Sono innamorata di altre 641 voci ma questo non incide sul mio amore per te che è unico.

Credo che Lei vada visto.

Scena dal film: "Lei"

Credo vada fatto perché reputo, quella descritta, una realtà che un giorno potrebbe anche uscire dallo schermo e divenire concreta. Credo che, in tal caso, il dibattito sociale sarebbe immenso a meno di non ritrovarsi catapultati in quell’universo lì senza consapevolezza: casualità non troppo dissimile dalla nostra cieca assuefazione verso i “social-network” che rubano tempo alle relazioni.

Emanuele

I diversi.

Ogni tanto, avrei voglia di poter fare nuovamente una passeggiata pomeridiana tra una qualsiasi delle città cinesi visitate.
Può accadere anche questo, dopo aver sperato spesso di tornare il prima possibile (non tanto per la gente, quanto per il cibo così diverso che alla lunga è estenuante…) perché oltre quattro mesi dall’altro lato del pianeta, ti lasciano inevitabilmente qualcosa dentro.

Incrocio cinese

Riguardando le foto raccolte (quasi duemila) mi accorgo di avervi raccontato smisuratamente poco e – posso svelarvi – di averlo fatto in maniera consapevole dopo due post (#1 e #2) per via di una certa ansia da regime. Il web è bello, ma pensai potesse essere un attimo ritrovarsi nei pasticci, così mi concentrai sull’esperienza, sul lavoro, su tutto ciò che potevo assorbire.

La Cina però è un paese controverso, che non tutti amano e che neanch’io saprei scegliere, probabilmente, come destinazione in cui invecchiare. Allo stesso tempo però è un paese con una cultura profondissima che ha gettato le basi per tanti stereotipi dell’Occidente (il té degli inglesi o gli spaghetti per gli italiani, giusto per dirne due). E allora, visto che anche noi abbiamo tanti preconcetti verso loro, credo sia il caso – più che meritato – di andarli a conoscere da vicino almeno una volta nella vita. E’ questo quel che ripeto a tutti quelli che mi chiedono se ne valga la pena. Perché se c’è una cosa che ci stanno insegnando, in maniera neanche troppo invisibile, è la capacità di riconoscere il bello nell’altro, la grandezza del diverso.

Emanuele

Uber, Kyoto e l’Europa.

Uno degli effetti del Protocollo di Kyoto fu quello di sensibilizzare l’attenzione verso la mobilità sostenibile a livello europeo. Negli anni successivi car-pooling e car-sharing furono parole vendute molto spesso in giro.

In questi ultimi mesi – e forse per la prima volta – grazie ad Uber (e UberPOP) si inizia a vedere una implementazione reale, concreta e fattibile di quelle bellissime parole: tutti [1] possono diventare “autisti” quando hanno posti liberi in auto ottimizzando costi, consumi e traffico cittadino.

Ciò che però sta accadendo è che l’Europa – la stessa di qualche anno fa – sembra essersi dimenticata gli intenti e abbia iniziato a bandire in lungo e in largo il servizio [per la felicità di tassisti, società di noleggio, etc.].

Mi chiedo se il loro unico formato di car-sharing sia quello in cui un’azienda [2] mette a disposizione delle auto (a pagamento), piuttosto che il tizio che abita in fondo alla via.
La differenza sta nel fatto che nel primo caso è vero che possono esserci meno auto parcheggiate, ma non è detto che diminiuscano quelle circolanti. Nel secondo entrambi gli obiettivi possono essere perseguiti nel tempo.

Emanuele

[1] Ovviamente anche Uber ha stabilito dei requisiti minimi da rispettare.
[2] A Milano mi vengono in mente Enjoy, MuoviMI, Car2Go, Twist…

Per Facebook siete topolini.

Scientists at Facebook have published a paper showing that they manipulated the content seen by more than 600,000 users in an attempt to determine whether this would affect their emotional state. The paper, “Experimental evidence of massive-scale emotional contagion through social networks,” was published in The Proceedings Of The National Academy Of Sciences. It shows how Facebook data scientists tweaked the algorithm that determines which posts appear on users’ news feeds — specifically, researchers skewed the number of positive or negative terms seen by randomly selected users. Facebook then analyzed the future postings of those users over the course of a week to see if people responded with increased positivity or negativity of their own, thus answering the question of whether emotional states can be transmitted across a social network. Result: They can! Which is great news for Facebook data scientists hoping to prove a point about modern psychology. It’s less great for the people having their emotions secretly manipulated.

William Hughes per “AV Club”

Se non fosse chiaro: mostrando ad alcuni utenti solo aggiornamenti positivi della propria cerchia di amici e ad altri solo eventi negativi, Facebook ha testato se i suoi algoritmi possano influenzare gli umori e le giornate di oltre mezzo milione di iscritti.

Il risultato, dal punto di vista della ricerca, è stato positivo: è possibile manipolare l’umore delle persone. La cosa più triste è che avrebbero potuto verificar la cosa anche attraverso un processo in sola lettura, senza modificare gli stream degli utenti ma… non ci avevano pensato.

Le implicazioni sono molteplici: oltre agli aspetti etici (credo serva un consenso informato per far certe cose) è sempre più chiaro che la pervasività di Facebook (e dei social network) è schizzata alle stelle. Non si tratta più di difendere la propria privacy, ma di proteggere la propria salute fisica e psicologica.

Che sia il caso di “provare a smetterecome per le sigarette? Se lo chiede anche Scott Kzamir, giocatore di baseball americano, quando dice che “il silenzio può diventare una sfida” in questo mondo fatto di connessioni, ping, alert e notifiche.

Emanuele

Lunedì traumatici.

Complice un matrimonio, ho passato il weekend in Puglia. Non vi ero mai stato in assetto vacanza e probabilmente è un errore immane.

Lido "Le Tamerici" - Capitolo (Puglia)

Da 12 ore sto cercando di capire perché stamattina mi sia risvegliato a Milano.

Atlante alla mano, sto forsennatamente cercando un luogo in cui associare lavoro e paesaggi come questi. E’ inammissibile esser condannati a dividere le due cose.

Emanuele

Formattare un Mac dopo sei anni (e mezzo).

Un paio di giorni fa ho formattato il mio Macbook. La prima volta dopo sei anni e mezzo. Il Mac era ancora stabilissimo, Snow Leopard è ormai un fidato cavallo da battaglia. Ultimamente avevo anche segnato un uptime di circa 3 mesi: niente male per un sistema utilizzato in ambiente domestico [Si, sono abituato a non spegnere mai il Mac, vive perennemente in sleep quando non mi serve].

Desktop OSX

In realtà avrei eseguito quest’operazione già un annetto fa, ma il mio tempo libero scarseggia inesorabilmente e così ho posticipato giusto di… a bit.

A questo punto, vi chiederete: perché? Semplice: curiosità. Volevo scoprire quanto ne avrebbe giovato l’ambiente e l’usabilità, considerato che la mia esperienza Windows mi porta a credere che una formattazione l’anno sia più che salutare per lavorare comodi.

L’approccio nei confronti di un “vecchio” Mac è un po’ diverso (e forse talebano). Ho deciso infatti di non installare più Silverlight, Growl e Rosetta. Ma, soprattutto, sto tentando di dire addio a Flash (la soluzione intrapresa al momento – ove necessario – è quella di impostare l’user agent del browser come iPad…). Sono ancora indeciso anche se configurare nuovamente Mail (seppur in IMAP) o affidarmi ormai direttamente all’ottima interfaccia web di Google.

Addio anche ai piccoli hack, tipo vedere l’anteprima dello stack delle Applicazioni nella dockbar o Perian, per caricare “il mondo” su Quicktime. Proverò a dar più spazio a VLC (che l’ha sempre meritato).

Safari (su Snow Leopard fermo alla versione 5.1), senza Flash ha riacquistato una reattività spaventosa. L’avvio è tornato sotto il secondo, tanto per dirne una. iTunes e iPhoto, con le loro immense librerie (oltre 200GB insieme) non hanno fatto grandi salti in avanti segno che il sistema operativo (che permette loro di girare) non era il vero collo di bottiglia.

Nonostante i suoi 2GB di RAM e un Core2Duo che ormai inizia ad esser storia dell’informatica questo si sta trasformando nel mio “computer principalepiù longevo.

Il prossimo passaggio sarà quello di aprirlo per spolverarlo un po’: la ventola (grande vanto dei Macbook non appena comprati) è obbligata da tempo a viaggiare a regimi spesso fastidiosi(ssimi).

Piccola postilla. Sicuramente avere un iPad aiuta, tanto che le operazioni che svolgo dal Mac son sempre più ridotte e definite. Mi sembra sempre più chiaro che l’obiquitus computing ci porterà ad usare sempre meno i computer “da scrivaniatipici dell’ultimo decennio per destinarli solo ai professionisti e/o a mansioni molto mirate.

Emanuele