L’illusione pericolosa dei software per prevenire i crimini

Siamo portati a credere che il tracciamento sia utile solo alla pubblicità che verrà mostrata sui social network o che ci insegue durante la nostra navigazione.

In realtà, il limite alla fantasia è quasi inesistente ed è molto alto il rischio di ritrovarci catapultati in distopie aggressive, pericolose e limitanti della libertà personale.

Questo è un problema molto vasto di soluzionismo tecnologico molto in voga nell’industria della tecnologia che porta a credere che la tecnologia possa risolvere tutti i nostri problemi invece di spingerci a riflettere di cosa abbiamo bisogno per avere una società equa e imparziale e quale sia il ruolo della tecnologia se ne esiste uno.

Per questo genere di problemi non esistono mezze misure: finché i dati verranno raccolti qualcuno sarà interessato ad usarli. Nel 2011 i browser provarono ad inserire il “Do-Not Track”, un sistema che doveva informare il sito visitato circa la nostra volontà a non essere tracciati. La storia ci ha insegnato che è rimasto un sistema ignorato sia dai piccoli siti che dai grandi portali: Google, Facebook o Twitter non rispettano il DNT.

L’unico metodo per evitare tutto ciò è favorire tecnologie che abbiano rispetto del nostro spazio vitale e che non colgano ogni occasione per analizzare le nostre abitudini. L’industria porta a credere che sia inevitabile semplicemente per proteggere il proprio mercato.

Emanuele

Lavorare dal mare? Si può.

In questi mesi tanti aspetti della vita di tutti noi sono stati rivoluzionati. Il COVID-19 ha trasformato popoli e abitudini. Tireremo le somme della rivoluzione solo quando le curve, i numeri, le mascherine (?) saranno un lontano ricordo. Intanto però, quest’anno (oltre che per un arrivo stupendo) è stato per me l’anno del lavoro da casa e non potrò non ricordarlo anche per questo.

Come raccontavo, a Febbraio la mia postazione di lavoro cambiò via e numero civico. L’arrivo dell’estate però ha bussato con forza chiedendoci «perché non provare a lavorare direttamente in riva al mare?».

So di avere un privilegio, non tutte le professioni possono essere esercitate da remoto e questa – grazie anche alla maternità della moglie – era l’estate perfetta per testare un isolamento al mare.

Sono partito con un bel po’ di perplessità ma dopo un po’ di ragionamenti, pianificazioni e aver comprato un box da tetto per l’auto, ci siamo trasferiti per poco meno di due mesi in Sicilia. Abbiamo la fortuna di poter godere di una casa letteralmente sul mare e così le giornate lavorative si sono trasformate in qualcosa di sconosciuto in precedenza.

Siamo quasi in conclusione di questo bel periodo e posso confermare che, tutto sommato, il lavoro da remot(issimo) funziona. L’unico elemento fondamentale è la qualità della connessione internet. Il digital divide farà letteralmente da discriminante nella ripresa economica di tutti quei luoghi che stavano finendo deserti per via della migrazione del mondo del lavoro verso i grandi centri. Chi amministra certi posti dovrà tenerlo presente.

Ho lavorato condividendo due schermi per 8 ore al giorno, parlando con le cuffie alle orecchie con gente dislocata in mezza Italia e le linee mobili che ho utilizzato hanno retto alla stra-grande. Ho utilizzato circa 60GB al mese di dati (ero in fase di test del software col cliente e come dicevo dovevo condividere due schermi durante le conferenze) ma so bene che il mondo del lavoro non può e non deve basarsi su connessioni best-effort. Non sarebbe sostenibile.

Ovviamente sebbene sia filato tutto liscio, nemmeno nel mio caso è stato tutto semplicissimo. Il primo impegno quando arrivati è stato quello di verificare sia dentro che fuori casa quale fosse il miglior punto di ricezione del segnale. La mia postazione di lavoro così, ad un certo punto, si è trasformata in un tavolino all’esterno con vista mare.

Postazione di lavoro con ombrellone

Certamente non potevo lamentarmi, era tutto sommato mille volte meglio dello studio a casa, ma devo ammettere che nei giorni più ventosi ho dovuto tenere l’ombrellone saldo al suo posto o mi son ritrovato con la tastiera piena di sabbia. Per il resto, se l’anno prossimo il mondo del lavoro dovesse svegliarsi senza COVID ma molto più agile ripeterei al volo la trasferta.

Per la famiglia son stati due mesi di vacanza vera e per me – sino all’inizio delle ferie – finito il lavoro era un attimo: costume e giù in acqua per un bagnetto o un giro in canoa. Chi torna più a Milano?

In realtà tra un po’ di giorni ci aspetta il viaggio di ritorno, alcuni impegni a casa hanno definito la data di partenza ma l’idea per Settembre è di trasferirsi al lago nel tentativo di rendere meno traumatizzante questo saluto.

Emanuele

Il passato non va cancellato.

Alla vigilia delle Olimpiadi di Roma del 1960 Gianni Rodari scrisse per il quotidiano Paese Sera un pezzo dal titolo “Poscritto per il Foro”. Era sulle scritte al Foro Italico che inneggiano al fascismo, un’epoca ancora piuttosto recente nei tempi in cui Rodari firmava il suo articolo.

Si vogliono lasciare le scritte mussoliniane? Va bene. Ma siano adeguatamente completate. Lo spazio, sui bianchi marmi del Foro Italico, non manca. Abbiamo buoni scrittori per dettare il seguito di quelle epigrafi e valenti artigiani per incidere le aggiunte.

Gianni Rodari

Tratto da «Cosa fare con le tracce scomode del nostro passato».

Trasformare, per non dimenticare. Perché cancellare la storia porta solo a ripeterla.

Emanuele

Autore.

Sto scrivendo un videocorso sulla privacy. E’ un’esperienza nuova, un’azienda mi ha commissionato questo lavoro e – non so come – ho accettato.

In realtà dentro me avevo voglia di farlo: da tanto tempo pensavo che, prima o poi, avrebbe avuto senso raccogliere in un unico manuale tutte le menate sulla privacy con cui ogni tanto annoio gli amici. Al momento sto impegnando le mie notti dato che durante il giorno il lavoro vero non mi da tregua e finito quello ho due nane da gestire (o la moglie, coronavirus o meno, mi mette fuori la porta senza autocertificazione).

Non so ancora cosa verrà fuori. In queste sere sto scrivendo i testi e non è facile.

Ho già provato a registrare qualche audio ed è più complicato di quel che potessi immaginare. La serenità che ho nel raccontare le mie idee sull’argomento davanti ad una birra sembra sparire nel momento in cui ogni singola parola deve essere quella giusta.

Tutto sommato è un’esperienza divertente. Di alcuni testi sono più convinto, altri probabilmente li rivedremo anche in un’ottica di vendibilità del prodotto.

L’intera collezione avrà una sezione dei perché di ogni strumento e una sezione sul come usare ogni strumento. In questo modo cercherò di far comprendere al meglio le ragioni che stanno dietro una scelta e che, in definitiva, son quelle che rendono sostenibile tale decisione. Il tutto, senza cadere troppo nel tecnico dato che il target d’utenza non è composto da nerd.

Insomma, da queste parti non ci si annoia mai, neanche al tempo del coronavirus.

Emanuele

Occasioni.

Helen è una ragazza cinese. In realtà quello è un nome d’arte, il nome che durante la scuola per traduttrici lei scelse per presentarsi agli interlocutori occidentali. Conosco il suo nome, l’ho salvato nella mia rubrica ma a distanza di anni continuo ad avere dubbi circa la corretta pronuncia.

La conobbi durante il mio anno cinese. Helen veniva a prendermi in aeroporto a Shanghai. Le prime volte la trovavo agli arrivi con un bel cartello in mano col mio cognome, più avanti ci riconoscevamo senza bisogno di intermediazioni. La mattina la trovavo nella hall del mio albergo, in paziente attesa che arrivassi, per prendere insieme un minivan che ci portava in impianto [1]. Lei era sempre pronta e tranquilla, io apparivo tutto trafelato dalla porta roteante con la faccia ancora con le linee del cuscino.

Nelle giornate lavorative era la mia ombra. Sempre molto discreta e pacata con Helen parlai un po’ di tutto.

Ad un certo punto del progetto Helen si invaghì di me. Si propose di accompagnarmi un weekend ad Hanghzou (cosa che poi sfumò e andai solo) e una domenica mi invitò a pranzare insieme in un locale all’interno di un grande centro commerciale. Io da bravo rincoglionito per questo genere di affari, non mi resi conto di nulla finché una sua collega non mi confessò la cosa qualche mese più avanti.

Mi fece sorridere. Non reputo Helen una bella ragazza, ma so che questo mio giudizio è fortemente influenzato dalle differenze fisionomiche importanti [2]. La reputavo comunque un’ottima traduttrice e una persona dalla pazienza encomiabile.

In questi anni non ci siamo persi di vista. Abbiamo continuato a farci gli auguri per i compleanni o per capodanno (e io per questo ho imparato a far caso a quando cade il Capodanno cinese) e in questo periodo in cui “tutto il mondo è più vicino” abbiamo condiviso informazioni e consigli sulla strategia di sopravvivenza.

Lei mi racconta che nella sua città (Nanjing, un’altra cittadella da otto milioni di abitanti) sono tornati ad una pseudo-normalità. E’ tornata a lavoro ma quasi tutti i luoghi pubblici sono “no mask, no access“: devi avere la mascherina. Al contempo i ristoranti non sono ancora pieni di gente come lo erano un tempo.

Credo che anche l’Europa del dopo-coronavirus vivrà quelle dinamiche: un distanziamento sociale dato sia dalla necessità che dalla paura leggittima delle persone (“come faccio a fidarmi che l’altro non sia infetto?”). Chiederle come vanno le cose di là, mi aiuta a prepararmi mentalmente a quel che vivrò di qua.

Mascherine facciali

So che la mia non è l’unica bella storia di Italia-Cina da raccontare, ma in questi giorni Helen ha deciso di mandarmi un bel pacco di mascherine e questo gesto così carino mi ha ricordato ancor di più come questi momenti di crisi sono un’occasione per rafforzare relazioni e rivedere la lista di ciò che riteniamo indispensabile nelle nostre vite.

Probabilmente all’occidente toccherà un cambio di mentalità in tanti aspetti. In questi giorni leggevo di una proposta tedesca del diritto al lavoro da casa (nuovo paradigma, non più una possibilità, ma un diritto) per tutte quelle professioni che lo permettono ma anche di nuove dinamiche di contatto sociale. Penso ai giapponesi che quando hanno un’influenza, stanno a casa perché è culturalmente deplorevole farsi vedere in giro come untori.

Siamo abituati all’idea che la mascherina sia qualcosa che usano solo gli orientali, ma quest’idea in fin dei conti è solo un retaggio culturale e nient’altro. Riusciremo ad abituarci all’idea che usarla durante il prossimo raffreddore stagionale possa essere un segno di rispetto verso tutti? Quale sarebbe il risparmio per la società in termini di carico sul servizio sanitario e disponibilità di forza lavoro?

Non so come sarà il mondo tra dodici mesi, ma so che abbiamo una bella occasione, nonostante tutto il dolore o forse grazie a tutto il dolore.

Emanuele

[1] Io dormivo in un lussuoso albergo per occidentali, per intenderci c’era persino un’addetta che “viveva” in ascensore e puliva continuamente pulsantiera e corrimano dorato dentro lo stesso. Le traduttrici invece soggiornavano in un albergo “per cinesi” lì vicino.

[2] Ad essere onesto, spesso faticavo nell’assegnare un’età alle persone: tante mi sembravano più giovani di quel che erano. Non so se dipendesse dalla frequentissima assenza di barba negli uomini o altro.