Estate a Basilea.

Ho trascorso l’ultima settimana a Basilea. Non vi annoierò con gli aneddoti sui prezzi da folli di alberghi e ristoranti e non vi svelerò neanche che, al pari dei frontalieri italiani, anche da Francia e Germania tanta gente fa avanti-indietro quotidianamente.

L’unica cosa che di questi giorni val la pena raccontare è il metodo assurdo, inaspettato, a tratti esilarante, col quale i cittadini sfruttano il Reno (il fiume che attraversa Basilea) per trovare refrigerio nell’unica settimana calda che solitamente li attende.

Sacca impermeabile [1], vestiti, chiavi e cellulare all’interno e poi – splash! – giù per il fiume, trascinati dalla corrente per un chilometro o due (in base a quanto hai voglia di camminare al ritorno).

Mai vista una cosa simile. Era un mix tra la visione di un’ondata di migranti, le scene di quotidiana povertà degli indiani nel Gange e la disperazione di chi non ha modo di godere del relax che una giornata al mare può regalare.

Ad essere sinceri, avessi avuto più tempo, un giro sulla giostra l’avrei fatto anch’io.

Emanuele

[1] Le Wickelfish, in vendita solo a Basilea, si acquistano alla modica cifra di 28CHF.

Raccogliendo susine.

Pulcini di tortora
C’è che mi trasformerò in un vecchio noioso, ma il ritorno alla natura che sto vivendo da quando ho casa fuori città mi rigenera, mi da aria e speranza.

Da qualche settimana una mamma-tortora custodiva gelosamente i suoi piccoli allontanandosi sporadicamente. Nonostante tutta la delicatezza mostrata, ieri – mentre ero in piedi su una scala intento a raccoglier susine – si è spaventata e per dieci minuti ha lasciato incustodito il nido. Così, senza invader troppo il loro spazio, ho colto l’occasione per scattare qualche foto.

Io in città non ho – decisamente – voglia di tornare.

Emanuele

La gentilezza ai tempi di Siri.

“Adoriamo la nostra Amazon Echo, ma ho paura che stia trasformando nostra figlia in una stronza maleducata”, ha scritto qualche tempo fa Hunter Walk, un investitore della Silicon valley.

Con Alexa non c’è bisogno di dire “per favore” o “grazie”, anzi: il dispositivo risponde meglio se gli si chiede qualcosa bruscamente. “A livello cognitivo, non sono sicuro che un bambino capisca perché si possono dare ordini ad Alexa ma non a una persona”, ha scritto Walk. Come fa una bambina di quattro anni a imparare che gli altri membri della famiglia non sono semplicemente lì per obbedire ai suoi ordini, quando un membro della famiglia è un dispositivo elettronico progettato esattamente per fare questo?

Alexa, come Siri e come tutti gli altri assistenti vocali, preferiscono frasi dirette, concise, non troppo articolate. Questa necessità impoverirà la nostra sensibilità e la nostra educazione?

Emanuele

Evoluzione.

Computer IBM 350 Disk File
L’armadio metallico qui sopra – fotografato nel 1956 mentre viene caricato su un aereo cargo – è uno dei primi computer: l’IBM 350 Disk File. Pesava una tonnellata, era lungo 150 centimetri, alto 172, profondo 74. Lo si poteva affittare per l’equivalente di 25 mila euro al mese e poteva registrare l’equivalente di 5 milioni di caratteri.

Da ingegnere informatico non potevo non salvarne una foto qui. Lamentarsi dello spessore dei portatili odierni fa sembrare dei bambini viziati.

Emanuele

Non otteniamo sempre tutto quel che vogliamo? Meglio così.

Secondo un vecchio proverbio, esistono due modi per essere infelici. Uno è non ottenere quello che si desidera. L’altro è ottenerlo. Il problema della felicità è che l’idea che possa finire ci intristisce. […] Secondo i veri buddisti, la soluzione è smettere del tutto di desiderare. Un’alternativa immediata più pratica è semplicemente ricordare che i desideri possono essere fuorvianti.

Can’t always get what you want? Don’t worry

Emanuele

Di fronte al mare la felicità è un’idea semplice.

Veduta Cala Rossa - Terrasini (Sicilia)

Le foto che popolano la sezione “Emanuele su Flickr” di questo blog erano raccolte da Instagram attraverso il servizio Flickstagram. Da qualche giorno però Instagram (proprietà di Facebook) ha chiuso le API necessarie per il funzionamento di servizi simili e così non è più possibile trasferirle in automatico. [1]

In attesa di trovare una soluzione dovrò spostarle a mano. Mi chiedo – e vi chiedo – se IFTTT riesca a funzionare ancora con qualche archibugio particolare o se anch’esso sia stato messo KO dalla scelta poco felice del mitico Mark.

Emanuele

[1] Flickr è diventato luogo privilegiato di backup dei miei media e, ad oggi, raccoglie oltre 170GB di dati.

Giulietta maniglia rotta.

Circa tre settimane fa si è rotta la maniglia interna dello sportello lato guidatore della mia Alfa. L’auto – oltre 76.000km e due anni e mezzo di vita – non è più in garanzia.

Ho contattato telefonicamente il servizio clienti Alfa Romeo e fissato un appuntamento in officina. Hanno richiesto le ricevute dei tagliandi effettuati e dopo qualche settimana mi hanno confermato il riconoscimento in garanzia commerciale dell’intervento.

Non esiste solo il ricambio maniglia, ma andrà sostituito tutto il pannello così il costo del materiale è di circa 450€ mentre il costo della manodopera circa 75€ (due ore di lavoro). Mi è stato riconosciuto il 100% del materiale e l’80% della manodopera (rimangono dunque scoperti 15€ che saranno a mio carico).

Alfa Romeo Giulietta (interno)

Scrivo questo post per rendere nota sia la soluzione che la soddisfazione nel supporto Alfa. Sembra che la maniglia, per un difetto di progettazione, sia risultata fragile in tutte le Giulietta prodotte dal 2010 (a dimostrazione di ciò è sufficiente cercare su Google “Giulietta maniglia rotta”).

Il gruppo Fiat storicamente associa gran motori a interni fragili ma se – finalmente – il cliente non viene abbandonato i difetti possono esser perdonati e non si scappa verso l’ennesima – noiosissima – Audi.

Emanuele

PS: per il resto son soddisfattissimo. Già fatto tanta strada senza alcun difetto, l’auto consuma pochissimo e quando si vuol spingere basta spostare il manettino in “Dynamic”

Nel proliferare di manuali di digital detox, di discussioni (online) su come staccarsi almeno temporaneamente dai social network, l’uomo del ventunesimo secolo è ormai consapevole di essere vittima e artefice degli algoritmi. Il giovin signore midcult è abituato appena sveglio, ma non prima di aver controllato la performance del sonno con l’activity tracker, agli esercizi mattutini di Gmail: cestinare gli avvisi inviati dai siti cui si è iscritto (sconti strepitosi, il lavoro che potrebbe interessarti, vorresti aggiungermi – sono tua cugina – alla rete LinkedIn?, i seguenti articoli in base a articoli che hai acquistato in passato o che ti possono interessare); e di Facebook: ritagliare, eliminare con gli occhi le pubblicità dell’ultimo oggetto visto (per sbaglio) su Amazon, rispondere cortesemente alle notifiche, verificare i tag, aggiungerli al diario, vagare qua e là e cliccare mi piace; e di Twitter: salto con l’asta di tutti i cinguettii sponsorizzati, Sarah Stage, Luis Enrique, #ciaone. Con l’esperienza migliorano le performance del suo pollice opponibile che religiosamente scorre da sinistra verso destra per sbloccare, poi dal basso verso l’alto per scrollare i flussi, gli umori, i bocconi di notizie rimpastate.

Emmanuela Carbé – Io odio internet

 
Kobek – scrive la Carbé analizzando “I hate the internet” – ci ricorda che San Francisco è l’epicentro della più grande contraddizione di questo secolo: la libertà di parola e di espressione si sta esercitando in piattaforme web controllate da aziende il cui unico scopo è fare soldi.

Emanuele