evidentemente dovuto alla complessità di gestione nell’uso quotidiano. Quando ho voglia di pubblicare una foto, su Twitter dimentico se la voglio posizionare al centro o di lato, se devo ottimizzarla per il web o meno, se devo inserire una cornice o meno. Dimentico persino la necessità di inserire testo alternativo, titolo, tag, categorie. Seleziono la foto, aggiungo due parole a corredo e clicco “Tweet”. Boom, fatto.[4]

Credo che alle piattaforme di CMS (WordPress ma non solo) manchi proprio questa rapidità. Ho l’applicazione per WordPress sull’iPhone ma, a parte piccole modifiche, l’avrò usata raramente per inserire nuovi post, molto più frequentemente per moderare commenti.

I blog inseriscono un livello di complessità che la gente non vuole, non sa gestire e non immagina neanche perché dovrebbe averne bisogno[5]. Mi auguro che gli sviluppi futuri di WordPress (cito lei, perché è ormai la piattaforma CMS più utilizzata al mondo) sappiano riconoscere e gestire questo limite. Tanto è già stato fatto, ma finché non si riuscirà ad eguagliare la rapidità con cui un qualsiasi utente può pubblicare un messaggio sui grandi social, la strada sarà sempre più ardua e noi sempre più blindati dentro social-buchi-neri.

Emanuele

[1] Quante piattaforme vi assicurano il backup dei dati? Quante vi assicurano che i loro filtri anti-qualcosa (lo “spam”, spesso è l’ultimo dei problemi) non vi segheranno quel vecchio post senza alcuna possibilità di tornare indietro?
[2] Qualcuno calcolava persino che i tweet che inviamo, verranno visti nella migliore delle occasioni, dal 4% dei nostri lettori.
[3] Vi sarebbe da parlare per ore di come il web si stia appiattendo dal punto di vista grafico raggiungendo persino l’assurdo in cui molti portali tendono ad imitare la grafica del social network più in voga…
[4] Me ne rendevo conto proprio in questi giorni, quando ho preferito pubblicare su Twitter la foto dei festeggiamenti della Contrada della Civetta per la vincita del loro Palio di Siena, piuttosto che su queste pagine che mantengo da anni.
[5] Ho scritto quel “dovrebbe averne bisogno” con piena intenzionalità. Se volete ne parliamo, si parte da argomenti come libertà, censura, indipendenza dai grandi-player per finire ai recenti “NSA” e spionaggio. La gente dovrebbe desiderare un po’ più di indipendenza!

Sulla pelle.

La mia estate, quest’anno, è durata appena una settimana. Per mia fortuna la Croazia è vicina e sufficientemente selvaggia da farmi assaporare l’odore della libertà con grande rapidità.

Barca in Croazia

La mia pelle aveva bisogno di sale incrostato addosso e di calore che trasuda dalle rocce e penetra fin nel profondo.

Emanuele

(Don’t) try this at home (alone).

Apple Macbook inside

Dopo oltre sei anni, era tempo di pulizie. Seguendo le meravigliose guide di iFixIt ho rimosso 12kg di polvere e cambiato la pasta termica. Vi assicuro che la ventola è tornata a riposare in pace e il processore ha smesso di friggere: bellissima sensazione quasi dimenticata negli ultimi anni.

Emanuele

PS: ovviamente – per l’occasione – andava rispolverato l’assetto da nerd: pizza e birra a casa di un amico fino a notte fonda mentre le rispettive girl sono via.

Quanto consuma l’Alfa Romeo Giulietta GPL.

Quando si compra un’auto il dato dei consumi è uno tra i parametri più considerati per la scelta. Anch’io quando scelsi la mia Giulietta, ero indeciso sulla motorizzazione da scegliere: benzina, diesel o GPL? La scelta – non scontata – dipende tantissimo dal tipo di percorso che si fa giornalmente e dal chilometraggio annuo che si prevede di coprire. La differenza di prezzo delle ultime due motorizzazioni rispetto quella a benzina, infatti, non è trascurabile e coprirebbe l’acquisto di carburante per varie decine di migliaia di chilometri.

Vivendo a Milano (o in una qualsiasi città con ZTL) bisogna fare i conti con l’area C che aumenta i costi di gestione di un’auto non “ecologica“. La mia scelta, alla fine dei calcoli, è caduta sulla Giulietta GPL che combina le buone prestazioni dei motori turbo Alfa Romeo (88KW, 120CV) con la possibilità di risparmio di un GPL.

Una delle domande cui rispondere è: “quanto costa un pieno di GPL?”. In televisione infatti, i vari spot ci han sempre confuso le idee puntando sul basso prezzo di un pieno di GPL. Come vedrete sotto, in effetti, un pieno non ha mai superato 35 euro ma va considerato che un pieno di tale carburante non permette di percorrere lo stesso numero di chilometri di un pieno di benzina o diesel.

Alfa Romeo Giulietta GPL - Costo rifornimenti

A differenza di quanto realizzato per la Panda a metano (di cui preparai un report dei consumi raggiunti sia i 5000km che i 10000km) questa volta ho scelto di concentrarmi solo su un report sulla lunga distanza perché l’uso fatto nei primi mesi (ho raggiunto i 10.000 in meno di 100 giorni) avrebbe dato risultati falsati. Perché? La risposta è semplice: la Giulietta è una bella auto che ama farsi guidare. Se la Panda a metano infatti invitava a concentrarsi sul risparmio e la praticità, la Giulietta ti spinge a goderti la strada, le curve, i lunghi viaggi magari anche abbastanza tortuosi.

Alfa Romeo Giulietta - Strade percorseI primi 2500km erano volati con un buon 90% di tratte autostradali. Valutare i consumi a 5000km, con la metà dei chilometri percorsi in autostrada avrebbe, dal mio punto di vista, falsato i risultati. Inoltre, devo ammettere che, i primi tempi, risparmiare carburante era qualcosa di veramente arduo per il mio piede. Il piacere di riprendere in terza, di pennellare una curva, superava ogni richiesta di parsimonia. Dopo 20 mila chilometri la percentuale di percorrenza si è ben bilanciata (con un leggerissimo vantaggio per l’autostrada dovuto al mio lavoro), come visibile nel grafico a torta.

I primi 12-13 rifornimenti, per le ragioni descritte sopra, hanno delle medie abbastanza alte. Probabilmente non in maniera assoluta perché anche col piede pesante si son mantenuti sotto i 10€ ogni 100 chilometri, ma sicuramente la Giulietta mi ha tranquillizzato e dimostrato di poter fare molto di meglio nei mesi successivi.

Alfa Romeo Giulietta - Euro per 100km GPL

In linea di massima devo ammettere che la Giulietta consuma poco ma non in maniera sorprendente. E’ “lì dove ci si aspetta che sia”. Parlando con un collega con una guida simile alla mia che possiede una Ford Focus 1.6 diesel si è visto che il risparmio rispetto al suo diesel è del 15% circa. Dal grafico sopra è possibile rendersi conto che il costo ogni 100km si sta attestando intorno ai 7 euro. Valore che – comunque – risulta abbastanza inferiore a quello della vecchia Punto benzina che ho rottamato.

Alfa Romeo Giulietta - Valori totali consumi

Lo specchietto sulla destra riporta i valori medi di questi mesi. Uno dei dati più interessanti, secondo me è quello dell’autonomia: si riescono a percorrere quasi 400km senza dover cambiare carburante[1]. In pratica da Milano si arriva comodamente a Siena, ad Udine o a Losanna potendo contare sul risparmio fornito da questo carburante alternativo.

E’ utile ricordare che lo stile di guida influisce tantissimo sui risultati. Impostando il regolatore di velocità a 120km/h costanti il costo riesce a raggiungere facilmente i 6€/100km grazie anche alla sesta marcia leggermente più lunga delle versioni diesel o benzina. Il grafico sotto mette a confronto il costo con la velocità media tenuta durante il consumo di un intero pieno di GPL: è chiaro che, sebbene interessanti, i dati vadano presi con le pinze. E’ facilissimo infatti avere medie alte anche in condizioni di traffico non proprio scorrevole per via di una guida più grintosa e meno rilassata.

Alfa Romeo Giulietta - Confronto velocità media e consumi

La mia Giulietta (allestimento Distinctive) prevede anche cerchi da 17″ e ruote 225/45 e la cosa è piacevole quando si tratta di gestire una curva o una bella frenata ma al contempo quest’aspetto non va trascurato durante l’analisi dei consumi poiché aumento di peso e maggiore resistenza al rotolamento incidono sul risultato finale[2].

Per concludere, nel mio favoloso foglio di calcolo, ho realizzato una tabellina dei valori minimi registrati fin ora e – rullo di tamburi – la Giulietta ha toccato i 5,56€/100km (o, in altre parole: 7,19l/100km). Ovviamente la Panda a metano riusciva a star sotto con disinvoltura disarmante ma è utile ricordare che si tratta di due auto che hanno in comune esclusivamente il numero delle ruote. Per il resto è tutta un’altra musica…

Emanuele

PS: se siete arrivati fin qui e avete voglia di continuare a seguire i miei consumi nei prossimi mesi, potete farlo a questo indirizzo (da cultore dei numeri aggiorno i dati tramite l’app sul cellulare durante ogni rifornimento!).

[1] La Giulietta come tutte le auto bifuel ha anche un serbatoio della benzina di pari dimensioni delle versioni mono-carburante.

[2] Vi segnalo, in tal proposito, un interessante test di Quattroruote (numero 702, Marzo 2014) in cui hanno confrontato in varie condizioni le tre dimensioni di pneumatici disponibili per la Giulietta e dal quale è risultato proprio il 17″ come il più bilanciato.

Sono innamorata di altre 641 voci ma questo non incide sul mio amore per te che è unico.

Credo che Lei vada visto.

Scena dal film: "Lei"

Credo vada fatto perché reputo, quella descritta, una realtà che un giorno potrebbe anche uscire dallo schermo e divenire concreta. Credo che, in tal caso, il dibattito sociale sarebbe immenso a meno di non ritrovarsi catapultati in quell’universo lì senza consapevolezza: casualità non troppo dissimile dalla nostra cieca assuefazione verso i “social-network” che rubano tempo alle relazioni.

Emanuele

I diversi.

Ogni tanto, avrei voglia di poter fare nuovamente una passeggiata pomeridiana tra una qualsiasi delle città cinesi visitate.
Può accadere anche questo, dopo aver sperato spesso di tornare il prima possibile (non tanto per la gente, quanto per il cibo così diverso che alla lunga è estenuante…) perché oltre quattro mesi dall’altro lato del pianeta, ti lasciano inevitabilmente qualcosa dentro.

Incrocio cinese

Riguardando le foto raccolte (quasi duemila) mi accorgo di avervi raccontato smisuratamente poco e – posso svelarvi – di averlo fatto in maniera consapevole dopo due post (#1 e #2) per via di una certa ansia da regime. Il web è bello, ma pensai potesse essere un attimo ritrovarsi nei pasticci, così mi concentrai sull’esperienza, sul lavoro, su tutto ciò che potevo assorbire.

La Cina però è un paese controverso, che non tutti amano e che neanch’io saprei scegliere, probabilmente, come destinazione in cui invecchiare. Allo stesso tempo però è un paese con una cultura profondissima che ha gettato le basi per tanti stereotipi dell’Occidente (il té degli inglesi o gli spaghetti per gli italiani, giusto per dirne due). E allora, visto che anche noi abbiamo tanti preconcetti verso loro, credo sia il caso – più che meritato – di andarli a conoscere da vicino almeno una volta nella vita. E’ questo quel che ripeto a tutti quelli che mi chiedono se ne valga la pena. Perché se c’è una cosa che ci stanno insegnando, in maniera neanche troppo invisibile, è la capacità di riconoscere il bello nell’altro, la grandezza del diverso.

Emanuele

Uber, Kyoto e l’Europa.

Uno degli effetti del Protocollo di Kyoto fu quello di sensibilizzare l’attenzione verso la mobilità sostenibile a livello europeo. Negli anni successivi car-pooling e car-sharing furono parole vendute molto spesso in giro.

In questi ultimi mesi – e forse per la prima volta – grazie ad Uber (e UberPOP) si inizia a vedere una implementazione reale, concreta e fattibile di quelle bellissime parole: tutti [1] possono diventare “autisti” quando hanno posti liberi in auto ottimizzando costi, consumi e traffico cittadino.

Ciò che però sta accadendo è che l’Europa – la stessa di qualche anno fa – sembra essersi dimenticata gli intenti e abbia iniziato a bandire in lungo e in largo il servizio [per la felicità di tassisti, società di noleggio, etc.].

Mi chiedo se il loro unico formato di car-sharing sia quello in cui un’azienda [2] mette a disposizione delle auto (a pagamento), piuttosto che il tizio che abita in fondo alla via.
La differenza sta nel fatto che nel primo caso è vero che possono esserci meno auto parcheggiate, ma non è detto che diminiuscano quelle circolanti. Nel secondo entrambi gli obiettivi possono essere perseguiti nel tempo.

Emanuele

[1] Ovviamente anche Uber ha stabilito dei requisiti minimi da rispettare.
[2] A Milano mi vengono in mente Enjoy, MuoviMI, Car2Go, Twist…